Le pippe-record del Fatto

Tolto che non me ne frega nulla di chi sia e di cosa faccia o non faccia Andrea Scanzi, sono costretto a dare un’altra evidenza di come questo dipendente a lingua umida sulle natiche di Travaglio, sia pompato a dismisura solo perché circoscrivibile alla sua somma mediocrità. Mediocrità perimetrata all’universalità dell’etere radio-telvisivo che – ahime – esibisce anche soggetti peggiori di lui, in tema di altezzosità e di antipatia congenita.

L’immagine dell’articolo postato è una riprova di quanto sia edulcorata (a discrezione del Fatto quotidiano), la realtà dei cosiddetti fatti che il Fatto rivendica a ogni piè sospinto di spiattellare. Ebbene, con un po’ di buonsenso della notizia, un giornale obiettivo che auto-celebra i propri spazi televisivi a pagamento per gli “ascolti da record”, addirittura planati a 674.000 grazie ai fenomeni Sommi e Scanzi che intervistano nientepopodimenoche il sindaco di Milano Sala, non avrebbe commesso l’errore di sottolineare che poco prima di loro, Crozza di ascolti ne aveva oltre un milione e mezzo.

Sapete perché? Perché con un dettaglio così non da poco pubblicato addirittura a pagina 4, la notizia non è il record di ascolti. La notizia è semmai il record di abbandoni, giacché finito Crozza, una milionata di telespettatori, ossia i due terzi hanno cambiato canale. Quello sì, un “bel record”. E meno male che la “Loft produzioni” per “DiscoveryItalia”, ergo Travaglio e il gruppo di editori del Fatto, avranno fatto carte false pur di essere collocati dietro Crozza. Perché Crozza (quello sì un animale televisivo), è l’unico traino che può dare di risacca ad Accordi & disaccordi ascolti appena appena accettabili in seconda serata, superati da qualunque altro talk in orari diversi e senza traini. (Mattino 5 del sottoscritto oltrepassa sempre i 700 mila alle 9,30 senza auto-celebrazioni da record).

Insomma, il Fatto ha ormai investito su un talk che non offre nulla di ché, condotto senza infamia e senza lode da due qualunque, uno dei quali (Scanzi), affetto da una tal paranoia di apparire, che a forza autoproclamarsi il più bravo, il più figo e il migliore non riesce nemmeno a battere il record di antipatia nell’etere televisivo generalista.

Detto ciò, io continuo a vivere come prima, e loro sopravviveranno finché avranno voglia di buttare soldi dietro a Scanzi e ai suoi libri (Cazzaro verde non vende granché, ahime malgrado i “soldout” teatrali da 50 posti a sedere).

Finitela, quindi, di bombardarmi su ciò che dice e fa Scanzi, perché io Scanzi – come un qualunque mitomane teatral-politico – non lo seguo a prescindere perché a me non trasmette e non insegna proprio nulla. Questa indifferenza non è forzata. E’ naturale. Ed è a suo modo un record.

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Pagano, il neo-leghista di fuffa

Ma chi sarà mai il leghista Alessandro Pagano che in Aula alla Camera è riuscito a dire rimanendo serio che Silvia Romano è una neo-terrorista? Pagano è un teocon di quelli fondamentalisti che manderebbe gay e coppie di fatto al rogo con la falange degli alfaniani, dei lombardiani, dei berluscoidi e ora dei saliviniani. Un politicante che conta più partiti che stalloni per Cicciolina. Condannato in Appello a 5 mesi per abuso d’ufficio, Pagano è nato nella Padania più laboriosa e trafficata: San Cataldo, provincia di Caltanissetta, Trinacria profonda dove si è formato alle corti del pregiducato per mafia Totò Cuffaro (fu suo assessore in Regione Sicilia). Giusto per coerenza nei confronti di Salvini che vaneggia di “pulizia”, Pagano è stato rinviato a giudizio per voto di scambio e attentato ai diritti politici dal gup Claudio Bencivinni su richiesta dei pm di Termini Imerese Annadomenica Gallucci, in un’inchiesta che coinvolge 87 persone in occasione delle ultime elezioni regionali siciliane e di alcune elezioni amministrative.

