Il Tar sentenzia: “Torturate pure i macachi”

Non sono di certo io un animalista di quelli che umanizzano ogni smorfia del cane o del gatto. Anzi, sono un convinto e felice onnivoro, guai a togliermi la bistecca o l’uovo. Mi lascia tuttavia perplesso la decisione del Tar, che consente agli scienziati della vivisezione la sperimentazione sugli animali a fini terapeutici sull’uomo.

In particolare a Torino e Parma, è consentito su parere del Consiglio europeo delle ricerche, continuare a lesionare gli occhi dei macachi per curare le persone parzialmente cieche a causa di lesioni cerebrali. Il Tar sposa la tesi “scientifica” secondo cui gli animali sono indispensabili, in particolare i macachi che hanno uno sviluppo neurologico pari a quello umano.

La Lav, promotrice del ricorso che a gennaio aveva ottenuto dal giudice la chiusura dei laboratori col conseguente stop degli esperimenti, promette di ricorrere al Consiglio di Stato.

Ora, un conto è uccidersi tra viventi per nutrirsi, come accade nei macelli dove l’eventuale sofferenza del maiale o del vitello è breve e limitata a uno sparo in testa. Assai meno di quando si muore di stenti sotto le fauci di qualche predatore, come del resto accade da sempre in natura, tra specie carnivore (il leone o il varano che sbranano l’uomo non sono fantascienza).

Diverso è il concetto di permettere la tortura e la sofferenza su un essere vivente solo per scopi di “supremazia” (tutta da dimostrare) della specie umana. Nessun animale sceglierebbe di farsi martirizzare per salvare un’altra specie. A differenza di un paziente umano, libero di scegliere se sottoporsi a una cura invasiva come la chemioterapia aldilà della sua utilità per il trattamento dei carcinomi.

Sappiamo benissimo che gli interessi economici delle case farmaceutiche prevalgono di gran lunga su quelli umanitari. Per legittimare gli esperimenti sugli animali, bisognerebbe spiattellarli davanti agli occhi di tutti ogni giorno, tipo nei monitor della metropolitana. Per vedere se tra la coscienza collettiva prevale il “callo”, o se invece prevalgono indignazione e pietà nei confronti di esseri viventi che a noi, certe cose, non farebbero mai.

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