I giudici di Dell’Utri vogliono in aula Spatuzza

E’ stata un’altra udienza movimentata quella andata in scena oggi nell’aula della corte d’appello del tribunale di Palermo, dove si sta celebrando il processo che vede imputato il senatore Marcello Dell’Utri di concorso esterno in associazione mafiosa.
Oggi é toccato alle difese, rappresentate dagli avvocati Alessandro Sammarco e Nino Mormino.
Mormino, il primo a prendere la parola in aula, ha chiesto alla corte giudicante presieduta da Claudio Dall’Acqua, di non considerare le dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza, rese a Firenze e qui a Palermo, utili ai fini del processo.

Era stata l’accusa rappresentata dal procuratore generale Antonino Gatto a ritenere attendibili alcune frasi del pentito. In particolare quelle sui presunti rapporti tra il capomandamento Giuseppe Graviano e Marcello Dell’Utri nell’ambito di un lavoro di affissione di cartelloni pubblicitari a Palermo su mandato di Publitalia.
Ma secondo Mormino, Spatuzza é approssimativo, confuso, contradditorio e quindi inaffidabile e insiste in una verifica sulla rilevanza delle sue parole.

Per questo chiede ai giudici di acquisire integralmente tutti i suoi interrogatori per prenderne visione. E anche per questo l’avvocato Mormino chiede ai giudici di dimostrare, carte alla mano, che Publitalia abbia mai commissionato lavori di affissioni pubblicitarie a Palermo.
Mormino dice che la mafia con Dell’Utri non ha fatto nessuna trattativa, e là  dove i pentiti lo nominano, il senatore appare sempre in una posizione marginale.
Chiude la sua arringa dicendo che sono già  molti i pentiti che hanno usato il nome di politici di rilevante ruolo istituzionale come quello di Berlusconi, per accreditarsi visibilità  e autorevolezza.
Personaggi inattendibili che danno sotto a personaggi contraddistinti – queste le parole di mormino – dalle loro qualità  e dai loro meriti, che non sono certamente quelli di carattere criminale.

L’arringa dell’avvocato Sammarco ha invece puntato più sulla burocrazia e sui vizi di forma ruoterebbero attorno alla condotta di questo processo.
Nel mirino del legale non si rispetta l’articolo 623 che consente interruzione discussione solo per ragioni eccezionali, come una prova soppravvenuta e indispinsabile. Non per le dichiarazioni di Spatuzza, definito testimone che racconta supposizioni e cose che ha appreso dai giornali come la vicenda di Vittorio Mangano.
Secondo Sammarco nominare dell’Utri solamente il 6 ottobre scorso denota una tardività  che dimostrerebbe la sua inattendibilità .

Quanto al metodo, l’avvocato Sammarco dice che l’accusa usa due armi grazie alla singolare anomalia rappresentata da Antonino Gatto, contemporaneamente procuratore generale e procuratore aggiunto alla corte d’appello.
Veste che secondo il difensore di Dell’Utri intacca i limiti dell’articolo 403 del codice di procedura penale, che regola l’afflusso di materiale investigativo, articolo del quale chiede di eccepirne la costituzionalità  perché a suo avviso contrasterebbe con gli articoli 111 e 24 della carta costituzionale.
Sammarco chiede infine che l’accusa produca tutto il materiale dichiaratorio di Spatuzza reso durante i suoi interrogatori.

Nell’ordinanza, dopo due ore di camera di consiglio, i giudici chiedono la produzione di tutti gli interrogatori di Spatuzza collegabili al processo Dell’Utri, perché le parole del pentito hanno rilevanza processuale.
Con l’udienza di oggi, i tempi del processo Dell’Utri si allungheranno.





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3 Commenti a “I giudici di Dell’Utri vogliono in aula Spatuzza”

  1. roberto ha detto:

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  2. sofista ha detto:

    PAGATE E NON ROMPETE I COG…NI.

