L’ipocrisia della causa ebrea sventolata dai ricchi

Dato che i problemi del nostro tempo partono dall’usura delle banche e dallo schiavismo economico di massa, mi sono rotto le palle di sentir parlare di antisemitismo. Soprattutto se a sventolare il pericolo dell’odio – in particolare per gli ebrei – è un giornale come Repubblica. Quotidiano di sinistra alla disperata ricerca di un Gargamella politico a destra, che dia al magnate miliardario Carlo De Benedetti, ebreo sefardita come suo fratello Rodolfo, banchiere dirimpettaio degli Agnelli, un motivo per pagare i suoi dipendenti al giornale.Ultimamente Repubblica martella sulla martirizzazione della senatrice Liliana Segre, che a causa di frasi scritte da “pericolosissimi” odiatori sedentari, pallottolieri da tastiera, di quelli che Facebook è piena sui profili di tutti, pubblici e non, le hanno dato la scorta. Accampando pericoli di nazismo, di destre montanti e di caccia all’ebreo. Insomma, una campagna ridicola.

Ora, visto che l’Olocausto è un dato storico, tragico e irripetibile, durato fortunatamente per un solo brevissimo spicchio di storia dell’umanità, spiegato a scuola, ricordato annualmente col giorno della Memoria, faccio notare che identificare i negazionisti in Rete e schedarli come tali non ci vuole granché. Come già si fa con i docenti a scuola e con gli scrittori, anche stanare i buontemponi che digitano “viva Hitler” nei commenti social è un gioco da ragazzi. Basterebbe spammarli in Rete e metterli alla prova in piazza o a telecamere accese su preciso incarico da parte dell’autorità. Sarebbe più educativo e costerebbe assai meno che dare una scorta a una 90enne, di cui rido al solo pensiero che la si possa odiare.

Nel notare che non conosco un solo senatore a vita scampato allo strozzinaggio degli usurai, o un ex borghese impoverito nei campi di sterminio trasferiti nelle banche, devo rivolgermi a quelli che ce l’hanno con me sul tema dell’immensa ipocrisia della causa ebrea. A voi che la buttate sul personale, sappiate che se avessi voluto, mi sarei fatto amico di certi ebrei per farmi raccomandare in qualche televisione importante, oppure mi sarei messo con una loro figlia per farmi infilare nei salotti dell’aristocrazia (David Parenzo docet, tanto per citare un esempio), e diventare il prezzemolino su Radio24 (del solito De Benedetti), o il tappabuchi estivo su La7. Certo, non tutti gli ebrei sono lì, ma di certo sono gli unici che dove girano i soldi, la fama e gli affari non mancano mai.

Gli Henry Kissinger, i George Soros e i Mark Zuckerberg, tutti ebrei, non sono degli straccioni assieme a una sfilza di banchieri. Sono, al contrario, potentissimi personaggi che a forza di influenzare il pensiero di massa nell’editoria e nel linguaggio social, hanno trasformato il binomio ebrei-Olocausto in vittimismo d’accatto. So che ce ne sarebbe abbastanza per sentirmi dare dello “antisemita economico”. Tuttavia, all’alba del 2020, in un mondo globalizzato, io rifiuto l’etichetta di antisemita, laddove essere “anti” qualcosa rimane pur sempre un diritto universale insopprimibile.

Ecco perché mi sono rotto le palle di leggere gli strilli dei colleghi giornalisti che vaneggiano di antisemitismo. E mi sono rotto le palle pure di quei beoti cosiddetti di sinistra, quasi sempre sottopagati, che cadono nel tranello del padrone con l’anello al naso, senza accorgersi che lo strapotere delle banche e dell’usura di ebraica invenzione, ha ridotto in povertà milioni di teste potenzialmente pensanti e ucciso ogni prospettiva di ricchezza.

Altro che la kippah, il copricapo che col pretesto della fede ebraica identifica un’etnia prima che un’ideologia. A proposito: questo non è per caso razzismo al contrario?

