Il proiettile che vaga nello Stato assente

Massimo Ciancimino é testimone in varie procure che indagano sul mancato arresto di Bernardo Provenzano e sui mandanti delle stragi di Milano, Firenze e Palermo in cui morirono i giudici Falcone e Borsellino. Sta svelando particolari inediti sui rapporti tra mafia, politici, forze dell’ordine e servizi segreti.
Massimo Ciancimino, figlio dell’ex mafioso sindaco di Palermo Vito, era atteso come secondo testimone al processo d’appello a carico di Marcello Dell’Utri, nel frattempo condannato a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa perché in stretti rapporti con boss mafiosi almeno fino al ’92.
Agli atti del processo era stato depositato uno stralcio di interrogatorio di Massimo Ciancimino reso a Firenze e 3 lettere, che negli anni a cavallo delle stragi fra il 1991 e il 1994, l’allora capo di Cosa Nostra Bernardo Provenzano avrebbe indirizzato a Silvio Berlusconi alla vigilia e subito dopo la famosa «discesa in campo» in cui si fanno velate minacce e si parla del «contributo politico». Grandi mediatori di questa apparente trattativa, secondo Massimo Ciancimino, sono stati suo padre Vito e Marcello Dell’Utri. In aprile i giudici della Corte d’Appello di Palermo decisero di non ascoltare la testimonianza di Massimo Ciancimino chiesta dall’accusa rappresentata dal procuratore Antonino Gatto.

Il 15 ottobre nell’aula in cui si svolge il processo Mori-Obinu sulla copertura della latitanza di Bernardo Provenzano, Massimo Ciancimino rivela che «Nicola Mancino e Virginio Rognoni erano coloro che dovevano essere a conoscenza… quelli che avevano accreditato gli ufficiali». Sarà  una coincidenza che l’attuale direttore di Mediaset sport sia Ettore Rognoni figlio di Virginio?

PM: “Perché suo padre non era d’accordo con le 12 richieste proposte dai corleonesi?
M. Ciancimino: “Perché non erano fattibili a nessun livello, nemmeno sul piano legislativo. Era una specie di lodo Alfano per tutti i mafiosi … nessun ufficiale poteva presentarsi da mio padre e dire ‘aggiusto i tuoi processi, faccio a, b, c’ senza aggiungere che c’erano nomi politici a garantire. Perché il ragionamento di mio padre sarebbe stato ‘come puoi dirmi che farai questo o quello se non riesci a fare nemmeno le tue inchieste? non sei credibilé. Mi sembra logico, no?».

PM: “E qual era «l’aggiustamento» che stava più a cuore a suo padre?”
M. Ciancimino: “Il maxi-processo“.

PM: “Perché tutto questo tergiversare prima della consegna del papello ai magistrati?
M. Ciancimino: “Ci sono stati sempre degli impedimenti.

PM: “Adesso gli impedimenti non ci sono più?
M. Ciancimino: “Non può immaginare cosa non ho fatto per avere le carte che ho dato alla procura. Non posso raccontarlo ma é roba da non crederci…

Il primo febbraio scorso Massimo Ciancimino racconta che fu il medico di Totò Riina Antonino Cinà  (morto nel 2006 imputato con Dell’Utri) a consegnargli il “papello” destinato alla trattativa. Era il 29 giugno 1992. L’incontro avvenne a Mondello, periferia di Palermo nei pressi del bar Caflisch. “Facemmo lì perché a Mondello c’era molto traffico, era difficile parcheggiare…

Massimo Ciancimino getta ombre sull’ex procuratore Pietro Giammanco: “Fu lui a bloccare l’inchiesta su mafia e appalti” quella su cui Giovanni Falcone aveva messo gli occhi, ripresa in mano da Paolo Borsellino poche settimane prima della sua morte. Pietro Giammanco, il procuratore “amico” di Salvo Lima, avrebbe consegnato personalmente quel rapporto, bruciando le indagini del Ros. Tanto che, nel ’92, quando i carabinieri chiesero a Vito Ciancimino di aiutarli nella caccia ai superlatitanti, il figlio Massimo sentì il padre rispondere così: “Ma se non riuscite a fare l’inchiesta su mafia e appalti perché Giammanco ve la blocca, come potete trattare?

