Fini il dito, B. la luna

L’Italia é sul baratro, lo sappiamo. Disoccupazione, povertà  vera e percepita sono causa di frustrazione dilagata. Di liti e delitti familiari, di sfuriate tra automobilisti per una precedenza, di teatrali reclami negli uffici postali per un francobollo e di altre mille amenità  da cronaca spicciola. Sei italiani su dieci rimangono a casa incazzati perché non possono permettersi le vacanze. Di riflesso, anche molti albergatori di mare e montagna sono incazzati per le camere che rimangono vuote. A tutto ciò si aggiunge una crisi di governo per questioni di legalità . La coalizione che guida il paese é spaccata perché il presidente della Camera Gianfranco Fini dice basta all’approvazione di leggi porcelle che garantiscano solo e soltanto impunità  al presidente del consiglio dei piduisti assieme alla sua cricca di collusi, imputati e condannati per reati di mafia.
Questo é il fulcro del contendere attorno al quale dovrebbero ruotare i giornalisti. Anche quelli televisivi, che dovrebbero poter imbastire trasmissioni sulla Rai con servizi chiari e succinti sulla realtà  dei fatti assodati prima che sulle dichiarazioni di Ignavio La Russa. Che poi la Rai neghi i talk show agostani perché ha preferito dare i milioni alla produ-fiction di “Absolute television” della suocera di Fini Francesca Frau (che non ho ancora capito se sia pure imparentata con quelli delle poltrone aggiudicatari dell’appalto da 373 mila euro al G8 finito nel mirino delle inchieste sulla cricca), é soltanto una banale scusa.

Per fare trasmissioni verità  e incrementare gli ascolti non servono cifre da capogiro. L’esempio vivente é chi scrive: se ingaggiassero me con la mia videocamera in HD mi accontenterei di un contratto a termine da 2.495 euro netti al mese più le spese di trasferta per un’ora a settimana anche in seconda serata. Fornirei tanto di quel materiale da far impallidire i nei di Bruno Vespa e costringerei Aldo Grasso a smentire “la televisione estiva delle repliche dei Cesaroni che non premiano gli ascolti” (Corsera di oggi).
E invece la Rai rimane blindata, in mano ai soliti quattro lustra natiche venduti ai partiti con l’iscrizione all’albo dei giornalai capeggiati dal relitto Augusto Minchiolini, amico complice della cricca di pensatori del nulla che tessono le loro perversioni mentali in prima pagina sotto le mentite spoglie di editoriali. Ideali pistolotti distrattivi per ospiti di salotto dediti a chiacchiere in salsa piduista. Che, infatti, continuano in coro a guardare oltre confine, nella casetta monegasca del Tulliani, cognato di Fini.

Passando in rassegna i titoli é tutt’un chiagne e fotte. Corriere della serva “Fini: la mia verità  sulla casa” con quel “mia” di troppo che distrugge la credibilità  dei giornalisti del Corsera. Repubblica non ci casca e titola “Fini: ecco la verità  sulla casa“, Il Secolo XIX “Montecarlo, la sfida di Fini” ma intendevano dire “sfiga“, il Tempo sentenzia prima del tempo “Qui finisce male, Fini dà  la sua versione scarica il cognato esprime disappunto ma non convince“, La Stampa “Fini: su Montecarlo nulla da nascondere” assieme al Messaggero da riporto “Fini: nulla da nascondere“. Eh sì che c’é da nascondere invece! E’ la legalità  di cui parla Fini che é bene nascondere. Sono i conflitti di interesse del piduista e i suoi presunti legami con la mafia da nascondere, sua figlia nel cda di Mediobanca da tacere, suo figlio che controlla su commissione le reti Mediaset da evitare, i sodali del P3dl che controllano la Rai da scordare, la corruzione di Mills da dimenticare, i miliardi nascosti dal piduista nei paradisi fiscali di cui gli chiedono conto i giudici dei processi Mediaset e Mediatrade eccetera eccetera.