Coimputato col già citato Cuffaro, Pagano è accusato di aver escogitato il trucco a danno degli elettori di suggerire a Mario Caputo di candidarsi alle regionali del 2017 al posto del fratello Salvino (Salvini al singolare), costretto a lasciare lo scranno di assessore in Regione in virtù degli effetti della legge Severino. Il pm scrive che il falso appellativo di “Salvino” serviva a fingere «che il candidato fosse quest’ultimo». Per convincerlo, il cosiddetto onorevole Pagano (e l’altro sicul-leghista Angelo Attaguile) gli promettevano «che, se avesse accettato, lo avrebbero candidato alle elezioni nazionali e gli avrebbero conferito un incarico di prestigio nel partito». Risultato: «Caputo Mario non svolgeva alcuna significativa propaganda elettorale, lasciando che al suo posto lo facesse il fratello Salvatore». E Salvino «fingeva di essere lui il candidato, presentandosi agli elettori come tale, promettendo numerose utilità per ottenere il voto, incontrandoli nelle abitazioni, in esercizi commerciali e aziende, diffondendo e facendo diffondere manifesti e facsimile recanti il solo cognome Caputo, senza il nome e la foto del vero candidato».

Eccole le imprese di Pagano, secondo i pm che lo accusano. Sia chiaro, parliamo solo delle ultime per questo intrallazzone ex Forza Italia, ex Ncd di Alfano, ex meridionalista sfegatato e ora Padano convinto. Dare della “neo-terrorista” a una cooperante sequestrata per 18 mesi da un gruppo di criminali armati senza scrupoli, significa che questo neo-leghista aspira a balzare agli onori della cronaca. Tiene affinché si parli di lui e si sappia che di “neo” Pagano non ha proprio nulla, a parte la sua trasformazione in leghista credibile quanto un radicale che brandisce la Bibbia. Le sue imprese nelle istituzioni sono fuffa di ordinaria malapolitica dell’era berlusconiana.

Una sorta di terrorista del diritto, in quanto distintosi in porcate da far spellare le mani a evasori fiscali e delinquenti di rango. In particolare ricordiamo la grinta di Pagano per far approvare nel Decreto Incentivi 40/2010 il “mini-condono”, ossia una colossale sanatoria alle liti fiscali pendenti presso la Cassazione o la Commissione tributaria centrale, permettendo agli evasori fiscali milionari di chiudere le cause col pagamento di un misero 5% del valore delle controversie. In realtà Pagano faceva il palo a Berlusconi per approvare la “salva Mondadori”, che se la sarebbe cavata con 10 milioni di risarcimento civile per lo scippo subito da parte di B. invece che 200. Pagano comicamente blaterava di «vantaggi sia per il contribuente che per lo Stato senza più una stressante ansia da giudizio». Le sue incursioni e i suoi blitz degni da topo di appartamento, prima con la Finanziaria e poi col decreto Milleproroghe, non sortirono gli effetti sperati per mancanza di tempo.

Pagano fece parte del drappello di politicanti che ricorse alla Corte dei conti contro il taglio del doppio vitalizio da ex deputato siciliano lamentando «argomentazioni populistiche» da parte dell’Ars di sospendere la greppia di soldi pubblici mensili. Nel 2012 ebbe il coraggio di fare un’interpellanza alla Guardasigilli Paola Severino contro la perquisizione dell’ex presidente dello Ior Ettore Gotti Tedeschi, suo sodale nell’Opus Dei. Riuscì a dire stando serio che Gotti Tedeschi avrebbe dovuto essere avvertito della perquisizione, vagheggiando poi di un “tentativo di una articolazione della magistratura italiana di intromettersi in attività di un organismo di uno Stato estero“.

Nel 2014 scoprimmo che il neo-leghista Pagano era legato al fiscalista dei potenti Paolo Oliverio, arrestato con l’accusa di aver pilotato nomine e affari dell’ordine religioso dei Camilliani, secondo i pm «riciclatore» dei soldi della ‘ndrangheta e di alcuni esponenti della criminalità romana, che al momento dell’arresto disse «Se aprite quei pc che mi sequestrate viene giù l’Italia». Presentò poi un emendamento che avrebbe svuotato di efficacia il reato di autoriciclaggio, fermato grazie alla sollevazione dei 5 stelle. Si spese per la cosiddetta riforma delle intercettazioni nella legge sulla diffamazione, col desiderio di spedire in galera per 6 anni i giornalisti che pubblicavano le intercettazioni dei politici. Legge non passata grazie ai grillini che invasero i lavori in Commissione Giustizia.

Pagano figura nell’elenco dei 357 deputati scassa-Costituzione che sempre nel 2014 approvarono il ddl costituzionale sulla riforma del Senato (perso sonoramente da Renzi al referendum). Per non dire l’accorciamento della prescrizione, altra questione cara a Pagano, secondo cui «a voler seguire la tesi dell’Anm i processi potrebbero durare 30 anni, per paradosso nessun giudice fisserebbe più udienze».