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Sozzani salvo, amaro compromesso per i grillini

Il governo 5 Stelle-Pd è il risultato di un compromesso che – allo stato attuale – è il migliore possibile, o se si preferisce, il meno peggio realizzabile. I 5 stelle di governo hanno “somatizzato” e quindi accettato che – col sistema elettorale attuale che li hanno resi il partito di maggioranza relativa – si scenda a compromessi con i partiti di sistema per cercare di imporre il più possibile la propria agenda politica. Prima il compromesso del contratto dei grillini era con la Lega, quella che ha governato con Berlusconi portando alla rovina l’Italia. Oggi i pentastellati hanno come partner di governo il Partito Democratico: quello di mafia capitale e di tutti gli inciuci che conosciamo.

Il compromesso attuale – nonostante tutte le colpe e gli insulti che i vari esponenti politici si sono scambiati negli anni – è la necessità di portare a compimento la legislatura a guida dei 5 stelle con la loro agenda di governo. Il salvataggio in Aula dal processo per il deputato berlusconiano Diego Sozzani, è stato opera di “46 franchi tiratori”, ossia di 46 deputati alleati dei grillini che hanno votato contro l’autorizzazione a procedere. Che siano stati di destra, di centro, o di sinistra, i 46 dis-onorevoli in questione hanno votato nel segreto dell’urna in totale libertà, come prevede la Costituzione.

Il governo a trazione grillina – nonostante la maggioranza relativa e la preventiva approvazione da parte della Commissione per l’autorizzazione a procedere – non è riuscito con i voti in aula a mandare a processo un indagato di finanziamento illecito ai partiti per un «regalo» di 10 mila euro non dichiarato promesso da un’azienda, che per il gip colloca Sozzani «in un sodalizio criminale da ben prima della candidatura e dell’elezione a deputato… al centro di un più ampio quadro di vicende illecite».

E’ un fatto grave, che investe il Movimento del cambiamento, ma che in soldoni si traduce in un solo dato: ossia, che i due terzi della Camera che ha votato contro l’arresto di Sozzani sono sostanzialmente molto più compromessi dei 5 stelle. Gli unici che hanno votato compatti a favore dell’arresto. Dunque, qui non si tratta di “fidarsi” del Partito Democratico, come tuona Alessandro Di Battista. Qui per i 5 stelle si tratta di governare come dei funamboli, cercando di tenere la barra diritta e di perseguire gli obiettivi prefissati, ben sapendo che i partner al traino rappresentano sempre un rischio di caduta, o di annacquamento dei provvedimenti.

Insomma, per ora non ci sono alternative. Se si vuole fare i puri delle origini si manda tutto all’aria subito e prima del tempo. Con la certezza – però- di non governare mai più.

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Conduttori Rai, si facciano vere selezioni

Il governo del cambiamento dia un segnale chiaro anche alla comunicazione e all’informazione televisiva. La Rai venga rivoltata come un calzino. Si chiarisca – intanto – la sorte di quelle centinaia di giornalisti che passarono il concorso nel 2015 e mai assunti dalla tivù pubblica, benché quel concorso fu secretato e molti giornalisti come il sottoscritto non ebbero nemmeno mai a sapere della sua esistenza.

La Rai è in crisi di ascolti perché è piena di raccomandati. Si cominci a premiare il merito e la professionalità come s’augura il sottosegretario pentastellato Stefano Buffagni. C’è bisogno di sperimentare conduttori nuovi per la stagione estiva da valutare per rivitalizzare gli ascolti nella stagione invernale? Si faccia un casting aperto e trasparente col voto dei telespettatori e una giuria indipendente che giudichi il grado di competenza dei candidati.

Si valuti la preparazione dei candidati innanzitutto col dono di “bucare il video”, ossia capaci di farsi ascoltare suscitando interesse e la curiosità da chi li ascolta; si valuti la capacità di improvvisare in diretta, la conoscenza e il livello di cultura generale necessaria per chi – come un conduttore – ha in mano un programma visto da centinaia di migliaia di telespettatori.

