Strenziate nel Paese dei balocchi

copertina libro STRENZIATE

E’ disponibile il libro “Strenziate nel paese dei balocchi” edito da Ferruccio Arnoldi in versione cartacea e tra pochi giorni da “Adagio” in versione ebook. Qui il sito per gli interessati. Di seguito, la prefazione.

Cominciamo subito col dire che scrivere questo compendio sul premier Matteo Renzi, ha significato non trovare sponde di appoggio. Aleggia, infatti, un misterioso alone di timore attorno all’ex sindaco di Firenze cooptato a Palazzo Chigi per fare il presidente del Consiglio non eletto. Il timore di tanti giornalisti, narratori, cantanti, registi e pure quello di tante case editrici. Il premier fiorentino svetta su tutti i giornali e su tutte le televisioni per diffondere messaggi rassicuranti e quasi sempre ottimisti. Basa la sua strategia politica sulla comunicazione, prima che sui contenuti. E’ comunque un premier giovane, dalla parlata spigliata nonostante quella “esse” sonante, tanto sonante da mandare i microfoni in impedenza. Matteo Renzi è la nuova speranza dell’Italia. O meglio, conoscendo un po’ il personaggio tramite le sue frasi, Matteo Renzi pare più la nuova speranza del potere costituito. Quello finanziario, bancario e di una certa classe dirigente abituata a vivere di rendite di posizione. Non si spiegherebbe altrimenti l’ascesa di un politico che nel volgere di pochi anni è passato dal presiedere un’anonima istituzione, quella della provincia, a Firenze, fino a Palazzo Chigi attraverso un mandato incompiuto di sindaco del capoluogo toscano. E’ vero che Matteo Renzi ha vinto le primarie che lo hanno arruolato segretario del Partito democratico, ma quel che più conta è che Renzi si ritrova presidente del Consiglio dei ministri senza essere passato dal voto popolare. Non solo da quello. Ma neppure da un voto di sfiducia in aula al premier precedente, Enrico Letta, nominato a sua volta dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano dopo che il primo premier incaricato delle elezioni politiche del febbraio 2013, Pier Luigi Bersani, non era riuscito a formare un governo col Movimento 5 stelle. Colpa, si dice, dei tre schieramenti politici che hanno avuto più o meno consensi equi alle urne e che non hanno potuto creare una maggioranza comune: il Pdl di Silvio Berlusconi, il Pd del neo segretario Matteo Renzi e il M5s del duo Beppe Grillo- Gianroberto Casaleggio. Tre forze politiche diverse per ideali di origine, completamente dissimili dal Movimento di Grillo, ma due facce della stessa medaglia di potere il Pdl e il Pd. Tanto che alla fine, questi due partiti, sono stati costretti ad allearsi per non rischiare di tornare alle urne e vedersi ulteriormente decurtati i voti dal Movimento 5 stelle. Hanno preferito costringersi a spacciare la loro insana alleanza sotto l’egida delle larghe intese, sancendo così alla luce del sole ciò che in passato è stato mascherato di finta e complice opposizione e contrapposizione. Matteo Renzi è il trat-d’union tra Silvio Berlusconi e la sinistra socialista e democristiana. E’ il cantore della novità gia vista, il rottamatore che ricicla, il pacifista della pacificazione frammentata in mille rivoli di guerra. Quello contro le correnti di partito tranne la corrente renziana. Matteo Renzi è colui che si prefigge di rinnovare la classe dirigente con i vecchi schemi dell’apparato di rappresentanza. Quello che non interagisce con il territorio e con i circoli, bensì con i poteri forti che possono garantire pacchetti di voti. Renzi è il narcisista due punto zero che s’indora di teconologia e di multimedialità per darsi un tono rivoluzionario, ma che nei fatti rimane abbarbicato al rito degli incontri a porte chiuse e degli accordicchi sottobanco. Più che rottamatore, Renzi ha dimostrato finora di essere un rottam’attore. Di rivoluzionario ha certamente dispensato fiumi di parole e di promesse. Ma dopo quasi tre mesi di premierato, il fenomeno Renzi si è palesato una montagna che ha partorito il topolino. Ha pensionato tutto il vecchio partito soltanto a parole. L’odiata Rosy Bindi è tuttora nel Parito Democratico a presiedere la Commissione antimafia del governo Renzi. Massimo D’Alema che era in predicato di candidarsi alle elezioni europee, è rimasto saldamente al timone della sua corrente dem, che di voti, al partito di