    Tratto da ‘Il fatto quotidiano’ del 31-10-2009

    Il senato taglia ma per la casta lo stipendio sale

    Mentre deflagra la guerra tra gli ex senatori (a cui vengono tagliati i benefit) e il consiglio di Presidenza che ha deciso il giro di vite, si apre la polemica per l’aumento ottenuto un anno fa dal segretario generale del Senato Antonio Malaschini: 52mila euro in più all’anno. Ovvero un super stipendio che lievita in maniera impressionante, da 485mila euro lordi l’anno a 537mila. Possibile che accada una cosa simile, nell’anno più
    duro della crisi italiana, mentre gli operai finiscono in cassa integrazione
    a plotoni? Incredibilmente sì. E il Fatto sceglie di porre il tema all’ordine del giorno (la decisione é stata presa un anno fa) dopo aver ricostruito
    la dinamica che ha portato alla decisione, varata dallo stesso organismo (e dallo stesso presidente, Renato Schifani) che oggi fa cadere la scure sui “pesci piccoli”. Piccola e grande Casta? Certo, la riduzione di alcuni privilegi
    di cui gli ex senatori godevano (pedaggi autostradali gratuiti, biglietti aerei e ferroviari) dovrebbe portare ad una riduzione di poco meno di 200 mila
    euro nel bilancio di Palazzo Madama. Una cifra che sale a un milione e 68 mila euro se si sommano ai tagli dei benefit anche gli 81 milioni risparmiati sui vitalizi. Eppure, se questi tagli sono davvero virtuosi, é anche vero
    che colpiscono solo gli ex, ovvero l’anello più debole della cosiddetta “Casta”, quelli che sono usciti dal Palazzo perché non più rieletti o perché non si sono ricandidati. In loro nome l‘associazione degli ex parlamentari
    protesta: “La cosa inammissibile – ha spiegato a La Repubblica il presidente Franco Coccia – é che questi tagli avvengano al Senato e non alla Camera, discriminando tra chi é stato in un ramo o nell’altro del
    parlamento”. Un paradosso? Emolumento “congelato ”. Così Il Fatto ha deciso di ricostruire la vicenda dello stipendio del segretario generale Antonio Malaschini. L’aumento di 52 mila euro viene ufficialmente deliberato nell’agosto del 2008. E quando inoltriamo per la prima volta il quesito all’ufficio stampa (il 25 settembre) in un primo momento la risposta
    della funzionaria che sbriga la nostra pratica é interlocutoria: “Posso confermare – ci scrive che per quanto riguarda lo stipendio del segretario generale non ci sono stati aumenti nell’ultimo anno (il corsivo é mio ndr.). Per quanto riguarda l’ammontare, ci risentiamo eventualmente lunedì”.
    Il questore leghista. E’ a quel punto che proviamo a contattare “i questori”, ovvero senatori che vengono eletti in ogni legislatura per amministrare Palazzo Madama. Sono tre: uno della Lega (Romano Comincioli), uno del Pd (Benedetto Adragna) e uno del Pdl (Paolo Franco).
    E’ un venerdì pomeriggio, Palazzo Madama é semideserto, quando salgo la meravigliosa scalinata di legno che porta all’anticamera dei Questori gli
    uffici sono vuoti. Il primo che trovo, al telefono, é Comincioli.
    Che però mi risponde così: “Guardi, le posso dire tutto sui tagli dei benefit agli ex, perché sono uno dei sostenitori più convito di questo rovvedimento.
    Ma del segretario generale non so nulla. E’ sicuro di quello che mi dice?”. Rispondo che ne sono certo: “Allora mi informerò, e la ringrazio Per avermelo detto la richiamerò”(Non l’ho più sentito). La conferma. Intanto, di fronte a una nuova interrogazione de Il Fatto , l’ufficio stampa del Senato
    sceglie la strada della “glasnost”, con un ammirevole gesto di trasparenza (che in altri tempi sarebbe stata forse impensabile). Il 28 settembre la
    stessa funzionaria con cui avevo parlato, mi conferma che l’aumento annuale é stato effettivamente di 52mila euro lordi. La funzionaria dell’ufficio stampa, per la prima volta, mi fornisce anche una spiegazione:
    “Sottolineo che la decisione del Consiglio di Presidenza del 1 agosto del 2008 dava seguito ad un accordo sindacale del 2004

  3. freeman ha detto:

    Anche gli svizzeri nel loro piccolo si incazzano. Un ex direttore di banca ha dichiarato che se parlasse: “Il governo italiano cadrebbe in un giorno”.
    E parla cioccolatino svizzero. Parla!
    (beppe grillo)

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