Su Draghi la Lega dei veleni

I fari puntati sulle strategie del Movimento 5 stelle in vista del voto di fiducia al governo Draghi, hanno messo in penombra i veleni della Lega con le sue ultime contorsioni politiche. Contorsioni clamorose se pensiamo all’incredibile svolta “governista” voluta e orchestrata da leader Matteo Salvini. Il quale, dalla sera alla mattina, ha mandato in soffitta ruspe, pacchi natalizi e citofoni per dirsi disposto a qualsiasi condizione pur di far parte dell’imminente –probabile – governo Draghi. Salvini vuol essere in partita, magari da ministro, e perciò, durante il recente incontro con l’ex presidente della Bce, ha archiviato le sue ambizioni da flat tax, bandite tutte le emergenze immigrati e smesse le bordate contro “l’Europa dei burocrati” e “dei geni di Bruxelles”, con l’odiato euro, che ormai sembrano materia solo per Crozza.

Un’inversione a U, quella di Salvini, favorita dalla caduta del governo Conte 2, a sua volta piegato dal tradimento da parte di Italia viva di Renzi in un momento di macerie economiche lasciate dal coronavirus, che nella Lega ha intaccato come un virus tutti i maggiorenti del partito. Da Giorgetti a Romeo, passando per gli “antieuro” Borghi e Bagnai, fino a Riccardo Molinari, presidente del gruppo leghista alla Camera tanto voluto da Salvini ai tempi delle felpe sovraniste in veste di vicesegretario federale. Tutti “celoduristi” rispetto a qualche leghista più moderato e assai europeista già da tempo.

Del resto, sono storia i diktat di Salvini nei confronti dei non allineati nel partito. Un caso emblematico riguarda la Lega in Piemonte. Nel 2014, il già allora leader del Carroccio commissariò la segreteria per fermare la candidatura di Gianna Gancia, moglie del senatore Calderoli, già presidente della provincia di Cuneo, nonché attuale europarlamentare leghista del gruppo Europa delle Nazioni e Libertà. Erano i tempi dell’allora uscente presidente Roberto Cota, finito nelle stecche del Tar che annullò le elezioni regionali, oltre al processo “mutande verdi”, per il quale Cota è ancora oggi in attesa di revisione della sentenza alla Corte d’Appello dopo una condanna a un anno e mezzo per peculato “bocciata” dalla Cassazione. Gancia fu platealmente ostacolata nella sua scalata alla segreteria piemontese della Lega in favore di Molinari col pretesto del “conflitto di interessi” parentali in quanto legata a Calderoli. Insomma, la Lega a trazione salviniana ha preferito accerchiarsi di “celoduristi” a discapito dei più moderati, di cui Gancia, che ancora a ottobre s’augurava una Lega più europeista e chiedeva conto dei 49 milioni che il partito deve rendere all’erario per l’inchiesta Belsito, è solo uno degli esempi più evidenti e stridenti dei veleni interni alla Lega convertita all’europeismo.

Un europeismo che appare peloso verso il governo Draghi per gli attuali pretendenti alle poltrone, disposti a rinnegare tutta la propria propaganda col solo intento di essere della partita nella ricezione e nella ripartizione degli oltre 200 e passa miliardi del Recovery fund. Lasciando fuori chi prima di loro aveva intravisto e forse previsto la virata europeista del Carroccio.

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Crisi di governo, Quirinale agli ordini delle banche

Alla fine il governo del popolarissimo Giuseppe Conte è stato abbattuto. Sergio Mattarella ha convocato Goldman Sachs – alias Mario Draghi – al Quirinale per consegnare alla Germania (tramite le banche) l’Italia, conferendogli l’incarico di formare un governo non eletto, spiritosamente chiamato “di tutti”. S’intende di tutti i partiti vampiri pronti ad arraffare il Recovery fund.

Del resto l’ordine del Colle è perentorio: “Niente voto” perché c’è la pandemia. Allora perché si vota in Calabria l’11 aprile e anche in 1.300 comuni sparsi in tutta Italia per il rinnovo dei sindaci? Ovvio, perché il Colle si piega alla Bce e alle banche.