Se nel varietà sono richieste doti di intrattenimento vicine alla comicità, i programmi di informazione e i talk politici dovrebbero essere affidati a giornalisti preparati, in grado di stoppare o correggere eventuali fesserie pronunciate dall’ospite di turno per dare un senso al tema trattato, e svolgere così un corretto servizio pubblico di informazione.

Si inizia così a smontare l’assurda teoria del “contradditorio” a tutti i costi: buono per generare tra i telespettatori dubbi e confusione. Si inizia così – magari – a risollevare gli ascolti della Rai, la si rinvigorisce da una crisi asfittica causata da un sistema di mediocri raccomandati col grande talento di essere dei serventi accomodanti.

Tra i requisiti richiesti per un conduttore a contratto, ci sia la clausola del divieto di candidarsi in politica e la clausola della scadenza a breve o a medio termine. Ci sia anche chiarezza sugli stipendi erogati. Si paghi il conduttore con le tabelle dell’Ordine dei Giornalisti, senza ingaggi faraonici. I milionari come Fazio sono un grave danno al servizio pubblico perché tolgono il mordente della curiosità e della concorrenza, che richiede sempre alti standard di professionalità e di resa.

Basta conduttori in ginocchio e col fare annoiato!

La Rai – per mano del governo – inizi davvero questo percorso. Basta nomi e nomignoli che trapelano dalle segrete stanze di viale Mazzini senza mai sapere da chi, chi e perché viene catapultato sul piccolo schermo.
Diamo il là al cambiamento. Siamo in tanti e siamo pronti. Diteci dove andare e sfidiamoci affinché vincano i migliori. Vedremo alla fine se passeranno davvero i raccomandati della Lega tipo i Roberto Poletti, le Nunzia De Girolamo o le Monica Marangoni (moglie del ministro Fontana).

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Basilicata: Bardi, il “leghista”all’ombra della P4

Alle elezioni regionali In Basilicata trionfa Vito Bardi, ex generale della Finanza in pensione cresciuto nel placet di Nicolò Pollari. Nel 2011 fu dapprima indagato a Napoli per favoreggiamento e rivelazione del segreto per aver soffiato alla cricca del faccendiere amico di P2 P3 e P4 Luigi Bisignani l’esistenza di un’indagine proprio sulla P4. Fu poi archiviato, mentre i suoi colleghi omologhi Giovanni Mainolfi e Michele Adinolfi ebbero altri guai. Bardi denunciò Bisignani per calunnia aggravata. Ma anche l’ex generale e deputato del Pdl Marco Milanese, indagato a sua volta, riferì ai magistrati che fu Bardi a informare Adinolfi dell’avvio dell’inchiesta in quanto suo superiore gerarchico. E che Adinolfi avrebbe poi avvisato Bisignani tramite Pippo Marra, giornalista presidente dell’AdnKronos.

L’imprenditore napoletano Luigi Matacena, in contatto con l’ex magistrato e deputato del Pdl Alfonso Papa che millantava di fargli fare affari con Bertolaso nella Protezione civile, in un interrogatorio dell’inchiesta sulla P4 rivelò che “Effettivamente ho pagato, nell’autunno di quest’anno (in occasione della partita di calcio di andata Napoli – Milan), un pranzo al Ristorante Mattozzi a cui hanno partecipato il Generale Bardi, il Generale Adinolfi con la moglie, il Generale Grassi, il Generale Zafarana, l’ex ufficiale della Guardia di Finanza Stefano Grassi (poi alle Poste), il dott. Galliani, amministratore delegato del Milan, con una accompagnatrice e un suo amico (…) in quell’occasione io ho anche regalato a tutti i signori menzionati (ufficiali della Guardia di Finanza e non) dei gemelli comprati da Marinella e per le signore un Fular sempre di Marinella. Pagai io il conto che venne a costare meno di mille euro”. E aggiunse: “Conosco, oltre al Generale Bardi, anche il Generale Adinolfi coi quale mi do del tu”. Contributo all’archiviazione di Bardi lo diede Emilio Spaziante, comandante interregionale del Lazio della Finanza, arrestato nel 2014, già avversario di Adinolfi nella corsa alla successione di Di Paolo (comandante generale), che in merito a presunte soffiate su controlli della Finanza in arrivo a Mediolanum, non cita Bardi tra gli ufficiali legati a Milanese.