Il 2 febbraio Massimo Ciancimino nell’aula del carcere dell’Ucciardone racconta: “Dopo l’arresto di Provenzano mio padre (Vito ndr) si convinse che era stato sostituito, scavalcato, nella trattativa tra lo Stato e Cosa nostra. E anni dopo mi rivelò che, secondo lui, il nuovo referente istituzionale sia della mafia sia dei soggetti che avevano condotto la trattativa era Dell’Utri“. Dichiarazioni con le quali Ciancimino “traduce” uno dei tanti pizzini di Provenzano consegnati a suo padre durante la latitanza e ora nelle mani dei pm Nino Di Matteo ed Antonino Ingroia.
Nel 2001 Provenzano scriveva a Vito Ciancimino “Mi é stato detto dal nostro senatore (Dell’Utri) e dal nuovo presidente (Cuffaro) che spingeranno la soluzione delle sue sofferenze” facendo riferimento anche all’avvocato Nino Mormino, ex parlamentare berlusconiano e attuale difensore di Dell’Utri. I 3, secondo Massimo Ciancimino si sarebbero dovuti adoperare per una legge che prevedesse l’amnistia o l’indulto per favorire suo padre VIto, che dopo la condanna per mafia aveva altri guai giudiziari.

Cose inventate e inverosimili“.. “qualcuno vuole buttare fango su di me e su Berlsuconi” replicò quel giorno al Tg1 Dell’Utri”.

Dopo le stragi Falcone e Borsellino gli ufficiali Mori e De Donno contattarono Vito Ciancimino attraverso Massimo . Racconta Ciancimino: “Inizialmente il colonnello Mori ed il capitano De Donno chiesero a mio padre informazioni per catturare Riina e Provenzano“. Poi le trattative cambiarono. Riina, per interrompere le stragi, aveva inviato a Vito Ciancimino il famoso “papello” con una serie di richieste a favore dei mafiosi detenuti. “Ma secondo mio padre quelle richieste erano improponibili. Nemmeno Provenzano le condivideva“. Poi dopo la stage di via D’Amelio del luglio ‘92, i rapporti tra Vito Ciancimino ed i carabinieri cambiarono: “Mio padre convinse Provenzano a ‘tradire’ Riina per farlo arrestare dai carabinieri chiedendogli di riprendere le redini di Cosa Nostra perché Riina stava rovinando tutto, sia Cosa Nostra sia il consenso che essa aveva in una parte della società  siciliana.” E sarebbe stato Provenzano a circoscrivere su una mappa del quartiere Uditore la via Bernini, dove si nascondeva Riina, arrestato il 15 gennaio ‘93. Ma quel “covo” non fu poi perquisito: e ciò, secondo Massimo Ciancimino, “per un preciso accordo tra i carabinieri, mio padre e Provenzano. I carabinieri sapevano che le indicazioni per l’arresto di Riina arrivavano da Provenzano, ma Riina non doveva cogliere il senso del tradimento.

L’11 febbraio 2010 Massimo Ciancimino dichiara in aula: “Alla fine degli anni ’70, la mafia avrebbe deciso di investire nel mattone dirottando un enorme flusso di denaro su Milano 2″ dell’allora giovane imprenditore Silvio Berlusconi.

In aprile esce il libro di Massimo Ciancimino “Don Vito” edito da Feltrinelli, presentato anche a Corleone, paese natìo di Vito Ciancimino e di Bernardo Provenzano.

Il 21 maggio Massimo Ciancimino finisce sui giornali per l’indifferente diffidenza dei bolognesi nei suoi confronti e racconta: “A Palermo, quando passo per strada, c’é gente che sputa in terra, almeno qui no.”

Il 30 giugno il Collegio San Luigi di Bologna rifiuta l’iscrizione alla prima elementare di Vitoantonio Ciancimino, 5 anni, figlio di Massimo “a causa del suo cognome.” Il preside del noto Collegio bolognese, padre Giuseppe Montesano, dice che “Bologna non é il San Luigi. Lo iscriverò in un’altra scuola.”

In tutto questo tempo di rivelazioni ai magistrati Massimo Ciancimino é stato oggetto di minacce, ma ieri gli é giunta a casa quella più pesante, più inaccettabile: un prioettile di kalashnikov di 10 centimetri in una busta indirizzata all’unico nipote di Don Vito “Vitoandrea Ciancimino, Torrearsa 5“. Allegato un papello di tre righe stampate a computer in cui si legge:

“Le colpe dei padri infami e traditori ricadranno sui figli”
“Lei e i suoi complici siete stati avvisati da troppo tempo”
“Lei e i suoi amici magistrati sarete la causa di tutto”

La notizia non ha trovato spazio in nessuna prima pagina dei quotidiani di oggi. I due principali nazionali l’hanno nascosta tra le pieghe della pubblicità . Repubblica la riporta a pagina 16, il Corriere a pagina 24.

Ultimo dettaglio: nessun uomo di governo, a partire da Silvio Berlusconi, ha espresso solidarietà  a Massimo Ciancimino per quella minaccia inenarrabile rivolta a un bimbo di 5 anni. Nemmeno Marcello Dell’Utri e nessun ministro. Il loro eroe rimane Vittorio Mangano e il suo silenzio mafioso. La solidarietà  la esprimono solo a Totò Cuffaro. Dannate coincidenze.

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