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	<title>competitività  Archivi - Il blog di Daniele Martinelli</title>
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	<description>Notizie e opinioni libere.</description>
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		<title>Un calcio alla nostra (gloriosa) storia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 26 Jun 2010 14:00:21 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-4920" title="mondiali calcio" src="http://www.danielemartinelli.it/wp-content/uploads/2010/06/mondiali-calcio-300x164.jpg" alt="" width="424" height="248" /></p>
<p>Premetto che non sono un appassionato di calcio, e nemmeno un intenditore. Conosco tuttavia molto bene il mondo dello sport. Quello vero del sacrificio, della fatica e della costanza. Ho vissuto per anni nel mondo dell&#8217;atletica leggera a fianco di professionisti di livello: velocisti e fondisti. Ho visto la loro condotta di vita, i lunghi periodi di ritiro, ho assistito decine di volte alle loro sedute di allenamento possibili grazie alle loro doti innate. Allenarsi per correre una maratona ai campionati italiani, europei o ai mondiali é un impegno nervoso prima che fisico. Sia per il campione che per l&#8217;amatore pur avendo obiettivi cronometrici per forza diversi. Io stesso pratico la corsa da sempre. Per un certo periodo l&#8217;ho praticata a un discreto livello amatoriale, per raggiungere il quale ho dovuto faticare. Ho passato tutta la mia giovinezza lontano da vizi, ore piccole e cocaina pur non avendo mai vinto campionati. E&#8217; stata comunque una fortuna perché oggi, alla vigilia dei 41 anni, posso permettermi di correre ancora a buon livello, meditando di portare a termine una maratona in meno di 3 ore entro un anno. Per fare ciò mi sto allenando nei ritagli di tempo (poco) che dispongo e spero, infortuni permettendo, di farcela. Quando ce l&#8217;avrò fatta il mio percorso di preparazione sarà  una delle migliaia di storie personali che riguardano anche altri atleti capaci di fare altrettanto. Con 2 ore e 50 minuti non si fa storia, come non la fanno quelli da 2 ore e 30 tanto quelli da 4 ore. Ma una cosa é certa: per tutti questi anonimi sportivi la condizione fisica é di gran lunga migliore del miglior bomber del calcio italiano.</p>
<p>Perdonatemi la presunzione ma l&#8217;esperienza mi ha insegnato che la corsa é in assoluto lo sport più faticoso e più vero che esista. E&#8217; un termometro di vita. Perciò é lo sport base per tutte le altre discipline perché se hai fiato fai tutto il resto con meno fatica. Non c&#8217;é ciclismo o basket che tengano. Per non parlare del calcio! L&#8217;ho sempre osservato con occhio assai distante e con la consapevolezza che i calciatori sono anni luce dai sacrifici degli atleti di altre discipline: non solo della corsa, ma anche dell&#8217;atletica pesante, degli sport acrobatici e quelli di resistenza.<br />
Ho sempre ritenuto che se i calciatori avessero fiato per correre non avrebbero la vista annebbiata nell&#8217;arco di una partita. E&#8217; vero che il calcio richiede doti esplosive e di velocità  in corsa unite al coordinamento sulla palla, ma é altrettanto vero che la corsa e la velocità  li devi allenare in maniera tosta. Non bastano 10 scatti da 30 metri con partenza dai blocchi tra una chiacchiera e una battuta. Non basta abbozzare qualche allungo in diagonale sul campo per costruirsi un motore resistente. La resistenza alla velocità  la si costruisce miscelando sedute lattacide con un po&#8217; di fondo. Correndo! La corsa dovrebbe essere quasi sempre presente nelle sedute dei calciatori. Coprire almeno 10 chilometri in 40 minuti dovrebbe essere normale per un calciatore professionista, non una follia. Almeno per un&#8217;ala un terzino e un difensore. Il resto della bravura del calciatore dovrebbe risiedere nelle sue doti innate di giocoliere, che coach e scuole di calcio non potrebbero mai insegnare.</p>