Nel 2014 Bardi fa domanda di andare in pensione appena viene a sapere di essere indagato per corruzione per un’inchiesta su verifiche fiscali e tributarie «pilotate», denominata “sistema Matachione” dal nome di un imprenditore farmaceutico accusato di fare regali ai finanzieri per ammorbidire i controlli fiscali. In quei giorni era già stato arrestato il predecessore di Bardi, Emilio Spaziante per lo scandalo del Mose di Venezia (dove altri berlusconiani del Pdl come Galan saranno poi condannati). L’indagine è dei pm napoletani Vincenzo Piscitelli ed Henry John Woodcock, che fanno perquisire gli uffici di Bardi al Comando generale di via XXI Aprile a Roma. Si parla di nuovo capitolo di tangentopoli. In cella finisce anche il commercialista Pietro Luigi De Riu. Per la stessa indagine, a Livorno viene arrestato il comandante provinciale della Finanza Fabio Massimo Mendella. Secondo l’accusa il comandante Bardi avrebbe chiesto «favori e utilità» a vari imprenditori contraccambiato con regali di viaggi, soggiorni e «un posto barca ad Ostia». In uno dei processi a carico di Valter Lavitola, (plenipotenziario di Berlusconi a Panama, Santa Lucia, e nell’affaire della casa di Montecarlo del cognato di Fini), in questo caso accusato per tentata estorsione ai danni di Impregilo, la Procura ha un verbale dell’imprenditore Mauro Velocci, già citato negli atti sul progetto “Carceri modulari” a Panama, che in un interrogatorio del 14 dicembre 2011 riferì di alcune confidenze ricevute dall’imprenditore Angelo Capriotti, che asseriva di avere “al soldo” alcuni rappresentanti delle forze dell’ordine, tra cui il generale Vito Bardi, al quale Capriotti aveva chiesto di interessarsi a un esposto presentato da una loro società. E aggiunge: «Dopo qualche tempo, Capriotti mi riferì che il generale Bardi gli aveva fatto delle richieste “strane”, ovvero richieste di utilità, se non sbaglio riferite all’acquisto o alla locazione di un posto barca ad Ostia». Dopo 3 anni di indagini, nel 2017, la procura di Napoli fa dietrofront e il Riesame chiede per Bardi l’archiviazione, e pure per Mendella. Tifoso del Napoli e amante dell’isola Capri, Bardi ha 2 figli, uno dei quali è ufficiale della Finanza.

Il neogovernatore cosiddetto uomo di Salvini ha battuto in Basilicata il candidato del Pd (si fa per dire), Carlo Trerotola, farmacista ex missino (suo padre fondò la prima sezione dell’Msi di Almirante in Lucania). Anni fa Carlo Trerotola rivelò orgoglioso: «Non sono mai andato ai comizi, tranne quando c’era Almirante, ogni tanto lo riascolto pure adesso..». In Basilicata non è bastato che il Pd abbia subito l’arresto dell’ex governatore Marcello Pittella, inguaiato in un’inchiesta di raccomandazioni nella sanità e che in nome del garantismo ha finito il suo mandato in novembre.

