B&F saga dell’ultimo anno

Sempre su B&F ritengo che la platealità  data alla rottura con tanto di comuncato ufficiale in cui si parla di “incompatibilità ” di Fini e dei finiani col programma di governo pitriplista, sia servita a celare il problema vero di quelli che remano contro nello stesso Pdl. Se escludiamo gli Scajola i Verdini i Dell’Utri i Cosentino e i Caliendo che sono referenti territoriali del Pdl, é ragionevole ritenere che un certo numero di anonimi deputati senza pendenze con la giustizia non hanno alcun interesse a promuovere leggi vergognose come il ddl intercettazioni, coscienti degli effetti nefasti che avrebbero sulla sicurezza sociale e anche sulla giustizia. Siccome il voto segreto accresce il rischio di un numero imprecisato di franchi tiratori, ecco spiegato perché il corruttore ha preferito cassare il famigerato ddl con la scusa che é stato snaturato. Ecco Fini e finiani sacrificati alla patetica teatralità  dei probiviri quando di rottura tra il capo del governo dei pitriplisti e il presidente della Camera si parla ormai da molti mesi.

Le tappe di un’alleanza forzata e artificiale hanno cominciato a dare segni di reciproca insopportabilità  tra B&F già  lo scorso anno, dopo che Fini si era già  dissociato dal fascismo missino-leghista aprendosi al voto per gli stranieri. In settembre, quando il prezzolato ciambellano Vittorio Feltri, reduce dallo sputtanamento di Dino Boffo all’Avvenire, comicniò ad attaccare apertamente il presidente della camera su più fronti, a cominciare dall’invito ad andarsene dal Pdl. Polemiche che indussero a parlare di exit strategy dal governo Berlusconi con il “governo di salvezza nazionale” con lo stesso Fini assieme a Tremonti nel ruolo di “pacificatore” e col presidente della camera che sul divano di Gianni Letta tuonò al corruttore: “Feltri la deve smettere di attaccarmi”.

Le candidature alle regionali furono un altro terreno di scontro tra B&F. Fini non le voleva più “apprendere dai giornali” rivendicando di deciderle in qualità  di co-fondatore del Pdl assieme alle cosiddette riforme. A partire dalla giustizia, che in novembre determinò l’accelerata verso la rottura tra i 2 mai in sintonia. “Fini é proprio un ingrato, se il clima é questo allora é meglio andare al voto” disse il corruttore piduista in ottobre. Voleva la certezza di chiudere i processi milanesi, compreso la vicenda Mills, ma la porcata del processo breve non bastava. Mentre Fini in diretta a Sky dichiarava: “Prescrizione breve? Non si farà ” il piduista diventava furente: “Il tuo comportamento é disdicevole. Non manchi occasione per prendere le distanze da me: dall’Annunziata e da Fazio. Ma che gioco sta facendo?.” La replica di Fini fu fredda: “Silvio, calmati, ti sbagli. Io ho solo difeso principi di legalità  in cui credo da sempre. Non possiamo far saltare migliaia di processi. Non posso fingere di non vedere un’amnistia mascherata. Io devo tutelare i cittadini.” Sul processo breve e il rischio Mills Berlusconi minacciò: “Se non mi appoggi lo interpreterò come un tradimento, come una mancanza di lealtà  nei miei confronti”.

Il 15 novrembre Repubblica scriveva: “Fini torna nel mirino del cavaliere “se insiste anche lui a rischio” e una dichiarazione di B. “Se Gianfranco viene meno al suo ruolo di arbitro va in discussione anche la sua carica” B. si lagna di F. Ormai é chiaro. La rottura, prima che politica, é umana. B. dice che F. “approfitta del suo ruolo istituzionale per giocare una partita politica che prevede il suo logoramento e, al termine, la sua uscita di scena.” Siamo in novembre.
I finiani hanno già  messo in conto la conta interna qualora Fini imponesse paletti per «sabotare» il ddl accorcia-processi. Per il corruttore F. fa il politico nel suo ruolo di presidente della Camera che dovrebbe essere organo di terzietà . Nel Pdl si inizia a pensare a forme di mobbing per indurre Fini alle dimissioni. B. ha ormai compreso che F vuol far saltare l’intero castello. Ecco la “pesca” di gente esterna come Daniela Santanché e l’allenanza con la Destra di Storace, in un disegno di «allargamento» del Pdl.

