Il M5s Favia nel tranello tivù

Noto che ormai da qualche giorno, i quotidiani (in particolare Repubblica dapprima sull’edizione locale di Bologna e oggi sull’edizione nazionale), nella penuria di notizie che caratterizza i periodi di ferie, batte il chiodo sui soldi che i consiglieri emiliani, dando fondo alle disponibilità finanziarie dei singoli gruppi politici, pagano ai canali locali per apparire in tivù a parlare. La notizia, che notizia non è, ha risalto in quanto anche il Movimento 5 stelle compra gli spazi televisivi “contro l’appello di Grillo ad andare in tivù”. Sempre che già questo non basti a dimostrare che Grillo non impone ordini agli eletti sulla presenza in tivù, credo vadano fatte alcune considerazioni sul tema, proprio per non prestare il fianco alla stampa di regime di attaccare il Movimento su una non notizia.

La prima considerazione riguarda l’utilità della tivù come mezzo per far conoscere la propria attività politica e il proprio pensiero sulle varie tematiche sociali. Dunque, è utile andare in tivù o no? A mio avviso, in questa fase, lo è ancora. Innanzitutto perché con la tivù si raggiunge un’importante fetta di pubblico anzianotto digiuno di Internet, oltre che una considerevole fetta di 40enni senza computer in casa. Poi perché, per un eletto, la popolarità di massa che la tivù è ancora in grado di dare, contribuisce purtroppo ad aumentarne la credibilità. Nel caso specifico dei consiglieri regionali emiliani, Giovanni Favia del M5S, ha dichiarato che sono circa 200 gli euro mensili attinti dal fondo di partito per “fare informazione in tivù senza essere interrotto“. Soldi rendicontati sul sito del movimento che, secondo le valutazioni del consigliere, gli consentono di aprirsi a una fonte tradizionale di visibilità che, come dovrebbe essere chiaro a tutti, non ha scelto lui di pagare. Bensì sono le tivù che, nonostante prendano già fondi pubblici all’editoria al pari dei giornali, impongono un tariffario per la diffusione dei loro programmi.

Qui entriamo in un altro labirinto, che è quello della regola del mercato e dei costi di gestione di una tivù. A rigor di logica, in un regime di libero mercato, una tivù – come una qualsiasi azienda editoriale – dovrebbe reggersi con la pubblicità, oppure con quote di finanziatori privati indipendenti. Sappiamo purtroppo che non è così, in quanto le tivù, per la maggiore, sono capricci di editori ricchi, o se preferite, “biglietti da visita” a perdere che in qualche caso servono da tramite per affari di altra natura, per non dire malaffari. L’esempio dei processi Mediaset e Mediatrade, al di là delle sentenze che ancora devono venire in materia di fondi neri ricavati dalla compravendita di pacchetti di telefilm, sono solo un esempio nemmeno troppo scandaloso rispetto al resto che ci ha offerto la cronaca negli anni. La domanda che a mio avviso ci si deve porre è se sia giusto pagare una tivù per fare informazione, come sottolinea Favia. Mi sembra scontata la risposta. No. E’ sbagliato che un politico paghi uno spazio, soprattutto se viene intervistato da un giornalista come nel caso del video postato.

E’ sbagliato perché se un politico paga uno spazio di quel tipo, viene meno quel necessario distacco che dovrebbe separare il giornalista “cane da guardia” dall’eletto. In tal caso il programma diventa una sorta di accomodante colloquio tra fornitore e cliente. Una sorta di televendita di partito. In queste condizioni non si può pensare di fare informazione, come dice in buona fede Favia. E’ una stortura. E’ semmai una devianza che coniuga il bisogno disperato degli editori di far quadrare i conti nelle tivù, e i politici, certi di non temere domande-tranello in diretta. Se un politico decide di pagare per andare in tivù è giusto che lo faccia, come nel caso di Favia. Ma secondo il mio modesto parere, sarebbe meglio chiedesse di apparire da solo a mezzo busto in uno spazio con la scritta “programma autogestito” o “spazio a pagamento”. Senza giornalisti in studio.

Per quanto concerne la mia esperienza personale di volto della tivù locale lombarda, quando ci andavo con la targhetta di Idv, cercavo sempre di sfruttare quelle ospitate per contribuire all’informazione pur sgomitando con altri ospiti. Ho speso la mia faccia e la mia credibilità, certamente incluso nel “monte ore” che anche Idv Lombardia paga annualmente alle emittenti lombarde come tutti i partiti politici (da qui la non notizia). Personalmente non ho mai pagato spazi e nemmeno ho mai ricevuto un euro per le mie presenze ai dibattiti televisivi. Ciò non toglie che se fossi io un politico eletto, non pagherei mai una tivù per andarci. Ci andrei gratis solo se mi chiamassero come già accade. Di solito rifiuto, a meno che ci siano pochi ospiti e solo se l’argomento trattato mi interessa. Il caso di Favia, che – ripeto – fa bene ad andare in tivù, si presta purtroppo all’attacco deviante e strumentale dell’informazione di regime (Repubblica) che usa il pretesto della finta notizia sul pagamento degli spazi dei gruppi politici (ne parlavo io qui sul blog 4 anni fa) per ottenere l’obiettivo di far vedere che anche il Movimento 5 stelle, da questo punto di vista, si comporta come tutti i partiti. Come dargli torto? Almeno fintanto che le tivù non saranno fallite tutte, sarebbe meglio non cadere nel tranello. In tivù solo gratis. Se proprio voglio pagare lo devo far appiccicare sullo schermo. Rendicontarlo sul sito non è sufficiente. Avrei costretto Repubblica Bologna a occuparsi di ippica.

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Un Commento a “Il M5s Favia nel tranello tivù”

  1. […] Il blog di Daniele Martinelli Pubblicato: 14 agosto 2012 Autore: aggregatore Sezione: Politica e Attualità […]

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