Quel Pd in Basilicata ha battuto di gran lunga i grillini col loro candidato, Antonio Matta, contrario all’election day accorpato con le europee di maggio e autore di un ricorso accolto dal Tar stilato con i senatori grillini Mattia Crucioli e Arnaldo Lomuti. Un unico giorno di urne che avrebbero comportato un bel risparmio di soldi pubblici, secondo i 5 stelle era illegittimo per “evidente lesione dei principi di democraticità, sovranità popolare e buon andamento della pubblica amministrazione sanciti dalla Costituzione”. Valli a capire certi grillini! Devono aver dimenticato l’indignazione che suscitò sul blog di Grillo la separazione del referendum dall’election day in Lombardia su iniziativa dell’allora governatore leghista Maroni (2011). Ricordo i post del tipo “così sprecate 300 milioni” e le centinaia di commenti grillini contro la casta sprecona. Sono proprio cambiati i tempi.

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Il bimbo amputato e il razzismo leghista

A Marostica il camionista ubriaco investe rovinosamente un bimbo di 14 mesi e la mamma. Sono entrambi ricoverati in ospedale e al bimbo i medici hanno dovuto amputare una gamba.

Il camionista ubriaco non è un marocchino o un nigeriano. Non si chiama Mohamed o Abdullah. Si chiama Pietro Del Santo, è un “venetista” Doc o Dop (visto che gli piace bere), di quelli che la Lega si terrebbe stretti e che rimanda alle pagliacciate veneziane sulla secessione degli anni ’90.

Mamma e bimbo investiti non sono veneti o leghisti. Sono albanesi. Il bimbo si chiama Thiago e la mamma Raiza Terziu. La donna dice ai giornali che «O la legge tiene dentro Del Santo o lo faccio a pezzi. Rimpiangerà il giorno in cui è venuto al mondo». Ha il braccio fratturato e il papà del piccolo è a sua volta ricoverato col polso rotto per aver sfogato la sua rabbia con un pugno sferrato al finestrino del camion dell’ex forcone “venetista”.

Non oso pensare il Can Can che quei pagliacci della Lega avrebbero messo su a parti invertite, (investitore straniero e vittime venete).

No, qui la Lega tace. La figuraccia di un suo elettore ideale (prima gli italiani) non le torna utile ai sondaggi. Rimane tutta nel silenzio anche l’iniziativa della Fondazione Banca Popolare di Marostica Volksbank, che ha aperto un conto corrente per raccogliere contributi a loro favore.

Chissà se inizieranno a donare qualcosa Matteo Salvini e il governatore leghista veneto Luca Zaia. Utopia di un partito che ancora nel 2019 non si può che definire sporco razzista.

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Il macellaio saudita socio alla Scala

Secondo il quotidiano turco Hurryet, il corpo smembrato con una sega del giornalista Jamal Khashoggi, è stato bruciato in un forno per il kebab usato nei locali dell’Ambasciata saudita di Istanbul, dove il collaboratore del Washington Post entrò per ritirare i documenti del matrimonio senza più uscire.

Il mandante di questo delitto medievale ai danni dell’ex giornalista critico col regime di Riad, il principe saudita Bader bin Abdullah, è stato ospite d’onore al Teatro alla Scala di Milano in occasione dell’Attila, che ha inaugurato la stagione teatrale 2018-2019. L’occasione è stata ghiotta per il sovrintendente Alexander Pereira, che per garantirsi il rinnovo dell’incarico previsto nel 2020, ha accolto con entusiasmo il regalo di 10 milioni di euro da parte del principe, che gli permette di entrare nella Fondazione del Teatro alla Scala e prendere accordi con le maestranze per formare il personale teatrale, che dovrà guidare la direzione artistica nei nuovi teatri in fase di inaugurazione a Riad.

Aldilà dell’opportunità o meno di entrare in affari con un esponente di un clan di spietati criminali alla guida di un governo arretrato e monco dei più elementari concetti di democrazia e dei diritti, c’è solo da sperare che il Teatro alla Scala di Milano non diventi a sua volta un patibolo per altre possibili brutali esecuzioni di altri antipatici oppositori del regime saudita.