Il 2 dicembre il piduista dichiara: “Fini di fatto ormai é fuori dal Pdl, ci si é messo da solo.”  L’annuncio arriva dopo che Fini fu beccato in un fuorionda a commentare assieme al procuratore di Pescara Nicola Trifuoggi l’imminente deposizione di Gaspare Spatuzza contro Marcello Dell’Utri al tribunale di Torino (4 dicembre). B. temeva che F. avesse qualche notizia riservata in merito mai confermata. Il piduista non poteva tollerare di vedere Fini con un magistrato che 25 anni fa, da pretore, cercò senza successo di interrompere le trasmissioni delle reti Fininvest. Convocò a via dell’Umiltà  i maggiorenti del partito Cicchitto, Gasparri e Quagliariello senza Italo Bocchino, l’unico finiano rimasto nella combriccola. “Se Fini ha dubbi morali su di me, si accomodi pure alla porta” disse il piduista che si augurava “un atto di redenzione” da parte del presidente della Camera. La riunione si chiuse con la speranza: “Vorrei sfiduciarlo“.

Il 13 dicembre B. fu ferito da Tartaglia che gli lanciò un mini-duomo in faccia. Al San Raffaele la sfilata di politici di destra e di sinistra (tranne Di Pietro) tenne banco qualche giorno. La visita di Fini fu soltanto “breve e fugace“. Col nuovo anno ecco un’altra boutade di Feltri sul Giornale: “Fini soffre perché Berlusconi comanda.” e “prende in prestito le idee dalla sinistra” . In quei giorni ci fu la nomina a sottosegretario all’welfare di Daniela Santanché tra le proteste e le acide battute dei finiani. Per Fabio Granata la Santanché rappresenta “l’aspetto più retrivo della società  italiana.“.
I tentativi di chiarimento e riappacificazione tra B&F alimentati dai capibastone del Pdl rimasero un miraggio. Il 12 gennaio Fini rifiutò di pranzare con B. per “non dare al faccia a faccia un carattere troppo conviviale” nonostante non si vedevano dalla visita al San Raffaele, un mese prima. Le questioni politiche i due le affrontarono al telefono: a cominciare dal decreto congela processi del quale Fini voleva stemperare l’impronta “ghediniana” accogliendo i rilievi del Quirinale. In questa occasione il presidente della Camera avrebbe anche suggerito di parcheggiare al Senato il ddl sul processo breve, che aveva provocato lo sciopero sia degli avvocati penalisti che dei magistrati.

Febbraio, marzo e aprile sono passati all’insegna dell’attesa di una rottura definitiva tra F&B. Così imbarazzante persino per liberi pensatori come Ernesto Galli della loggia, che il 16 aprile fu costretto a scrivere in prima pagina sul Corsera: “Berlusconi e Fini alla rottura“. Nel testo rimpiangeva che Fini “Non ha mai detto qualcosa che fosse di destra. Come ipnotizzato dal personaggio Berlusconi (al pari di quasi tutto il mondo politico italiano, la Lega esclusa), egli ha badato solo a distinguersi puntigliosamente dal suo stile istrionico, dai suoi plateali modi di essere, dal suo linguaggio aggressivo. C’é riuscito. Ma pagando un prezzo che forse non aveva previsto: di ritrovarsi alla fine, come oggi si vede, sulla soglia della casa che fino ad oggi era stata la sua.” Galli della Loggia sperava nelle dimissioni di Fini sotto il finto abbaglio dell'”obbligo” dovuto al clima di rottura col piduista. Anche il pensatore Massimo Franco il 17 aprile scriveva: “Dire che Fini é in difficoltà  suona un po’ riduttivo. Il modo in cui il centrodestra ha reagito «all’unanimità » al suo scarto dà  l’idea dell’isolamento. Fini é stato messo in un angolo. E l’impressione é che ne potrà  uscire o piegando la testa ed azzerando le sue ambizioni e le sue critiche; oppure con le stimmate dello scissionista, che il Pdl si é già  affrettato ad evocare qualora Fini desse seguito alla minaccia di formare un gruppo parlamentare autonomo. La riunione del vertice del partito convocata ieri prevede la resa del cofondatore“. Resa che invece non c’é stata.