Renzi, ancora pare portarne. Dario Franceschini, quello che Matteo Renzi chiamava “vicedisastro”, è addirittura diventato ministro dei Beni culturali del governo Renzi. Senza contare i ministri di centrodestra che devono la loro carriera a Silvio Berlusconi: Maurizio Lupi e Angelino Alfano su tutti. Il primo, già ministro dei governi Berlusconi e poi del governo Letta, è rimasto ministro delle Infrastrutture, per altro indagato. Il secondo, da Guardasigilli e padre-padrino del famigerato lodo Alfano bocciato dalla Corte costituzionale, è rimasto titolare del dicastero al Ministero dell’Interno esattamente come lo era stato con l’ex premier Enrico Letta. L’unica vera rottamazione a cui finora abbiamo assistito da parte di Matteo Renzi, è stata quella delle promesse. Da “una riforma al mese”, passando per “Cambio l’Italia, non tre ministri”, il governo Renzi pare implodere nella tanto temuta “palude”. Una poltiglia di correnti politiche disunita e disorientata dal fenomeno Grillo, che non va d’accordo su niente a meno che non si continui col vecchio metodo dei favori ai soliti. Lo stiamo vedendo con la legge elettorale, l’Italicum, che sarà uguale se non peggiore del Porcellum bocciato dalla Corte costituzionale. Lo stiamo vedendo anche con la riforma del lavoro. Il Job act di Renzi, salvo miracolosi stravolgimenti, sarà l’ennesimo suggello alla precarietà e alla flessibilità per una classe di lavoratori sottopagati, parte dei quali vengono lusingati dall’idea di vedersi aumentare lo stipendio mensile di ottanta euro. Che fino a prova contraria, non gode di adeguate coperture finanziarie.
Ecco, più che una novità, Renzi appare l’incantatore di serpenti utile alla causa dei partiti. Quelli in procinto di presentarsi alle elezioni europee come se fossero un test nazionale, per cercare di ottenere un consenso superiore a quello del Movimento 5 stelle. Vera preoccupazione di quell’establishment che Renzi difende con i suoi show. Del resto non basta piazzare otto donne in altrettanti ministeri che non sono ministeri chiave, giacché otto rondini non fanno primavera. La Pinotti alla Difesa non rappresenta un punto di rottura se non ha il potere di mettere un veto sul vergognoso spreco miliardario per i Caccia F-35. Rappresenta, bensì, la continuità del passato. Quella che Renzi chiamava discontinuità nei giorni in cui diceva pure che voleva fare soltanto il sindaco, ma che in realtà stava scalando palazzo Chigi con la complicità di Giorgio Napolitano. Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, non può essere annoverato tra i simboli del nuovo che ha rottamato il vecchio. Padoan è un vecchio burocrate dell’Europa di Mario Monti, un grigio funzionario dell’Ocse che era già stato in predicato di andare al Ministero di Via XX settembre sia con Letta, che con Monti. Il ministero dell’Economia è quello al quale gli altri ministri vanno a battere cassa. Se in tempi in cui non ci sono soldi, quello stesso ministero non può soddisfare le richieste finanaziarie degli altri ministeri, non si capisce quale apporto nuovo possano dare una ministra Boschi o una ministra Madia.
In questa fase storica nella quale l’Italia è ammanettata all’Europa dell’austerity, al Fiscal compact, ai trattati internazionali, alla moneta unica e al rigore dei conti in ordine che si traducono in tagli lineari ai servizi essenziali per la sopravvivenza del tessuto sociale, abbiamo la solita macchina mediatica ridotta a ruolo di ufficio stampa del potere. Ci sia Berlusconi, ci sia Renzi, quotidianamente giornali e televisioni ci propalano passivamente le dichiarazioni e le reazioni dei politici, senza piglio critico, e soprattutto senza fare uso della memoria. Una dichiarazione del premier attuale che è esattamente il contrario di ciò che lo stesso premier diceva tre giorni fa, non provoca nessun rigurgito di dovere di cronaca. Il Paese è narcotizzato dalle dichiarazioni fritte di una classe politica screditata, corrotta e non votata, ma che è espressione del potere precostituito. In questo momento Matteo Renzi ha l’appoggio del potere finanziario e delle banche. I giornali e le televisioni che sono l’espressione di questi poteri, non sono messe in condizioni di fare da volano alla consapevolezza sociale. Ecco allora che l’Italia se si vuole informare deve ricorrere a Internet o ai libri.