Si ripete così il copione di Mario Monti del 2011. Con la sola differenza che oggi Draghi si è già rimangiato tutti i no e “nein” agli inviti e alle ipotesi di avere incarichi politici. Colpa, anzi, merito di Matteo Renzi, che sbandiera la sua vittoria. Col suo partitino “Italia deriva”, ha tradito il giuramento al governo riuscendo a defenestrare gli odiati Conte-Bonafede-Azzolina. Su Facebook si dice soddisfatto e in mezzo a decine di migliaia di commenti iracondi, ringrazia addirittura tutti. Del resto Renzi non può essersi giocato quel poco di faccia che aveva per niente. Sarà debitamente risarcito dal centrodestra e pure dall’indistinta melma centrista di totiani, calendiani, mastelliani eccetera.

Intanto nel giorno del tracollo del governo giallorosso il “grillino” Emilio Carelli ha detto addio ai 5 stelle per confluire vicino a Salvini. L’ex direttore di Sky tg24 è il 57esimo voltagabbana di questa legislatura, frutto delle scelte sciagurate dell’ex capo politico Luigi Di Maio. Troppo giovane per ricordare che Carelli deve la sua fama per essere stato l’anchorman di punta del Tg5 di Berlusconi negli anni d’oro. Carelli, come Paragone De Falco e altri voltagabbana, fu infilato in lista senza passare dai meet-up e dal voto della base.

Ed è anche grazie ai voltagabbana se il Quirinale azzarda una mossa anti-democratica  affidando il Paese alle banche anziché alle scelte del popolo sovrano. Non resta quindi che sperare in un barlume di coerenza da parte dei deputati e dei senatori grillini, piddini e della sinistra, visto che a destra sembrano decisi alle urne.

Devono opporsi in modo netto all’idea Draghi e chiedere il rinvio di Conte alle Camere per il voto di fiducia. Se sfiducia sarà si tornerà al voto. Anche l’11 aprile. Basta volerlo e rispettare le regole democratiche.

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Trattativa su Report, Grasso che cola

“Una puntata così non può restare senza conseguenze”. Cade dal pero il critico televisivo Aldo Grasso sul Corsera dopo aver visto la puntata di Report dedicata alla Trattativa Stato-mafia.

I collage trasmessi su Rai 3 durante le 2 ore di trasmissione, non so quanto abbiano convinto il telespettatore medio, abituato a gossip e a veline dei tg senza approfondimento. Per afferrare i personaggi citati e i collegamenti bisognava purtroppo conoscere la storia del nostro Paese e aver letto almeno una decina di libri sul tema. Solo in quel caso sarebbe stato possibile non perdere il filo della matassa che lega i Dell’Utri con i Graviano, le stragi da Bologna a Palermo, gli attentati ai luoghi d’arte, la Loggia P2, i servizi segreti, i ruoli dei vari Cossiga, Carboni, Gladio, i testimoni scomodi eccetera.

Report ha citato nomi e circostanze che di certo a molti telespettatori avranno detto poco o nulla. Sarà che l’incedere televisivo ha i suoi bisogni di sintesi, sarà che l’argomento trattato da Sigfrido Ranucci meriterebbe almeno 5 puntate per raccontare tutto meglio e più approfondito… Resta che i Paolo Bellini, i Bruno Contrada da un lato e i Di Matteo, gli Scarpinato e i Genchi dall’altro ne escono con una par condicio monca di tante vicende e tanti indizi che comporrebbero più chiaramente il mosaico portato a galla dal processo sulla Trattativa ancora in corso.