Già  il 16 aprile B. considerava il voto anticipato “un’eventualità  da scongiurare” nonostante sognasse di scaricare Fini, andare al voto, espellerlo dall’alleanza e massacrarlo politicamente come fece con Follini ai tempi del Berlusconi bis. Eugenio Scalfari su Repubblica si chiedeva che farà  quando sarà  grande Fini esordendo l’articolo così: “Fini non ha nessun avvenire dentro il Pdl dove i suoi colonnelli d’un tempo l’hanno già  tradito e i suoi marescialli di campo che stanno ancora con lui finiranno con l’abbandonarlo.“. Il 22 aprile la rottura in tra B&F avvenne in diretta. Il piduista tuonò al leader aennino “Vuoi fare politica? Dimettiti.” Replica di Fini: “Mi cacci? Io non lascio la Camera.” Da quel giorno le dimissioni di Fini sono diventate il tormentone di giornali e tivù di regime. Editorialisti fumosi come Massimo Franco sono stati costretti a fotografare la realtà . Il 23 aprile sul Corsera ne “I costi della guerriglia” scriveva: “E’ finita un’epoca per il Pdl e per il centrodestra. L’immagine di Berlusconi e Fini che si accusano in pubblico sotto gli occhi dei dirigenti del partito e del Paese, é a suo modo storica. Archivia sedici anni di sodalizio politico, perché quello personale si era guastato da tempo. E getta un’ombra sul futuro della maggioranza, del governo e della stessa legislatura. Da oggi comincia un rapporto che chiamare coabitazione é eufemistico: siamo alla vigilia di una guerriglia quotidiana, anche in Parlamento, capace di destabilizzare il Paese.”
Secondo Francesco Verderami B&F sono “alla ricerca del bandolo perduto per ragioni di reciproca necessità .” A Lorenzo Fuccaro che chiedeva “Ma davvero può esserci un lieto fine?” rispondeva il piduista Cicchitto: “Me lo auguro vivamente perché questo scontro con continuo logoramento di Berlusconi, creerebbe una crisi politica che metterebbe a rischio la durata della legislatura.

Intervenne Umberto Bossi a minacciare il voto anticipato e “ordinare” a Berlusconi di “cacciare Fini che lavora per la sinistra.” per inaugurare un nuovo cammino al popolo padano. In mezzo a queste liti ci fu l’avvio delle inchieste delle procure di Roma., Perugia e Firenze sugli affari al G8 ai mondiali di nuoto e alla Maddalena che coinvolgono tuttora Bertolaso, Scajola (non indagato), Verdini e l’immancabile Dell’Utri (indagati) oltre al tragicomico Aldo Brancher per il filone Antonveneta appena condannato a 2 anni. Il 5 maggio, il doppio incarico del corruttore a ruolo di ministro dello sviluppo economico scomodò il Qurinale. Ma sui giornali la notizia era ancora la stessa: “B. cerca ormai una rottura drastica con Fini.”  Si riparlò di elezioni anticipate tanto che Ignazio La Russa dichiarò: “Prepariamoci per il 2011“. In giugno la recita tra i due su un’impossibile intesa in “stile democristiano” del piduista. Fini, alla faccia dei pensatori che lo avrebbero dimesso già  da mesi, rivendica di aver stabilito «un metodo» imposto al piduista. «Vi ringrazio tutti – disse Fini alla cena organizzata a Farefuturo a metà  giugno, “abbiamo mostrato che, d’ora in poi, occorre fare i conti anche con noi.” Per lo scontro frontale tra F&B non erano ancora maturi i tempi. Gli aennini fregavano le mani per aver “rivoltato il ddl intercettazioni come un calzino“.

Il 2 luglio i finiani sulla legge bavaglio si dissero pronti alla crisi. Berlusconi ripeté: “Rompiamo con Fini il traditore“. Su manovra, intercettazioni e giustizia “ghe pensi mi.”. La legalità  rivendicata il 17 luglio da Fini ha portato alla situazione odierna. Il governo di Cesare é in zona Cesarini. Non poitrà  durare ancora a lungo. “Ghe pensa Fini a finì.” Non il corruttore.

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