Il processo Ruby al netto dei lecchini

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La professionalità di un cronista risiede nella sua capacità di raccontare i fatti senza far trasparire il suo sentimento o risentimento personale nei confronti del soggetto o dell’oggetto che tratta. Personalmente ritengo siano pochissimi i giornalisti capaci di tenere questo giusto equilibrio, soprattutto quando parlano di cronaca giudiziaria. Uno di questi, senz’altro è Luigi Ferrarella del Corriere, autore dell’articolo riportato di seguito e che merita di essere letto perché comprenderlo significa seppellire ogni sterile polemica di chi straparla del processo Ruby. La validità del pezzo è confermata dal fatto che è pubblicato in fondo al giornale dopo tutta la pubblicità e tutti i gossip.

I fraintendimenti sul processo Ruby
di LUIGI FERRARELLA – Chi è convinto che alla pubblica opinione giovino sempre la piena conoscibilità degli atti depositati (nel corso delle indagini) e la pubblicità delle udienze (durante i dibattimenti) in questi giorni è però messo a dura prova dai fraintendimenti indotti sul processo Ruby da valutazioni che appaiono impermeabili persino a quanto integralmente trasmesso dalle «dirette» di radio e siti online. Le norme di legge, infatti, non processano peccatori da redimere o vizi da emendare, non scrutinano le scelte sessuali delle persone, non giudicano stili di vita, non delineano un reato per chi si prostituisce, e nemmeno sanzionano chi va con le prostitute maggiorenni. Puniscono invece chi abbia rapporti a pagamento con una minorenne, e chi intermedi la prostituzione anche delle maggiorenni. La legge lo fa in un sistema che, peraltro inasprito proprio da uno dei governi Berlusconi, non cessa di tutelare una minorenne per il solo fatto che porti magari già la quarta di reggiseno. E quanto all’intermediazione della prostituzione, non è certo reato presentare Tizia a Caio in una festa: è invece, ad esempio, la condotta di chi recluti e selezioni e introduca uno stuolo di disponibili ragazze al domicilio dell’utilizzatore finale che ne retribuirà gli atti sessuali, o di chi (con i soldi del beneficiario di prestazioni sessuali a pagamento) le alloggi in un condominio e ne paghi affitti, mantenimento, stipendi, bollette, benzina. Se in aula tocca domandare a una ragazza se da minorenne abbia fatto sesso con l’allora premier, è perché bisogna capire come mai nelle intercettazioni glielo si senta dire con la sua voce, e come mai con sua penna abbia scritto di soldi in cambio del silenzio. E se si fa tanta istruttoria sul denaro e le case e le auto regalati alle ospiti delle serate di Arcore non è per moralista invidia sociale, ma perché persino le ragazze stesse nelle intercettazioni parlano di ciò che sequestri e perquisizioni hanno riscontrato. L’indugiare in Tribunale sulle connotazioni sessuali di alcune situazioni non è dunque un ghiribizzo di pm-avvocati-giudici «guardoni», ma un accertamento istruttorio inevitabile visto che, per la legge, atto sessuale è non solo il rapporto completo ma qualunque azione erotizzante, come scoprono sulla loro pelle gli imputati non illustri processati ogni giorno per strusciamenti sul tram o toccamenti sul luogo di lavoro. Che dunque in aula si cerchi di definirlo con precisione a volte imbarazzante, è fisiologico come che si discetti di balistica in un processo per omicidio. E nessuna volontà di degradazione morale degli imputati, candidati dalla requisitoria a 7 anni di carcere per favoreggiamento della prostituzione anche minorile, v’è nell’ulteriore richiesta di vietare che assumano incarichi nelle scuole o negli istituti frequentati da minorenni: è infatti sanzione accessoria che la legge, e non la discrezionalità di un pm, impone per quel tipo di reati e entità di pena. Proprio come il parimenti equivocato «golpe giudiziario» anti Berlusconi dell’interdizione dai pubblici uffici, automatismo di legge connesso ai 4 anni inflittigli in Appello per frode fiscale sui diritti tv Mediaset. Certo, per cogliere le tante sfumature pro-accusa o pro-difese di cui sono fatte le prove assunte in mesi di udienze, e per soppesarle con onestà intellettuale anche a fronte dell’inedita situazione che vede un imputato stipendiare mensilmente decine di testimoni del processo nell’inerzia della Procura, occorrerebbe la pazienza di immergersi tra i fatti oggetto di faticoso accertamento: zavorra per le opposte tifoserie, più a loro agio nel fare surf sulla superficie delle impressioni.

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