I 5 milioni di dollari del venerabile Gelli donati alla destra eversiva per fare gli attentati di Bologna e altri. L’allora procuratore di Bologna Ugo Sisti ospite nell’albergo del papà del Nar Bellini proprio la sera dell’attentato per il quale sono ancora in cella Mambro, Fioravanti e Ciavardini…

Tre sole cose mi hanno sorpreso della puntata. Primo: la testimonianza rubata (a sua insaputa, pare) a Salvatore Baiardo, che ha favorito la latitanza dei fratelli Graviano, intervistato di nascosto a Omegna. Il quale ha fatto cenno col capo di aver visto più volte Berlusconi incontrare i fratelli Graviano all’isola di San Giulio nel lago d’Orta (Giulio come Andreotti). Testimonianza che potrebbe avere un certo peso processuale, visto che le frasi “rubate” in cella a Graviano sono già assai chiare sul merito degli incontri per ottenere i miliardi destinati alle opere edilizie dell’allora rampante Silvio e per la sua successiva discesa in campo con Forza Italia.

Secondo: l’intervista al “leghista” Ferramonti, secondo cui Gianfranco Miglio, ideologo storico della Lega Lombarda, ha fatto da “regista” ai fondatori del primo vero movimento secessionista italiano sorto nel giugno dell’89, ancora prima di Bossi: la Lega meridionale. Che con altri movimenti similari doveva costituire l’ossatura per la costituzione di uno Stato indipendente del Sud, più propriamente siciliano. Che si desse una legislazione meno punitiva nei confronti della mafia e dei suoi metodi.

Terzo: la descrizione del banchiere-lobbista De Chiara, una sorta di Bisignani degli anni “da bere”, che si muoveva nelle quinte dei rapporti tra la massoneria, i servizi, e le teste calde dell’estrema destra dell’epoca.

Insomma, una puntata abbastanza illuminante per chi sull’argomento Stato-Mafia è allenato, informato e con buona memoria nel mettere in fila cronologica gli attentati e il comportamento di alcuni politici dell’epoca. Non propriamente farina per il sacco del critico Aldo Grasso, che giudica l’argomento “spinoso” e intriso di moralismo perché la recente assoluzione di Calogero Mannino “darebbe un quadro differente da quello raffigurato da Report”.

Ebbene, l’assoluzione di Mannino, per citare il parere dell’ex procuratore antimafia Giancarlo Caselli, uscito dal processo col rito abbreviato, è avvenuta perché negli anni è cambiato l’orientamento giurisprudenziale del reato di concorso. Nel caso specifico, prima che la Cassazione rinviasse alla Corte d’Appello la condanna inflitta al politico, bastava provare l’esistenza di un patto tra la mafia e l’accusato. Ora per condannare il concorso serve il “ritorno” in termini incidenti (soldi, favori o simili). Che nel caso di Mannino non sarebbero emersi. Resta però accertato il patto. Che può non avere rilevanza processuale, ma la dice lunga su che rapporti ci fossero tra pezzi dello Stato e la mafia.

Questo basta e avanza per non dare adito ad Aldo Grasso. Che anziché spronare altre puntate sul tema, si lagna sull’opportunità di fare trasmissioni così. Insomma, fa più ridere se scrive di tivù gossipara anziché di tivù’ d’inchiesta.

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Mingo condannato, tapiro a Ricci?

Smascherò Gino di Noicattaro e Marcello di Modugno, finti assicuratori che rilasciavano polizze false, la manager Paola di Turi che chiedeva sesso ai suoi aspiranti collaboratori e Girolamo di Cassano Murge, agente interinale che offriva posti di lavoro in cambio di soldi e autore addirittura di una finta aggressione al “giornalista”. Tutti servizi venduti come scoop tra il 2012 e il 2013 dall’inviato di “Striscia la notizia” Domenico De Pasquale, in arte Mingo, ma che in realtà erano farlocchi. Interpretati da attori ingaggiati all’insaputa della redazione di Striscia la notizia.

Perciò Mingo è stato condannato a 1 anno e 2 mesi dal Tribunale di Bari per truffa e simulazione di reato. Condannata anche la moglie, Corinna Martino, titolare della Mec Produzioni (di cui Mingo era socio), che aveva realizzato i video e poi venduti al tg satirico di Canale 5. Martino è stata condannata per truffa e falso. La condanna prevede anche il risarcimento a Mediaset dei proventi ottenuti con l’inganno: 160 mila euro per l’intera stagione oltre ai 21 mila euro di compensi divisi tra l’inviato, gli attori e i figuranti. Ignaro di tutto invece l’altro ex inviato, Fabio De Nunzio.