Questo piccolo libro è uno di quelli. E’ un compendio di dichiarazioni di Matteo Renzi che ne riassumono la personalità arrivista, narcisista e adatta a un Paese di politici clown, dove l’apparente autorevolezza dev’essere direttamente proporzionale all’inconsistenza personale e politica del soggetto che si presta al ruolo. A un politico europeo, una dichiarazione contraria alla precedente, costa solitamente il posto nell’istituzione che rappresenta e anche la carriera politica. In Italia, invece, oltre a far merito le indagini e le condanne, è importante comunicare. Non importa cosa. L’importante è fare della chiacchiera e della dichiarazione la propria bandiera distintiva. Merito che a Renzi va riconosciuto in toto. Il potere è dalla sua parte. E i giornali gli fanno campagna elettorale in prima pagina spacciando gli annunci per cosa fatta e i sondaggi di voto come fossero i risultati delle elezioni a urne chiuse. Ho scelto di dividere le dichiarazioni di Renzi per argomenti e per persone. Si parte dal capitolo dedicato alle sue promesse fin dai tempi di quand’era un sindaco rampante che faceva le pulci ai vertici del Pd di allora, e si passa attraverso una ricca raccolta di battute a effetto degne di un Paese abituato a vent’anni di berlusconismo. Quello del contratto con gli italiani, per intenderci. Troverete divertente leggere il Renzi modesto e il Renzi superbo, il Renzi saggio e il Renzi simpatico, senza tralasciare il Renzi dei moniti. Un capitolo è dedicato alla parata di dichiarazioni sulle primarie, dove noterete le incredibili virate dell’ex sindaco di Firenze. Dove dice tutto e il contrario di tutto, compresa la legge elettorale. Troverete il Renzi e il suo contrario sui temi dell’economia, sui temi del lavoro e anche le immancabili battute in lingua inglese che sono un altro spaccato di politica vecchio stampo, quella dell’effetto audio dietro il quale c’è il vuoto assoluto. C’è da ridere anche a leggere le dichiarazioni che svelano il personalissimo senso di legalità del premier rottamatore. Il capitolo “polso istituzionale” dà l’idea di quanto berlusconismo ci sia nel Renzi di sinistra. A tal proposito non dimentichiamo che se anche nessuno ci fa caso, i sedici ministri del suo governo vìolano la legge Bassanini che ne impone al massimo dodici. Da incorniciare anche le iperboli di Renzi sui protagonisti della vita politica italiana: uno su tutti Silvio Berlusconi. Senza dimenticare le incredibili virate sul suo predecessore a Palazzo Chigi Enrico Letta, Pier Luigi Bersani, Massimo D’Alema, il ministro del governo Renzi Dario Franceschini, Walter Veltroni. E poi Nicola Zingaretti, Nichi Vendola, Angelino Alfano (anche lui ministro del governo Renzi), e le frasi sul Partito democratico. Ci sono le sparate di quando Renzi fa parte del vivaio di giovani rampanti, fino alle massime di quando Renzi agguanta il vertice del partito con la poltrona di segretario. Che, ricordiamolo, è incompatibile con quella di premier. Lo dice lo statuto del Partito democratico. Ci sono le virate sull’Udc di Pier Ferdinando Casini, dimostrate dall’attuale carica di ministro dell’Ambiente a Gian Luca Galletti, uomo proprio di Casini. Ci sono le virate su Beppe Grillo e il Movimento 5 stelle, le frasi opportuniste su Mario Monti, sulla Giustizia e sul mondo della Finanza alla quale Renzi deve probabilmente il suo posto di premier non eletto. Ci sono anche frasi dove Renzi ha mantenuto una certa coerenza. Quelle su Giorgio Napolitano, benché di recente abbia convocato al Quirinale soltanto il ministro Padoan e non Renzi, e quelle sulla religione. Renzi rimane un cattolico-catodico malgrado la condanna in primo grado che la Corte dei conti gli ha comminato per danno erariale quand’era presidente della provincia di Firenze. E malgrado la cricca di amici e parenti di Renzi che detiene gli appalti con le partecipate del comune di Firenze e gestisce l’informazione locale fiorentina. Renzi, un piccolo Berlusconi, insomma. Che di buono per tutti, finora, ha soltanto la parola. Che dice poco o nulla. Leggere per credere. E per ridere.

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