Movimento cinque fazioni

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Fra i tanti messaggi che ricevo nella posta, ce ne sono alcuni di una categoria particolare: quelli di candidati o di qualche loro amico che non sanno come reagire di fronte alle critiche, ma anche ai veti, da parte di altri simpatizzanti e militanti del Movimento che li incolpano di autopromuoversi nelle piazze e in rete. Leggo di discussioni-fiume sui santini elettorali “non approvati dal gruppo”, liti sul comizietto un po’ più lungo e incalzante, sfuriate nei confronti di chi mette il logo del Movimento nel profilo Facebook, vendette personali dettate da sospetti ingigantiti e mai provati che il più delle volte sono la spia di mera e pura antipatia personale, per non dire di invidia. Insomma, leggo di guerre intestine ai gruppi come purtroppo capita in tutti i partiti e in tutte le aziende. Anche il Movimento cinque stelle, sotto questo profilo, non fa eccezione. Me ne accorgo io stesso quando leggo di gente avvelenata che si avventa sul mio profilo Fb accusandomi di andare in tivù a “parlare a nome del Movimento”, cosa che non mi sono mai permesso di fare a differenza del senatore Marino Mastrangeli che andava in tivù da espulso con la spilla del M5S. Insomma, come in tutte le organizzazioni umane, anche nel Movimento bisogna imparare a guardarsi prima dai nemici interni piuttosto che da quelli esterni.

Qualche considerazione in merito? Trovo che l’autopromozione sia una componente legittima e naturale del candidato che ritiene di avere qualcosa da dire e da proporre, soprattutto in politica. Un candidato dovrebbe avere il diritto di promuovere il programma elettorale condiviso dal gruppo di cui fa parte, ma anche sé stesso. Il candidato che si propone di sedere nell’istituzione è innanzitutto un individuo, che se è anche un po’ estroverso anziché arido e musone è meglio. Può suscitare maggiore fiducia tra gli elettori e ricevere più preferenze. Accettare l’autopromozione personale come elemento di crescita di gruppo, è un segno culturale che fa i conti col grado di maturità civica e di consapevolezza. Il senso di giustizia e di uguaglianza regolato dalle giurisdizioni in tutte le società, esiste proprio perché non esiste giustizia e non esiste uguaglianza. Perché in realtà non siamo tutti uguali: bellezza e bruttezza, simpatia e antipatia, altezza e bassezza, estroversione e introversione fanno parte del variegato corollario umano che dovremmo accettare con umiltà cercando di guardarci allo specchio per valutarci con obiettività e coraggio. Se imparassimo a valutarci per ciò che siamo, potremmo essere più utili alla causa comune che non essere elementi di intralcio al percorso di qualcun altro, che se lasciato fare potrebbe portare vantaggi anche a noi stessi.

Tutti siamo forgiati e portati per far qualcosa. E anche la politica, soprattutto quella di oggi, rientra tra le attività umane che richiede persone non soltanto oneste, ma anche gradevoli, comunicative e un po’ vanitose. Del resto la vanità non è un peccato mortale. Attiene all’autostima che è un ingrediente di vita. E’ normale che ci sia qualcuno più portato di un altro ad accentrare su di sé l’attenzione e la fiducia. Fa parte del carattere del leader, che non deve necessariamente essere potente e corrotto. Beppe Grillo docet. Perciò, sul punto delle lotte intestine mi sento di dire: cerchiamo di contribuire alla causa del gruppo con ciò che sappiamo fare. Contribuiamo col nostro tassello a formare un mosaico in una cornice chiara e leggibile a tutti. Anche nei confronti dei fuoriusciti dal Movimento. Prima di insultarli, valutiamoli per ciò che sanno fare e magari sfruttiamoli con l’obiettivo di renderli utili alla causa degli ultimi tra i quali mi annovero anch’io. Usiamoli con le regole della democrazia diretta, senza il pregiudizio. Schierarci in fazioni è il miglior modo per rovinare la meravigliosa macchina rivoluzionaria del Movimento con la metastasi mortale dell’etichetta. Quella che sta facendo morire i partiti.

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