Mingo è stato condannato anche per diffamazione nei confronti dei produttori di Striscia, che in dichiarazioni pubbliche furono indicati come gli ideatori dei falsi scoop. Mentre si valutano le posizioni di altre 4 persone, tra cui 3 giornalisti che in tribunale avrebbero testimoniato il falso, ci sono un paio di considerazioni da fare su questo caso.

La prima è di carattere deontologico: Mingo si è inventato degli scoop patacca col solo obiettivo di guadagnare il più possibile, e di sollecitare l’opinione pubblica a danno di una terra, la Puglia, dipinta come luogo di furbi, ingiustizie e disservizi assai più di quanto possa esserlo nella realtà. Lo ha fatto travestendosi lui da primo truffatore in un programma confezionato per stanare i truffatori.

La seconda considerazione riguarda l’organizzazione della redazione di Striscia. Si sono lasciati abbindolare da un finto inviato, che con coraggio vero, ha preso in giro in modo plateale e anche continuativo Antonio Ricci, la produzione di Striscia, i 9 autori e ovviamente i telespettatori. Insomma, Staffelli ora il tapiro dovrebbe darlo proprio ad Antonio Ricci e fare pubblica ammenda per i clamorosi buchi presi negli anni.
E per ultimo, se volessero, toccherebbe ai cittadini pugliesi fare una class action contro Mingo, e quindi contro Striscia per danno d’immagine. Quanto meno quelli dei Comuni oggetto dei finti scoop.

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Conte metta ai voti gli strilli del Renzi-nulla

La pandemia che manda nel baratro economico l’Italia. Il governo – costretto a rimanere nell’euro – che dopo coraggiose trattative con l’Europa ottiene il “fondo di ristoro”, cioè il Recovery fund nell’ordine di 209 miliardi complessivi. Soldi che dovranno riequilibrare il sistema e dare fiato a milioni di cittadini che hanno perso il lavoro e che con tutta probabilità non saranno sommati al debito pubblico già irrecuperabile di suo (quello italiano ha sforato i 2.500 miliardi).

Ora che il premier Giuseppe Conte – ne ha facoltà – vuol assegnare a 6 manager la responsabilità del destino di questi fondi, arriva un senatore perdente, figlio di una famiglia di condannati per fatture false e implicato in indagini sui fondi della sua fondazione (Open). Senatore a capo di un partitino inesistente di senatori altrettanto perdenti, formatosi durante il governo in carica per darsi visibilità sui giornali e in tv con la promessa di condividerne i programmi.

E che fa questo senatore perdente che risponde al nome di Matteo Renzi? Va in Senato, strilla sfiducia per i piani del governo e minaccia di farlo cadere. Apre la crisi. Dopo la sceneggiata in Aula in favore di telecamere nazionali, il senatore perdente ribadisce la sua intenzione di mandare all’aria tutto in un’intervista al quotidiano spagnolo “El Pais”.

Il premier Conte che fa? Finora ha incassato in silenzio i dolorosi colpi di destri e sinistri com’è sua abitudine fare: lasciar sfogare e cercare di trovare una sintesi per andare avanti. Tuttavia ora il vaso sembra davvero colmo. Conte dovrebbe sfoderare la sua franchezza come fece ai tempi della sfiducia da parte di Salvini e mettere alle strette il Bomba di Rignano. Andare in Aula e chiedere schietto: “Non ti fidi delle mie prerogative di premier?”, “Hai timore che io nomini 6 manager che s’intascano qualcosa?”. “Vuoi tu Renzi uomo politicamente fallito, essere della partita per mettere qualche tuo uomo o donna alla Carrai-Boschi a guardia del tesoretto miliardario che serve a un Paese avviato alla fame?”. “Mi vuoi sfiduciare? Fallo di fronte all’Italia e io me ne torno a fare l’avvocato”.

