Travaglio e la serva che non serve

marco travaglio beppe grillo

Resta da capire quale sanzione sia prevista in Italia per i giornalisti che mentono sapendo di mentire. A parte, si capisce, la direzione del Tg1“. Firmato Marco Travaglio a chiusura dell’editoriale sul Fatto dell’11 novembre 2009 a proposito di “Augusto Menzognini“, alias Augusto Minzolini, all’epoca direttore del Tg1 che falsificava un giorno sì e l’altro pure. Quale sanzione ci vorrebbe per un giornalista falsario che dirige un telegiornale pubblico se non le dimissioni? Chieste, indotte o imposte che siano? Trovo strano che per Travaglio si debbano dimettere direttori e presidenti, politici e magistrati, ma non i giornalisti pataccari da organi di stampa pubblici visti da milioni di persone. A meno che a chiedere la testa di Minzo non sia il consigliere del cda Rai Nino Rizzo Nervo (quota Pd, dunque di nomina politica) nei giorni in cui Travaglio era in attesa di ottenere il contratto per andare da Santoro. Non fiatò, Travaglio, per quell’indicibile richiesta ai danni di “un giornalista che parla del politico e non viceversa“. Per non parlare di Antonio Di Pietro, quando nel 2010, da presidente dell’Idv, partito all’opposizione, proprio con un’intervista al Fatto chiese a sua volta le dimissioni di Minzolini. Non c’è un solo rigo di Travaglio sullo stesso giornale che redarguisca l’ex pm di Mani pulite.

Invece se è il M5S a chiedere le dimissioni di un direttore di tg, ecco la bastonata in prima pagina. Fatico davvero a capirlo, talvolta, Travaglio, a parte la comprensione per la sua voglia di smarcarsi dal Movimento 5 stelle sul cui organo politico, il blog di Grillo, per anni ha tenuto la rubrica Passaparola. Ma far passare soltanto i 5 stelle come dittatori della “epurazione vecchio malvezzo della casta” benché i membri di Commissione del gruppo politico più infangato, diffamato, deriso, censurato e travisato della storia repubblicana, usi gli stessi strumenti, quelli della politica che li controlla, per chiedere civilmente le dimissioni di un direttore di nomina politica come Mario Orfeo, non molto diverso da Minzolini e pure da Gianni Riotta in tema di disinformazione, non pare proprio tanto obiettivo da parte di Travaglio. Non si capisce dove e perché soltanto i 5 stelle “sbagliano gravemente a chiederne la testa” (di Orfeo ndr), e men che meno con quali metodi “incompatibili coi principi democratici“. Eppure non c’è traccia di polemica da parte di Travaglio, quando scrisse all’ex direttore dell’Avvenire Dino Boffo sempre sul Fatto, che “era costretto a dimettersi” pur non avendo pubblicato patacche o diffamato alcuno. Forse perché in questo caso c’erano di mezzo i papocchi dei tanto temuti alti prelati del Vaticano, per i quali Travaglio pare usare peso e misura riservati?

Bah, davvero irriconoscibile talvolta Travaglio, quando mena i 5 stelle per difendere un addetto stampa dei partiti come l’attuale direttore del Tg1 Mario Orfeo, mentre in Italia circolano senza lavoro migliaia di giornalisti liberi proprio perché tali. Orfeo, proprio perché direttore di una testata giornalistica di un canale pubblico, dovrebbe raccontare i fatti, non le menzogne. Quale compatibilità con la democrazia ha, lasciare che un diffamatore catodico delinqua impunito in continuazione solo perché è un giornalista? Che si tratti di Orfeo, di Minzolingua, della Petruni, di Ferrara o della struttura Delta della Bergamini, tutti rintracciabili nei focosi pezzi critici e comici di Travaglio? Cosa c’entra accostare un comico satirico come Daniele Luttazzi, a cui Travaglio deve la carriera televisiva grazie a Satyricon, con un giornalista che ha la responsabilità di essere credibile per quello che racconta? E sì che Travaglio ne ha versati di fiumi di inchiostro a proposito di “giornalisti e lecchini di regime” che popolano giornali e televisioni nazionali. Ecco: se finalmente in Italia abbiamo un gruppo politico che usa metodi democratici per scardinare qualche servo di regime, qual è il dramma? Forse il fatto che se il Movimento riuscisse a far rimuovere qualche servo come Orfeo, Travaglio avrebbe meno argomenti da proporre ai suoi lettori?

Di contro, il blog di Grillo, proprio oggi, fa rispondere a un anonimo deputato (Airola) le ragioni della richiesta di queste benedette dimissioni. Il post in questione, guardacaso, non cita mai l’articolo-ramanzina di Travaglio pubblicato sulla prima pagina del Fatto di oggi. Il blog del Movimento più libero e democratico della storia repubblicana, preferisce dire a nuora perché suocera intenda. Censura il nome di colui che, volente o nolente, rappresenta una sorta di Scalfari del grillismo: Marco Travaglio. Citarlo sul blog è una libertà che certo grillismo di vertice ha preferito non prendersi. Tanto per rimanere alle citazioni del vicedirettore del Fatto, “Come diceva Flaiano “dev’esserci qualcuno che continua a spostare la soglia del ridicolo”.

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