La mafia siamo noi

L’arresto di Cinzia Mangano e di un gruppetto di sodali, rei di fare i mafiosi a Milano, è l’ennesimo allarmante sintomo di come una larga parte della nostra società accetta passivamente il sopruso, il ricatto e la corruzione nei rapporti sociali. Quando Ilda Boccassini ci raccontava sdegnata che gli imprenditori non denunciano quello che subiscono nei cantieri del movimento terra, ci diceva che questo Paese non ha speranze.
Non mi si dica che vengono assecondati i clan soltanto per paura di ritorsioni. Rivolgersi alla magistratura per denunciare i ricatti, dovrebbe essere normale prassi di un cittadino onesto che non ha nulla da nascondere. E soprattutto non ha interessi che potrebbe ottenere soltanto col ricatto a sua volta. Ebbene, siccome i cittadini che denunciano sono sempre pochissimi, dobbiamo pensare che la grande maggioranza di chi lavora e di chi vive la nostra quotidianità, sia in qualche modo colluso. O abbia interesse a non emergere. A non esporsi perché ha qualcosa da nascondere o qualche interesse losco da difendere.

Non mi spiego altrimenti il proliferare della mafia e della ‘ndrangheta a Milano e in tutto il Nord Italia. Il gruppo di Cinzia Mangano era attivo nel sottobosco delle cooperative in cui lavorano molti clandestini sottopagati, ed era attivo anche nel taglieggiare i piccoli imprenditori del Nord. Gli arresti sono stati possibili grazie ad anni di indagini dei magistrati e con l’acquisizione di migliaia di intercettazioni. Nessuna delle vittime taglieggiate si è rivolta alla magistratura. Hanno tutti assecondato il clan. Hanno pagato tanti soldi per “quieto vivere”, tanto che il gruppo della Mangano e di Pino Porto aveva come sorta di banca di raccolta di centinaia di migliaia di euro un distributore di benzina in piazzale Corvetto.

Milano come Palermo, è infestata da organizzazioni mafiose che proliferano perché c’è troppa omertà. Se la denuncia si facesse metodo, la mafia sparirebbe come neve al sole. SIlvio Berlusconi ha preferito pagare la mafia per il tramite di Vittorio Mangano piuttosto che denunciarla agli organi dello Stato. Se si è comportato così, avrà fatto i suoi conti. Senno non avrebbe trovato, lungo il suo cammino, finanzieri, giudici, testimoni e senatori rapiti dal soldo facile della corruzione che gli hanno garantito copertura per decenni alle spalle della collettività. Ecco, le Cinzia Mangano continueranno a imporsi finché ci sarà omertà che è figlia dell’ignoranza.

Meno male che in Italia è rimasto qualche magistrato col fiuto capace di scoperchiare qualche punta di iceberg di mafia. E’ qualcosa, anche se non basta. Per crescere dovremmo cambiare tutti. Essere civicamente maturi facendo lobby della trasparenza e della denuncia. Dovremmo rinunciare ai nostri piccoli egoismi di retrobottega. Solo così, questo Paese potrebbe risorgere.

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