Questo è il Giuseppe Conte che dovremmo aspettarci. Invece il premier si mostra restio a prendere di petto i capricci in “volgare” chiacchierone del senatore etrusco. Conte sembra addirittura voler tornare al lockdown tra comuni nei giorni di Natale per non urtare i gargarismi del Pd e del mimistro della Salute Speranza.

Insomma, a differenza dei tempi di Salvini, Conte appare meno determinato. Eppure dovrebbe provare, Conte, a smascherare il senatore castoro con lo sguardo da pesce lesso. Dovrebbe chiedere la fiducia in Aula e s’accorgerebbe che i quattro ciambellani di Italia viva non seguirebbero il loro capo-villaggio per uscire dal parlamento senza essere rieletti e tornare a cercarsi un lavoro.

Conte ha un’occasione di mettere ai voti la baldanza del senatore-nessuno. Di provare a umiliarlo sul tabellone rosso per ridurlo a una macchietta quale Renzi è. Forza Conte! Che di chiacchiere ne abbiam sentite già troppe.

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Covid, affare da paura di massa

Il Covid tiene banco su giornali e tv da ormai 6 mesi con aggiornamenti estenuanti e titoli ansiogeni. Tra seconde ondate, mutazioni virali, lockdown sì-no, mascherine a scuola, in discoteca e al cesso, assistiamo al nuovo incremento di positivi al virus, grazie all’aumentato numero di tamponi quotidiani. A differenza di 6 mesi fa, però, non c’è più quel famoso 15% di malati bisognosi di terapie intensive a rischio di morte.

L’emergenza dei malati gravi è finita perché l’approccio di cura al Covid è cambiato. L’anticoaugulante somministrato ai sintomatici scongiura (quasi) sempre il peggioramento della malattia. Perciò il Covid non è più mortale come prima. Anzi, non lo è quasi più. Ecco allora che l’obbligo ancora in atto dell’uso della mascherina di sera tra la gente, o nei luoghi pubblici al chiuso appare ridicolo. Ridicolo, ma imposto dal decreto di governo che segue le indicazioni del Comitato Tecnico Scientifico. Secondo cui un virus non vaccinabile impone misure di sicurezza di prevenzione a tutela della salute pubblica.

Ed è in questo limbo di assurdità – tra l’esagerazione delle misure rispetto al pericolo reale – che la destra ci sguazza e organizza una manifestazione sabato prossimo a Roma. Lo slogan sarà contro il governo “schiavo dei poteri forti”, che imporrebbero la paura di massa per danneggiare l’economia ed aumentare la povertà. Ci sguazza Vittorio Sgarbi che da sindaco di Sutri addirittura fa multare per delibera chi circola nel territorio comunale con la mascherina. Che in tempi normali potrebbe essere considerata alla stregua di un indumento che impedisce il riconoscimento tipo un burka. Quindi sanzionabile e/o perseguibile.

Il governo Conte, seguendo le rigide tabelle dei medici, presta il fianco a un’opposizione sterile, che in questo caso tutti i torti non ha. Basta dare un’occhiata ai numeri di malati di tumore – riferiti solo all’anno scorso – pubblicati dal Ministero della Salute, per rendersi conto di quanta mistificazione ruota intorno al coronavirus.
I dati del 2019:
371 mila diagnosi di tumore in Italia, (196.000 uomini e 175.000 donne), con una media di 31.200 al mese, 1.016 al giorno.
Di questi, colon-retto (49.000 – 134 al dì), polmone (42.500 – 116 al dì), prostata (37.000 – 101 al dì) vescica (29.700 – 99 al dì).
In crescita il tumore della mammella nella donna e, in entrambi i generi, quelli del pancreas, della tiroide e i melanomi.
Di quei 371 mila casi, solo il 5,3% sopravvive ai 5 anni dalla diagnosi. Significa che sul dato 2019 sopravviveranno in 19.000, mentre 352.000 moriranno. Ossia, MILLE VITTIME AL GIORNO.
Questi dati dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica-AIOM, hanno numeri che al confronto il coronavirus è una ridicolaggine. Di Covid ormai si muore meno che per un’influenza vaccinabile (è sparito il famoso 15% di bisognosi di terapia intensiva).