<p>La differenza tra i calciatori di nazioni evolute da quelli dei paesi emergenti si fa sempre più marcata perché la differenza la fa la cattiveria agonistica. Nei paesi evoluti la tendenza é quella di assistere a squadre impostate su schemi che puntano tutto sul bomber. Lavorano molto in campo con gli schemi di gioco ma senza sacrificio. Senza pathos. Le nazionali di questi paesi sono formate da ragazzotti presi dalla pubblicità , dalla Porsche, dai festini e viziati dai miliardi. Non glielo impone nessuno di farsi il culo in pista a correre. Tanto poi se perdono in campo qualche scusa ci sarà , e comunque il loro lauto ingaggio se lo saranno messi in cascina.<br />
Nei paesi emergenti, invece, é tutto diverso. La nazionale del Camerun, per esempio, schiera una squadra di calciatori che tecnicamente non saranno sopraffini come gli argentini, ma quasi tutti hanno una base aerobica che li porta a correre i 5 mila metri in meno di 17 minuti. Crono impensabile per un calciatore italiano perché correre a 18 chilometri orari per 5 chilometri signfica essere atleti evoluti. Significa correre 12 giri e mezzo di pista a una media di 80 secondi a tornata. Dotarsi di un motore così potente significa giocare al risparmio quando si é in campo in 11 calciatori. La vista non si annebbia, la concentrazione e la fatica si gestiscono assai meglio, giungere sulla palla prima dell&#8217;avversario significa crearsi maggiori opportunità  di tirarla in rete. Infatti nazioni come il Camerun e altri paesi africani avanzano meritatamente verso la rosa delle squadre finaliste ai mondiali di calcio.</p>
<p>La nazionale italiana ha perso con la nazionale slovacca durante le qualificazioni dopo un sofferto pareggio col Paraguay perché i giovani del calcio italiano rappresentano la generazione di tanti loro connazionali svaporati che non conoscono il sacrificio. E&#8217; così anche in atletica. Finiti i Cova, i Bordin, i Bettiol e i Baldini all&#8217;orizzonte c&#8217;é ben poco. Sotanto fino agli anni &#8217;80 si é assistito agli ultimi scampoli di reclutemento sportivo scolastico. I giochi studenteschi erano la norma dove tutti partecipavano, dal primo all&#8217;ultimo senza mamme che correvano a denunciare gli insegnanti se il loro pargolo tornava a casa raffreddato da una sudata in campo. Non succedeva anche perché fino più o meno a quell&#8217;epoca si stava all&#8217;aria aperta senza troppi patemi.<br />
Le nuove generazioni sono tutte play station, merendine, tivù e sovrappeso, salvo poche eccezioni. Troppo poche per essere indiviuate e sportivamente proiettate in una dimensione nazionale. Notorietà  e visibilità  che ne conseguono favoriscono soltanto pochi paraculi senza meriti. Soprattutto nel dorato mondo del calcio fatto di tante chiacchiere a differenza dell&#8217;atletica, che siccome é scienza non la puoi inventare. Vinci soltanto se corri davvero.</p>
<p>Ecco perché sono felice che la squadra italiana di calcio abbia fallito il mondiale. Perché ha fatto la fine che si merita una banda di paraculi viziosi senza pathos e senza meriti. Una banda di inaffidabili narcisi dove la dimensione rovesciata del lusso, cocaina e agi non vanno per niente d&#8217;accordo con la prestazione sportiva. Infatti nel mondiale proseguirà  meritatamente la Slovacchia e altri paesi in cui ci sono giocatori che cercano di dare il proprio meglio per essere dei veri campioni. L&#8217;Italia, il titolo mondiale del 2006, lo vinse per il rotto della cuffia dopo un estenuante finale a base di rigori. Fu una vittoria da paraculi dopo una serie di partite combinate con paesi senza campioni.<br />
Oggi, dopo 4 anni, siamo ancora un paese più alla deriva. Rappresentiamo un&#8217;Italia ancora meno competitiva anche se ce la suoneremo e ce la canteremo. Col tempo ci racconteremo che non é stata colpa nostra. Meglio così. Intanto c&#8217;é più spazio per le notizie delle porcate di governo. Che a forza di tagliare cultura, scuola e competitività  per arricchirsi loro, hanno mandato affanculo un intero paese. Hanno dato un calcio alla nostra gloriosa storia calcistica e atletica. Trasformandoci in un paese finito.</p>
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