Nel 2015 il neo-leghista Pagano tentò di far passare la legge a sua firma per accorciare le già ridicole pene di detenzione ai condannati di falso in bilancio. Quanto al divorzio breve ridotto a 6 mesi con considerevole calo dei costi per i ricorrenti, Pagano prevedeva «disastri inenarrabili», mai pervenuti. Presentò per conto dell’arrestato Ettore Incalza un emendamento per modificare l’articolo 175 del Codice degli appalti, sulla “bancabilità” del project- financing della superstrada Orte-Mestre. Ossia, la possibilità di affidare senza gara gli appalti dell’opera-spreco del costo di 10 miliardi di euro. Mai domo delle sue imprese, nel dicembre di quell’anno presentò una leggina che avrebbe dovuto regalare fino a 600 milioni di euro ai comuni che lasciavano installare quante più slot-machine nei loro territori. Leggina (a firma anche del Pd Federico Massa e del leghista Alberto Giorgetti), bloccata dai 5 stelle per mano di Matteo Mantero, dopo altri tentativi fatti in Senato.

Questo è il bagaglio di Alessandro Pagano. Uno che per dare aria alla bocca fa del terrorismo diffamatorio nei confronti di una povera ragazza che ha una grande occasione: perseguire il neo-leghista con una mega querela e lasciarlo in mutande. Verdi.

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Renzi chi

Ebbene sì, il senatore Matteo Renzi va accontentato. Vuole che si parli di lui? Parliamone. Parliamone ancora, partendo dalla sua ultima vulgata in Aula: la minaccia al premier Giuseppe Conte di sfiduciarlo se “adotta il populismo nella Fase 2“, qualunque cosa significhi, nell’era post-epidemia da Coronavirus.

Renzi ha tentato di colmare la sua frustrazione da sfiga di somigliare a Mister Been nell’egocentrismo patologico. Non lo si può definire narcisismo, perché infatti Narciso era almeno bello. Qui parliamo di un onorevole mitomane miracolato da Giorgio Napolitano, che lo piazzò a Palazzo Chigi a fare il premier senza lo straccio di un voto. A Palazzo Chigi, Renzi, dopo una ridicola sfilza di comparsate ai giochi a quiz televisivi, ha dato sfogo a un’altra sua malattia: la bulimia di attenzione mediatica.

Proclamatosi rottamatore politico del Pd, Renzi ha iniziato ad accumulare gaffes ed errori tali da infilare fin da subito una picchiata di fallimenti. Nel suo vocabolario c’è di tutto e il suo contrario. In pochi anni ha raggiunto il podio dei cialtroni. Ha preso, come si dice a Milano, una vacca per le balle. Ha impostato il metodo del democristiano paraculo, ma col linguaggio populista sui socialnetwork. Quelli da cui sono nati e cresciuti i 5 stelle per arrivare a governare nel 2018. Pensava di farla franca, Renzi. Pensava di incantare i serpenti. Ma la Rete, con la sua livella, ha sprofondato nell’irrilevanza la tracotante incoerenza di Renzi.

Da rottamatore, Renzi si è presto rottamato da sé. Prima dal Pd, che con la sua segreteria ha conosciuto il record di sconfitte a tutti i livelli istituzionali. Dopodiché, tolto l’iniziale 40% alle europee del 2014, Renzi non lo ha più sopportato nessuno, fino alle meste dimissioni da Palazzo Chigi dopo il catastrofico esito del referendum che avrebbe violentato la Costituzione. Il treno della ribalta mediatica passato anche dalla stazione Leopolda, era ormai perso.

Gli ultimi tristi anni del mitomane-narciso parlano da soli. La forza propulsiva del renzismo, anziché generare politica, ha perpetuato i mostri delle peggiori epoche italiche recenti e non: i genitori processati e condannati per fatturazioni false. Il babbo Tiziano che tramava con alcuni avvoltoi del malaffare nella speranza di guadagnarci da Consip. Il cognato Andrea Conticini nei guai perché ha dirottato 6 milioni e mezzo di euro in società familiari con i fondi destinati all’Unicef, compresa la Eventi6 di Renzi (inchiesta bloccata da apposita legge Gentiloni-Orlando sulla scia dell’Unicef che non ha sporto denuncia). La Boschi che faceva da palo al governo per il papà massone impegolato nel fallimento del Monte dei Paschi. L’ex ministro Lotti nella ragnatela dei magistrati corrotti interessati alle nomine pilotate nel Csm. Marco Carrai che tramava per ottenere affari all’aeroporto di Peretola e pagava a Renzi gli affitti negli attici del centro di Firenze. Senza contare la sfilza di renziani che qua e là sono finiti al centro di inchieste di corruzione e tangenti.

