L’amaro pentimento di papà  boia


Giuseppe Di Matteo

Giuseppe Di Matteo aveva 12 anni quando fu rapito nel novembre del ’93 in un maneggio di Altofonte (PA) da un gruppo di mafiosi travestiti da poliziotti che agivano su ordine dell’allora latitante Giovanni Brusca, tra cui Gaspare Spatuzza. Che in aula durante il processo per la strage di Capaci disse: “Agli occhi del bambino siamo apparsi degli angeli, ma in realtà  eravamo dei lupi. Era felice, diceva ‘Papà  mio, amore mio’ “. Il piccolo, figlio del pentito Santino Di Matteo, credendo che quei finti poliziotti lo portassero da papà , fu legato e lasciato nel cassone di un furgoncino prima di essere consegnato ai suoi carcerieri che lo tennero prigionero per oltre 2 anni. 779 giorni. Al termine dei quali, dimagrito e deperito, fu strangolato e sciolto nell’acido nitrico proprio da Brusca.

Oggi, dopo 15 anni, il papà  di quel ragazzino, Santino Di Matteo, a sua volta uno dei boia di Capaci, si racconta in una lettera indirizzata al presidente del “Parlamento della legalità ” Nicolò Mannino di Partinico (Pa), che sarà  letta domani a San Cipirello al concorso nazionale rivolto alle scuole.

Ecco un estratto del testo

“Sono felice che da tanto dolore possa nascere qualcosa di buono. La foto di mio figlio che sorride é appesa in casa mia, ogni volta che la guardo é come il giorno in cui ho saputo che era stato ucciso. Tanti anni fa ero una persona cattiva, capace di fare del male, mi sentivo come un soldato in guerra che doveva eseguire degli ordini, ma non capivo che erano gli ordini di persone malvagie, capaci solo di ordinare uccisioni, stragi e provocare tanto dolore. Ricordo che una volta, tornando a casa dopo aver seminato la morte, mi sono trovato davanti Giuseppe e ho sentito come mi avessero dato un violento pugno in faccia. Un padre che fa del male deve anche subire lo sfregio di dover abbassare gli occhi davanti al proprio amato figlio. Poi ho trovato la forza di capire da che parte stanno le cose giuste, ho lasciato quelli che erano i cattivi amici e sono passato dalla parte dello Stato. Ho detto tutto quello che sapevo sugli omicidi, sulle stragi, sui progetti di morte che dovevano essere compiuti. Certo, questo non cancella il male che io ho fatto, ma ha fatto sì che tanto altro male venisse cancellato. Per questo mi hanno strappato dal cuore quella creatura innocente che é Giuseppe. àˆ per loro, per i giovani, che ho trovato la forza di scrivere questa lettera. Oggi sono un’altra persona, per questo posso prendere la penna e chiedere perdono a Dio, a tutti coloro a cui ho provocato del male, ai parenti delle vittime, perdono a Giuseppe, perdono ai miei familiari che ho coinvolto loro malgrado nel mio calvario. Quando mi chiamavo ‘uomo d’onore’, ero rispettato e temuto, in realtà  ero solo una macchina di morte. Quando ripenso alle cose che ho fatto per la preparazione della strage di un uomo giusto come Giovanni Falcone, alle prove dell’esplosione, allo studio del percorso sull’autostrada, al trasporto del tritolo che ha spezzato in un attimo cinque vite, piango lacrime di pentimento. La morte di mio figlio ha fatto capire che Cosa nostra non risparmia donne e bambini. Voglio fare un appello a tutta la gente di Sicilia che vuole vivere libera dalla paura di non smettere di battersi per ostacolare i mafiosi e i prepotenti. La mia esortazione é a non diventare come ero io.”

Santino Di Matteo

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