Pensiamo un po’ cosa succederebbe se il plotone di giornali e tivù desse anche i numeri dei tumori, in crescita negli anni e soprattutto costanti nel tempo.

Alla luce di questi dati, è fin troppo facile capire quanto siano ancora ridicole e sproporzionate le misure in atto in tema di mascherine.

La vera pandemia resta la paura.

PS Dimenticavo di dire che nei 3 mesi di lock-down ospedaliero, 93.000 malati di tumore in Italia hanno avuto la diagnosi tardiva perché bisognava curare il coronavirus. Con buona probabilità che anche quel 5% salvabile in quel periodo non si salverà. Un’ecatombe silenziosa a fronte di 35.000 morti di virus quasi tutti anziani e/o malandati.
Buona fifa a tutti.

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La mia lettera a Facebook contro la censura

La censura di un post sui miei profili Facebook è avvenuta solo perché un branco di frustrati senza argomenti ha segnalato i miei testi come “incitatori d’odio razziale”. Alla luce di ciò, e a tutela della mia reputazione, pubblico il testo della lettera che ho inviato al team del social network, visto che pare evidente come questi, non sappiano distinguere il diritto di cronaca e di critica dall’incitamento all’odio razziale, che è ben altra cosa.

Buongiorno, contesto la vostra decisione di impedirmi la pubblicazione dei contenuti sul mio profilo personale e sulla mia pagina pubblica denominate nell’oggetto per 30 giorni.

Il post che avete censurato, quello sull’elenco dei carabinieri arrestati, è una notizia di cronaca di pubblico dominio che non incita all’odio.

Il diritto di espressione e di critica è sancito dalla Costituzione italiana all’articolo 21.

Nel post censurato si evidenzia che proprio nelle aree dell’Italia ad alta densità delinquenziale, si concentri la totalità della provenienza degli agenti coinvolti nei gravissimi fatti di violenza documentati da un’inchiesta in corso a Piacenza.

Nelle frasi del post non ci sono incitazioni all’odio razziale. C’è semmai uno spunto alla riflessione e un incitamento – questo sì – alla revisione dei metodi di selezione e di reclutamento delle forze dell’Ordine, che in Italia evidenziano un ingiustificato squilibrio in favore di determinate aree geografiche del Paese.

In virtù di quanto esposto, chiedo la ri-pubblicazione del post e l’annullamento delle “penalità” di reputazione a mio carico che hanno portato al blocco dei 30 giorni, dato che in nessuno dei miei post ci sono riferimenti alla razza.

Al contrario, trovo singolare che la vostra policy non censuri o denunci tutti quei profili che deliberatamente insultano e diffamano nei commenti senza motivare le loro ingiurie.

Se mia richiesta non avrà esito positivo entro 48 ore, sarò costretto a ricorrere a vie legali con richiesta di risarcimento danni, dato che la mia attività giornalistica si avvale dei social network per la diffusione dei contenuti informativi e di opinione, supportata da una consolidata reputazione pubblica costruita in anni di attività giornalistica credibile e dimostrabile dai fatti.”

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Mi scuso con lo standard dei benpensanti

Chiedo scusa se non ho riconosciuto che il pizzo è un’usanza tipicamente della Serenissima, che il racket è proprio della Val Brembana, che i clan Gambino, Fidanzati, Caruso, Lampada o Barbaro sono nomi d’arte di Locatelli, Rota, Brambilla Ravasio e Colombo. Mi scuso perché la mafia non esiste, o se esiste “bisogna conviverci”. Mi scuso se i milioni di impiegati pubblici sono Lombardo-veneti, mentre muratori, carpentieri e partite Iva si concentrano nel triangolo Ragusa-Enna-Messina: città famosa per le corse ippiche clandestine sulla strada per Ganzirri che ci invidia tutto il mondo, e che la Snai farebbe carte false per averle da quando hanno chiuso il Trotto di Milano.