Con un effetto politico così, per fortuna, oggi Renzi è diventato “Renzi chi”. Altra sua azzeccata frasetta diretta all’ex collega di partito Fassina poi rivelatasi un boomerang. Ecco, oggi ci ritroviamo a parlare di Renzi come di un morto politico che evoca i morti in Aula credendo di – testuale – “incoraggiare il dibattito” sulle riaperture del dopo-coronavirus.

Parliamo – e altrettanto chiudiamo – di Renzi ricordando il suo ultimo colpo mortale all’ego paranoico: il tentativo di trasformarsi in conduttore televisivo piacione in un programma televisivo-pacco finito nel nulla benché ci fosse stata la paraculazione di Lucio Presta.

Ora il nulla cosmico di Renzi tenta di riempirsi con le interviste su Facebook ad Andrea Bocelli. Ma almeno quello non ci vede…

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L’obiettività tanto al chilo del Fatto quotidiano

Leggo attentamente i principali giornali da decenni, in particolare il Fatto quotidiano, fin dalla prima edizione del settembre 2009. Conosco bene il Fatto, la storia di chi ci scrive e di chi collabora. E’ un giornale che non può mancare nella rassegna stampa. Ha tanti pregi, ne ha per tutti, benché i palazzinari lo riducano a “bollettino delle procure”. La sua “autonomia” dai padroni viene spesso ricordata e vantata nelle sue colonne, ultimo esempio il botta e risposta tra Padellaro e Travaglio del 24 aprile a corredo di un piagnisteo sulle “ectoplasmatiche conurbazioni di dividendi”, che governano i cambi di direzione nei quotidiani di sinistra (Repubblica-La Stampa- Huffington Post).

Il Fatto a direzione Travaglio è sì la cronaca ruvida e provocatoria, è risoluto e anche comico negli epiteti (“cazzaro verde” e “cazzaro rosé” a Salvini e Renzi costano al quotidiano il rifiuto di soffiate e di interviste da parte di salviniani e renziani), pur essendo una testata di giornalisti smaccatamente di sinistra (buona parte del team proviene dall’Unità, a iniziare proprio da Padellaro e Travaglio).

Il Fatto è altresì un luogo sicuro per tanti spiantati che si sono improvvisati giornalisti (Scanzi è il primo della lista dei miracolati con i suoi “soldout” teatrali da qualche decina di posti a sedere pompati sul Fatto), seguito da Selvaggia Lucarelli (fidanzata con Scanzi finché non fu assunta), Stefano Caselli (figlio dell’ex procuratore antimafia Giancarlo consulente giuridico per gli articoli di Travaglio) e altri cosiddetti “pensatori liberi”. Liberi finché non cozzano con le lune del Direttore.

Il quale si è ormai da tempo schierato tout curt con i 5 stelle e in particolare col governo Conte. Non che questo significhi leggere sul Fatto fake news o critiche (purché) velate. Si coglie tuttavia una narrazione accomodante nei titoli e nei testi, se il soggetto da trattare viene “accarezzato” da Conte. Cito solo l’ultimo esempio odierno: a pagina 2 di oggi leggiamo che Forza Italia non sfiducerà il ministro Gualtieri. Ebbene, Berlusconi non è più il “Caimano”, il “pregiudicato”, “Papi” o altri simpatici vezzeggiativi dell’ineguagliabile Travaglio. No, Berlusconi per il Fatto diventa “il Cavaliere”, senza nemmeno “ex”, visto che il titolo gli fu tolto dopo la condanna per frode fiscale. La foto a corredo dell’articolo di un Berlusconi sorridente al posto delle solite azzeccate caricature del Fatto, sono il sintomo di una pelosa inversione a U.

Questa virata nei confronti di B. è perché Conte s’è rivelato indulgente con il partito dell’ex premier di Arcore. Più volte Conte – nelle conferenze stampa dedicate ai provvedimenti contro il coronavirus – ha ringraziato le opposizioni augurandosi collaborazione, tradotto sostegno in Aula da parte di Forza Italia per blindare ancora di più la maggioranza del governo. Va tutto bene, per carità. Nulla di paragonabile con lo schifo che avevamo ai tempi della destra e della sinistra. Epperò la narrazione del Fatto non è più distaccata. Anzi, un pensatore libero potrebbe prendersi la libertà sacrosanta di bollare di opportunismo e di paraculaggine la tecnica di un premier che cerca di aggraziarsi le opposizioni. Soprattutto di un partito come Forza Italia e della sua storia recente. Invece no. Il Direttore non gradisce.

