Ancora ad ascoltare Belpietro?

Sakineh, il caporal Miotto, Cesare Battisti, l’attentato alla chiesa copta di Alessandria… come fossero casi unici e inediti nel loro genere, sono gli argomenti che tengono banco sui giornali e sulle televisioni in questi giorni di sommario riposo e di sonnacchiosa ripresa dalla sbronza di fine anno. Gli italiani mediamente più rilassati e disposti ad apprendere, vengono sottoposti a un loop di news noiose e ritrite che rimangono confinate al dramma personale di pochi disgraziati malcapitati. La tradizione é prassi consolidata. Un anno fa Repubblica apriva con un kamikaze che in Pakistan provocò 88 morti durante una partita di pallavolo: “Terrorismo, strage in Pakistan Obama: vertice sulla sicurezza” si leggeva in prima pagina, mentre il Corriere annunciava in pompa magna la prima class action dei cittadini contro Unicredit (che fine ha fatto? boh).

Il 2010 si é chiuso con l’ennesima pantomima di Maurizio Belpietro, autocelebratosi eroe per aver “salvato” Gianfranco Fini da un presunto attentato ai suoi danni pianificato durante una sua visita (smentita dall’interessato) in Puglia. La procura di Trani ha aperto un fascicolo e ha inutilmente convocato il direttore di Libero, che al magistrato non ha rivelato l’entità  del suo misterioso informatore. Secondo l’articolo 200 del cpp che regola il segreto delle fonti che si rifà  all’art. 622 del codice penale di epoca fascista, soltanto al giudice (non al pm) il giornalista é tenuto a rivelare le proprie fonti. Vedremo se ci sarà  carne sufficiente per mandare avanti l’inchiesta fino al dibattimento in aula (ne dubito). Il problema é che ci sono cascati (nuovamente) tutti. Tutti si sono lasciati trascinare in commenti e considerazioni sulle idiozie che scrive quello scribacchino milionario pagato da Berlusconi nato a “Bergamo oggi”.

Non era bastata la pantomima del 30 settembre scorso, quando Belpietro andò ad Annozero a farsi compatire per un presunto attentato sull’uscio di casa sventato dal suo caposcorta (poi rimosso dall’incarico) che fino a prova contraria ha sparato a vuoto tre colpi di pistola lungo le scale senza conseguenze personali per procurato allarme o per rischio di omicidio. L’attentatore non ha lasciato tracce e non é stato immortalato da nessuna telecamera. Si é dissolto nell’aria da quando é stata scagionata persino l’ipotesi si sia trattato di un inquilino del direttore di Libero. Infatti l’inchiesta sta per essere archiviata senza colpevoli. Io, già  allora, avevo (modestamente) liquidato la vicenda con un palese “Belpietro raccontala a qualcun altro”. Rimasi il solo a esaurire l’argomento con le contraddizioni dell’interessato rivelate nel salotto televisivo di Paolo Del Debbio. Per il resto fu un coro di finta compassione. Dal Corriere a Repubblica, dal Riformista all’Unità , persino il Fatto quotidiano (con mia sorpresa) cavalcò la bufala. Il 2 ottobre a pagina 6 Davide Vecchi scriveva “Una misteriosa sparatoria” e il 3 l’editoriale di Marco Travaglio si apriva con “L’altroieri, alla notizia dell’attentato a Belpietro, gli ho inviato un messaggio di solidarietà “. Per non parlare del 6 ottobre, giorno in cui si scomodò persino il direttore Antonio Padellaro con un fondo in prima pagina intitolato “Spari nel buio” in cui rivelava sicuro che “qualunque cosa sia successa Maurizio Belpietro resta una vittima“. Si é dovuto attendere un articolo di Paola Zanca il 29 dicembre per giungere alle conclusioni già  rivelate qui 3 mesi fa. Un fatto vecchio costruito su una clamorosa bugia che non é mai stata notizia ma che ha riempito paginate di nulla. Unico fatto vero di una pantomima ideata da un saltimbanco che dirige un giornale fondato su un partito fasullo, che si ciuccia 6 milioni all’anno di contributi pubblici all’editoria ma che viene ancora ascoltato. Che tristezza.

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