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Milano, la pagliacciata sul razzismo

Mi ha proprio stupito la quantità di gente che ha partecipato alla marcia contro il razzismo di Milano. Io che credo di avere il barometro delle pulsioni sociali e politiche – davvero – non avrei mai scommesso sul fatto che l’emergenza italiana sia il razzismo così tanta gente. Non riesco a decifrare il pericolo che ha messo in scena la cosiddetta sinistra piddina nel giorno delle primarie dei morti del Partito democratico. I “volti noti” scesi in strada a manifestare contro il “governo razzista”, mi lasciano basito su quanto sia nullo il loro polso sul percorso politico intrapreso dal governo in carica.

Quei sinistri lì (finti, tra un po’ dirò il perché), non hanno recepito il cambiamento avviato dai gialloverdi col reddito di cittadinanza, quota cento, decreto anti-corruzione, taglio ai vitalizi, taglio dei parlamentari, visite ospedaliere più veloci, ecobonus e ecotassa (sì, una buona tassa), e tanto altro ancora. Quel fiume umano che ha invaso le strade di Milano, è la sinistra radical chic. Quella delle Ornelle Vanoni ingioiellate che stanno alla povertà come il partito democratico sta alla democrazia. Quel marasma ossessionato dal nazismo ha perso un’occasione per stare dalla parte dei veri ultimi. E’ stata una pagliacciata, che al confronto il Gay pride pare una parata militare.

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A Torino il Renzi-Grisù spudorato

Ho dato una sbirciata all’incontro per la presentazione del libro di Matteo Renzi a Torino. Mi sono sciroppato il suo discorso tanto per misurarne la faccia di tolla. In estrema sintesi: io se avessi papà e mamma condannati per bancarotta dopo aver fatto fallire società nei debiti, aver distratto oltre un milione di euro, magari senza aver nemmeno pagato i dipendenti (perlopiù negri), non sarei tanto orgoglioso di essere il loro figlio. Aspetterei l’esito dei processi prima di rivendicare la stima per dei potenziali bancarottieri ai domiciliari. Soprattutto aspetterei di farlo in pubblico.

Peggio ancora se gli interessati hanno 70 anni, età che dovrebbe far rima con la saggezza, non un momento per essere considerati dei pericolosi reiteratori di reato costretti al gabbio domestico per gli effetti di una serie di porcherie o furbetterie illegali. Del resto, Tiziano Renzi e Laura Bovoli non sono mica gli unici di quella generazione lì: basti guardare Formigoni, Dell’Utri, Previti, e poi Cosentino, Matacena, Maroni, Galan, Iorio Lombardo (Sicilia), l’alleato turborenziano Verdini, per non dire di Scajola, Brancher, Frigerio, la buonanima di Matteoli, Angelucci… tanto per stare sui principali. Tutti 70enni santi nelle patrie galere a causa di un bel ventaglio di reati e reatucci.

E poi, Renzi dovrebbe farsi qualche domanda: un senatore recordman di autorottamazione politica, ridotto a fare propaganda con un patetico “firma querele” ai danni di un giornalista (Travaglio) per esaltare la nullità dei contenuti di un libro, quali prospettive ha? Da quel discorso trapela solo che Renzi è sul rettilineo d’arrivo della sua avventura politica e anche pubblica. Devo dire, ottimisticamente, assai più veloci delle previsioni.

Come barzellettiere è talentuoso tanto quanto la sua capacità di autorottamarsi: riesce a rendere antipatica la cadenza fiorentina senza mai far ridere in un’ora intera di chiacchiere vuote, benché lui, il rottamatore di sé stesso, cerchi di scimmiottare il piglio comico di Grillo. Insomma, il fascismo sta alla democrazia come Renzi sta alla credibilità. Mi ricorda Grisù, il drago che voleva fare il pompiere. Con oppositori così, il governo SalviMaio ha davanti l’eternità. Poraccio.

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