Non so voi, ma io della mia infanzia e della mia giovinezza ho un sacco di ricordi che oggi potrebbero dare linfa al giornalismo copia-incolla che s’indigna dei cosiddetti bulli. Una volta si giocava e si litigava in strada. C’erano le bande di quartiere, si familiarizzava con i ragazzi vicini e quelli che stavano nel palazzo di fronte solitamente erano nemici. Ci si sfotteva in ogni occasione e si cercava la grana per regolare i conti che avevano diverse modalità: o ci si menava un po’ a spintoni e talvolta con qualche ceffone. Oppure io ricordo anche le intifade: raffiche di sassate da lanciare e ricevere nascosti dietro agli angoli o sotto i muri di cinta dei condomini. Sì perché una volta non era raro disporre dei cortili in ghiaia.

Avrò avuto si e no 10 anni quella volta che con un mio cugino facemmo rotolare un masso da un pendio del Mortirolo, che una volta presa velocità rischiò di investire le persone a valle. Ricordo il panico che mi prese. Mio padre non lo seppe e fu meglio così perché menava per bravate meno gravi. Non sempre, ma spesso le meritavo, sia ben inteso.
Una volta per giocare ci arrampicavamo sugli alberi o sui tetti dei pollai e dei garage. Scavalcavamo le recinzioni alte, facevamo le sfide di velocità o più semplicemente recuperavamo la palla. Poteva capitare di cadere, ci si sbucciava le gambe o nei casi peggiori ci si rompeva il polso. Stava al nostro senso del pericolo capire cos’era meglio fare e cosa no. Di certo imparavamo.

Le mamme stufe di chiamarci dal balcone capitava che scendessero in cortile con la scopa inferocite. Nessuno si indignava. Una volta gli adulti li temevamo perché se occorreva menavano. Io che ero il primo di tre figli, verso i 9-10 anni avevo la responsabilità di accudire i miei fratelli minori quando mamma usciva per le incombenze familiari. Non ero l’unico perché era così per tutti i primi figli. Ricordo qualche scappellotto e i rimbrotti per aver perso mio fratello più piccolo che a nemmeno 3 anni aveva il vizio di scappare all’incrocio semaforico della statale. Ricordo che in un’occasione ce lo riportò un automobilista in braccio. Era pestifero e veloce.

Alla scuola media ognuno aveva un soprannome o una scormagna quasi sempre denigrante. Il cognome storpiato e declinato a qualche animale era la norma. Non era divertente, soprattutto se si aveva voglia di seguire le lezioni indisturbati, ma non ci si poteva far niente. Le risse erano all’ordine del giorno. Soprattutto alla fine delle lezioni, quando ci si dava appuntamento in strada per regolare i conti. Io in particolare, non sapendo picchiare, che già allora ero il più alto e grosso della classe, ero il trofeo di alcuni compagni più smilzi che in classe o durante le ore di educazione fisica non disdegnavano di tirarmi pugni sulla schiena e sulle braccia per farsi belli. Si vendicavano del fatto che io li zittivo a parole. Ricordo che convivevo con i lividi, fintanto che mi dovetti decidere di reagire e di menare a mia volta. Servì perché da allora i compagni si calmarono. Ma a me menare non piaceva, temevo di far male davvero.

In auto andavamo senza cinture e col Ciao o col Garelli si iniziava a girare a 13 anni senza casco. Il massimo della trasgressione era fumacchiare qualche sigaretta. Ricordo una compagna che acquistava le Kim e che mi invitava a provare durante i nostri giri in bicicletta in campagna. Per fortuna non ebbi mai la tentazione di spingermi oltre, tipo spinelli o eroina. La droga girava alla grande, era una sorta di marchio per i metallari che odiavano i paninari. Sapete quante risse in metro e ai centri sociali. Ricordo quanto era pericoloso girare Milano la sera in certe zone tipo Lambrate o Città Studi. Capitava di imbattersi in bande di teppisti e di dover cambiare strada. Parlo di quando avevo 15-16 anni e che studiavo al Cpm in fondo a viale Monza.

Una volta si giocava a dottori tra amici del quartiere e ricordo che era molto divertente. Non c’era sesso carnale, ma tra maschi e femmine si imparava a conoscersi anche così. Memorabile quella volta in cui riuscii a “visitare” quattro amichette tutte insieme. Quelle che dovessero mai leggere si ricorderanno. Alle medie giravano le leggende del tale che le sverginava tutte. Ricordo nel ’76, alla colonia di Varazze, una suora che “cazziò” pesantemente due bimbetti ospiti della struttura, scoperti nudi nella pineta durante la ricreazione pomeridiana dove si giocava a un due tre stella. Le assistenti erano spesso giovanissime senza formazione specifica e trattavano il gruppo a seconda delle loro simpatie. Ricordo i pianti di Aldo, un bimbo down che appannava il vetro della finestra guardando il vuoto. Era a fianco del mio letto e ogni mattina, al risveglio chiedeva “ffffignorina quando fi va a cava?” Gisella rispondeva: “domani”. Ma non era vero perché il turno durava tre settimane.

A quei tempi non c’erano insegnanti di sostegno, non c’era chi chiamava i carabinieri nel vedere un bimbo a cavalcioni sul muraglione. Non c’era nessun coglione che mobilitava i pompieri per salvare il gattino sull’albero. Non c’erano gli smartphone e le telecamere che riprendevano tutto quel che accadeva. Quando uscivamo in bicicletta ci potevamo al massimo ricordare un appuntamento ma non ce n’era bisogno perché la città aveva i suoi luoghi di ritrovo, e a differenza di oggi, ci si guardava in faccia e ci si parlava. Non si procedeva ingobbiti sullo smartphone come si fa oggi. Ricordo che la prima cuffia attaccata a un registratore la vidi nel ’78 a Milano 2, quando talvolta andavo ad aiutare al lavoro uno zio (avevo 9 anni).

Oggi quel che ho scritto sarebbe impensabile. I giovani d’oggi vengono additati come dei pericolosi bulli perché sembra che con i video e i selfie siano i primi a fare ciò che facevamo peggio e di più noi una volta. Quelli sulla home dei giornali ripresi mentre sputano e fanno le flessioni sui binari del tram sembrano degli alieni, ma si faceva anche una volta. Con la differenza che nessun occhio elettronico immortalava le bravate. Le violenze c’erano purtroppo anche una volta, forse più di oggi, ma se ne veniva a conoscenza solo se accadevano in zona o in prossimità. Oggi con i social che spammano notizie da ogni dove, sembra che tutto sia nuovo e inedito.

Noi col nostro modo rude e spiccio siamo cresciuti, siamo diventati adulti e oggi affrontiamo la vita per come viene. Spesso abbiamo imparato a svolgere lavori manuali o artistici che ci hanno qualificato e arricchito. I giovani d’oggi se continuiamo a raccomandarli di non correre per non sudare, finirà che diventeranno adulti impauriti come frocetti. Nulla di male che oggi ci sia la libertà sessuale e siano cadute le barriere della tolleranza. Però la sensazione è che gli Emo, i griffati e le checchette senz’arte né parte siano aumentati a dismisura e non diano un contributo utile alla ricchezza della società. Ho la sensazione che i miliardi di minuti spesi su Tik Tok dalla generazione zeta odierna, tra un tot di anni saranno rimpianti da una generazione di adulti che rivaluteranno i boomer.

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