Un dolce Volta & Gabbana

DOPO GIUNTA COMUNE DI MILANO
Franco D’Alfonso, assessore comunale di Milano al Commercio

In questa calda estate italiana di querelle distrattive in vista di un autunno da coprifuoco per la crisi economica sottovalutata da un governo fantoccio di burattini schiavi dell’Est e dell’Ovest, cerco di “svestire” la polemica sollevata negli ultimi giorni dagli stilisti Dolce & Gabbana. Si sono infuriati perché l’assessore comunale al Commercio di Milano Franco D’Alfonso ha dichiarato che «qualora stilisti come Dolce e Gabbana dovessero chiederci spazi comunali per eventi della moda, il Comune dovrebbe chiudere loro le porte: il settore è un’eccellenza italiana ma non possiamo farci rappresentare nel mondo da evasori». Dolce & Gabbana hanno urlato al reato di “lesa maestà”, evidentemente abituati ai riflettori amici quando vestono Madonna o Jennifer Lopez. Ma aldilà dei profili giudiziari e pure mondani, non si capisce perché due privati cittadini pretendano vie preferenziali per organizzare party privati a titolo gratuito nelle istituzioni. Il fatto che nessuno si sia stupito a suo tempo, che quella malsana abitudine di stendere il tappeto rosso dentro Palazzo Marino ai 2 stilisti già indagati per truffa allo Stato, fosse stata avviata dall’ex sindaca Letizia Moratti nel silenzio generale di giornali e tivù, non significa che oggi, i due privati stilisti, debbano beneficiare di una sorta di diritto acquisito in Comune. Benché nel 2009, dalle mani ingioiellate della solita Moratti avessero ricevuto l’Ambrogino d’oro assieme all’ex calciatore Paolo Maldini, a discapito degli operai della Innse in protesta per la loro occupazione e lasciati senza onoreficienza. Per inciso, pure Maldini è sotto inchiesta con la moglie per corruzione di funzionario delle entrate e spionaggio.

Ma i fatti sono fatti, ahime. ll 19 giugno scorso, Dolce e Gabbana sono stati condannati in primo grado a Milano a un anno e 8 mesi ciascuno per evasione fiscale. O meglio, per omessa dichiarazione dei redditi di 832 milioni di euro. Nella stessa sentenza del giudice monocratico Antonella Brambilla, è stato condannato a un anno e 4 mesi anche Alfonso Dolce, fratello dello stilista Domenico, e 2 manager del gruppo, Cristiana Ruella e Giuseppe Minoni. Un anno e 8 mesi pure per il commercialista Luciano Patelli e assoluzione per la manager Antoine Noella. Per tutti i condannati attenuanti generiche e sospensione della pena. Sentenza di primo grado, certo, ma pur sempre una sentenza che ha prodotto anche un’assoluzione: quella dal reato di dichiarazione infedele per intervenuta prescrizione. Dolce & Gabbana, anziché incazzarsi, dovrebbero ringraziare Silvio Berlusconi che con le leggi dei sui governi ammazza-giustizia e salva evasori, ha evitato loro altri guai. Altro che rispondere ai followers “Berlusconi tienitelo” come ha recentemente fatto Stefano Gabbana in uno dei concitati battibecchi online. Eppure Berlusconi ne ha spesi di soldi in regali di D&G. Chiedetelo a Ruby e alle olgettine del bunga bunga…

Gabbana è piuttosto uso a sfogare le sue pulsioni su Twitter. Il polverone di questi giorni è proprio nato da un paio di suoi Tweet dopo le giuste dichiarazioni di D’Alfonso: «Comune di Milano Fate schifo!!!». «Fate schifo e pietà!!!». «Vergognatevi!!!». «ignoranti…». Offesi dal fatto che la Commissione tributaria italiana abbia svelato i loro trucchi contabili dopo un’indagine partita nel 2007 e sfociata in una richiesta di rinvio a giudizio fin dall’aprile del 2010 per truffa allo Stato. Nel 2004 D&G spostarono dall’Italia al Lussemburgo il cuore dei loro interessi aprendo due società, una delle quali (la Gado) intestata al fratello di Gabbana a un prezzo stracciato (340 milioni invece del miliardo stimato dalla Guardia di Finanza). In questo modo, per anni, D&G hanno pagato il 3% di tasse in Lussemburgo per redditi guadagnati in Italia, dove le tasse sono molto più alte (sfiorano il 50%). Ora, nessuno difende il Fisco italiano. Sappiamo che la pressione in Italia è illegale. Ma le regole sono regole. Non si capisce perché un operaio o un piccolo imprenditore italiano non abbiano scappatoie dal dover versare tassi fra il 50 e il 70% del loro reddito allo Stato, e invece stilisti e cantanti debbano disporre di vie preferenziali all’estero per farla franca.

Qui non si mette in discussione il valore professionale degli stilisti. Qui si tratta di dover essere onesti con sé stessi e nei confronti del grande pubblico che compra mutande e cinture di D&G. Se evadere il fisco è sbagliato per princìpio, rimane comunque l’entità del danno a fare la differenza. Un conto è il piccolo bottegaio che non batte lo scontrino del pezzo di stracchino. Un conto è “l’esterovestizione” di società con bilanci da centinaia di milioni di euro annui, che creano squilibri assai più gravi non solo nel bilancio dello Stato. Ma anche sul piano reputazionale con l’estero e sul piano sociale. Visto che anche il piccolo contribuente, prendendo esempio dal grande, si sente legittimato a evadere o a infrangere le regole. Perciò dico che se l’Italia non fosse stato un paese di menefreghisti, probabilmente, oggi, non saremmo nelle condizioni in cui siamo con un debito pubblico fuori controllo e con una tassazione folle. Ma questo è un altro discorso.

Quel che conta è che se regole ci sono, regole devono valere per tutti. Se gli stilisti sono giustamente contro le contraffazioni dei loro marchi, non si capisce perché D&G debbano prendersela con un assessore che si smarca da chi fa contraffazioni contabili come Dolce & Gabbana: icone italiane della moda nel mondo, che non è fatta solo di vestiti. Ma è anche fatta di “nero” con “operazioni di cosmesi” nei paradisi fiscali tipo Lussemburgo svelate dall’inchiesta milanese a carico di D&G. Altro che giustificarsi con scuse del tipo “siamo artisti, non contabili“. Ecco perché le dichiarazioni dell’assessore D’Alfonso sono giuste e appropriate. Stanno a dimostrare una volta tanto che i politici sono uomini prima che manichini da esibire in vetrina. Il sindaco Pisapia dovrebbe prenderne atto. Non criticare il suo assessore per “le frasi sbagliate“. Sbagliata è la posizione degli stilisti. Che si possono permettere di sbarrare i loro negozi con le spalle al muro in Lussemburgo in una sorta di volta & gabbana alla loro affezionata clientela. Gli operai dell’Innse, invece, sono in coda in qualche ufficio di collocamento.

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