Altro che la cazzata di giornata del Giornale “Fini come Scajola“. Scajola sappiamo per certo che si é fatto regalare la casa dalla cricca. Dell’appartamento monegasco venduto da An e affittato al cognato di Fini dopo un giro per paradisi fiscali se ne occupa la magistratura. Fino ad oggi, va detto che Fini pare estraneo a interessi diretti e lo dice in linguaggio dipietrista: “Che indaghino! Io non do dei comunisti ai magistrati.”

E’ la legalità  che nascondono i giornalai assoldati da quella cricca di palazzo che dovrebbe rappresentare il confine netto tra il politico idealista e il mafioso piduista. Non le cazzate da prima pagina di Angelo Panebianco, che finge di preoccuparsi della “violenza verbale che accompagna il conflitto in un duello di idee diverse di repubblica” imbastendone tre senza traccia di legalità . Non gli spergiuri di Paola Di Caro giurare che “c’é chi giura di averlo sentito dire che il caso di Fini é di gran lunga più scottante e peggiore di quello di Scajola” senza spiegare la differenza. Non l’eco di Pigi Battista qualche riga oltre, che sposta in Afghanistan “l’odio dei talebani e il nostro silenzio” in un pezzo che calza a pennello per Berlusconi dei “magistrati talebani” ai quali “portare una Bibbia (la Costituzione ndr) é un delitto gravissimo. Impressionato dal silenzio imbarazzato del mondo (quello che si chiede come possa ancora governare Berlusconi qui ndr) “di fronte alla sottovalutazione della più grande e sistematica persecuzione religiosa (politica e del diritto ndr) che insanguina il mondo del Duemila. Assuefatti a ogni forma di intolleranza, (grazie alle tivù dell’eterno applauso ndr) non riusciamo a soppesare la portata di gesti che dovrebbero muovere all’indignazione mondiale e che invece vengono oscurati da una «neolingua» impastata di eufemismi, minimizzazioni, distrazioni” tipo giustizia a orologeria.

Materiale utile per rinvigorire la memoria proprio in tivù se si fosse voluto già  ai tempi di Federico Fellini, secondo cui quella commerciale rappresentava “lo stravolgimento di qualsiasi sintassi articolata che ha come unico risultato quello di creare una sterminata platea di analfabeti pronti a ridere, a esaltarsi, ad applaudire tutto quello che é veloce, privo di senso e ripetitivo“. Frase ripresa ancora da Aldo Grasso qualche giorno fa a pagina cento: “Così, ogni giorno, nell’acqua opalescente e lattiginosa della tv scorrono i detriti del quotidiano. Fellini non esagerava, però assolutizzava non poco. Indicava in Silvio Berlusconi il responsabile unico del decadimento (quando il fenomeno era mondiale, e riguardava anche la Rai) e negava alla tv ogni forma di riscatto e di scrittura. Mai si sarebbe aspettato, ad esempio, che alcune serie americane fossero forse più belle e interessanti dei suoi ultimi film.” Fine delle battute consentite nelle quali si tralascia un dettaglio non da poco su quei film. “…pagati con prezzi gonfiati in società  estero su estero riconducibili al presidente del consiglio imputato a Milano di frode fiscale e appropriazione indebita…”

Nell’Italia sul baratro tutto ciò non fa più notizia. Il problema della legalità  (qualora ci fosse) é la casa del cognato di Fini.

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3 Commenti a “Fini il dito, B. la luna”

  1. moi ha detto:

    vado ot, non ho trovato dove commentare i minipost
    Capezzone é il grandissimo…….. (aggiungete voi) e fin qui non ci piove
    ma davvero non mi spiego come un uomo della tua intelligenza possa dare credito a un poveraccio come leonardo facco, arrogante e prepotente personaggio famoso solo in quanto nullità 
    lascia perdere sto tipo ci guadagna il tuo blog

  2. Venom ha detto:

    Ciò che sta accadendo al presidente della Camera in questi giorni é indicativo del paese malato in cui viviamo, la gravità  della cosa non sta al solito nel fatto in se, ma in come viene usata la notizia. La stampa di proprietà  del papi si organizza in modo criminale e con i suoi killer (Feltri in testa) colpisce duro il bersaglio indicato. Non sono certo un estimatore di Fini, ma quanto sta accadendo a lui mi lascia molte certezze sullo stato terminale in cui versa la nostra Democrazia!!!

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