E che dire di quel sogno proibito di ogni bresciano di fare i bagagli per stabilirsi a Gela o a Brindisi, dove sceglierà cosa fare per impiegarsi pagato in regola, e soprattutto a tempo indeterminato! Mica come quei Forestali convertiti in carabinieri, (più numerosi dei cinghiali) tutti al lavoro tra il Monviso e le Dolomiti a caccia di covi di escursionisti, mentre la Sila brucia perché lì sono tutti ingegneri ambientali a loro agio , in una Calabria con 800 chilometri di costa attrezzata da fare invidia a Rimini.

Nel precisare che i Casalesi sono del Monferrato e Mondragone l’ho confusa con Monfalcone, ammetto che è una fissa da nordista del cazzo quale sono io la strage quotidiana di agguati armati nei mercati di Napoli. S’ammazzano per i progetti green, mica per la droga. Per non dire le migliori tipografie di falsari ad Alzano Lombardo, mica ad Arzano di Napoli!. Ho nostalgia di quando stavo a Bergamo dove pagavo ogni giorno il parcheggiatore abusivo che aspirava la esse. Che bei ricordi i bimbi vedette della camorra, gelosa tradizione del tratto padano della via Francigena.

Avete fatto bene voi, branco di civilissimi energumeni da tastiera, a insultarmi e a minacciarmi per quello che ho scritto e che poi Facebook ha rimosso con tante scuse (in foto). La policy del social non censura la vostra fogna di sfoghi senza contenuto perché la censura si produce con i click. Nessuno di voi ha mai visto una discarica abusiva (sono tutte a Trento e Val di Non). Le cicche che volano dai finestrini, le famiglie intere in moto senza casco e il pizzo al clan sono rappresentazioni della Val d’Aosta nelle ridanciane fantasie del Teatro di Napoli. Che notoriamente è finzione.

Perciò mi scuso se la verità fa male. Mi scuso se ve ne siete andati dal Meridione. Mica per codardìa e arrendevolezza! Ve ne siete andati per pietas nei confronti di chi nella vostra Terra investe e valorizza l’economia turistica a discapito di Ilve ed ecomostri. Mi scuso io per voi nei confronti di quei Meridionali delinquenti che si sono ribellati all’inciviltà e al sopruso delle mafie, e che vivono sotto scorta perché troppi pezzi dello Stato sembrano collusi (ovviamente tutti di provenienza emiliana ed etrusca). Voi non ne sapete nulla, certo, avete preferito piegarvi al sistema, arrendervi, o votare da codardi qualcuno che vi avesse garantito il posto fisso di Stato (divisa compresa). Non c’è traccia di indagine sui criteri di scelta dei militari da arruolare. Conosco un carabiniere daltonico, figlio di un ex militare che mi ha chiesto l’anonimato per pietà. Lo accontento.

Mi scuso se alla luce dei fatti sono libero di pensare che nascere e crescere in aree disagiate è più probabile diventare delinquenti che non nascere e crescere in un ambiente civile dove lo Stato è presente, efficiente, non rappresentato da 6 disgraziati in divisa, che gli hanno chiuso una caserma intera perché invece che tutori della legalità usavano metodi da narcotrafficanti in una città notoriamente arretrata come Piacenza.

L’avete buttata in caciara con la razza, ma la razza non c’entra nulla. C’entrano la mentalità , il grado di cultura civica, capire quel che si legge e non arrabbiarsi col dito che punta la luna. Ditelo a quelle associazioni che mi vogliono denunciare per razzismo. Dite loro che l’articolo 21 della Costituzione garantisce la libertà di espressione e di critica, al pari di chi sostituisce la lucidità di narrazione con la saliva al culo.

Mi scuso se ho scritto e detto che quei 6 erano tutti Meridionali! Mi scuso se non ho specificato che quei 6 carabinieri rappresentano l’ultimo esempio di riscatto del Sud benpensante e caciarone della Rete.
Falcone, Borsellino, Fava, Dalla Chiesa, Chinnici e Don Puglisi vi vanno una pippa.

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