Ecco, nulla di grave – c’è molto di peggio di cui occuparsi – però, insomma, preferirei smettere di leggere sul Fatto i pistolotti autocelebrativi sulla ostentata “libertà” che si cantano e si suonano da soli al Fatto. Abbiamo capito che al Fatto hanno in serbo il sogno di traslocare al programma “Accordi e Disaccordi” la “terza camera” di Bruno Vespa a Porta a porta. Bastava vedere i visi prostrati e timorosi dei conduttori Scanzi e Sommi quando avevano il premier ospite. Sono stati loro gli strappalacrime di Conte. Conduttori in ginocchio, lontanissimi dal piglio arrogante dei saputelli che mostrano a La7.  Moderatori che sembrano addetti stampa, e che infatti riescono ad avere ospiti ministri e deputati pentastellati certi di essere in un salotto amico. Altro che disaccordi. Ma il giornalista, scondo Travaglio che ha versato fiumi di inchiostro su Vespa e su Fazio accusati di servilismo, non doveva essere urticante? Attendiamo la parodia dell’articolo in foto nella simpatica tendina quotidiana “lecca lecca”.

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Coronavirus, la strage del “buon governo” forza-leghista

Il governatore leghista Attilio Fontana in Lombardia con l’assessore alla Sanità berlusconiano (Giulio Gallera). Il governatore berlusconiano Alberto Cirio in Piemonte con l’assessore alla Sanità leghista (Luigi Genesio Icardi) come Mimì cocò e cag.. ‘u c….. E’ loro la responsabilità di aver emanato il permesso di ricoverare i positivi al coronavirus negli ospizi, e di aver sparso l’epidemia mortale a migliaia di anziani che erano ospiti in quelle strutture. Lo dicono gli ispettori mandati dal ministro della Salute Roberto Speranza in entrambe le regioni.

Questo è il cosiddetto “buon governo” del centrodestra, che soprattutto in Lombardia è la fotocopia di quello formigoniano. Quello che dopo aver falcidiato la sanità pubblica, rubato milioni di euro ai cittadini regalando leggi su misura ad alcune cliniche amiche dietro un vorticoso giro di tangenti, si è ritrovato con una Regione-Lazzaretto del tutto impreparata a prendere le precauzioni necessarie per evitare l’ecatombe di nonni.

Se non tutto il male vien per nuocere – ahime – la scomparsa di una generazione di saggi, significa un corposo bottino di voti in meno per i partiti modello-Salvini. Quelli basati sugli slogan a memoria ridotta. Considerazioni che non piacciono al caciarone verde. Dev’essere perciò che mi ha bannato dai commenti della sua pagina pubblica. Ne scrivevo pochi e mirati, senza insulti o minacce sguaiate come invece fanno di regola alcune sue “Bestie” militanti, che piacciono allo stratega della comunicazione leghista Luca Morisi.

Alla fine quando al leader mancano le risposte argomentate, o se disturbano le opinioni dei suoi sudditi, meglio censurare. Più comodo suonarsela e cantarsela in un perenne inganno collettivo. A proposito: Luca Zaia, leghista che in Veneto ha gestito assai meglio e con meno chiacchiere la pandemia, non è mai citato da Salvini. Embè, certo!! Il governatore veneto è il diretto antagonista del cazzarone verde sul trono della segreteria leghista.

Intanto le inchieste proseguono come un virus letale per Lega e Forza Italia, partitini modello ‘900. Se non oggi, sarà domani, per un po’ di cosiddette “teste” regionali arriverà il fresco di cella. Insomma, il bello degli effetti della “Sanità modello” deve ancora venire.

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Sardine, sottomarca del Pd

Roma, piazza San Giovanni, il leader delle sardine Mattia Santori ha finalmente messo il suggello al suo partito politico. Il giovane studente bolognese ha fatto il suo comizio ufficiale. Ha detto chiaro che le sardine sono una piazza politica, che fa politica. Contraddicendosi in meno di un mese, quando a Bologna, in occasione del primo raduno “sponsorizzato” con trionfanti articoli del quotidiano La Repubblica (del Pd), Santori disse che le sardine non facevano politica. Non volevano bandiere o etichette. Erano tuttavia lì per rispondere alla Lega di Salvini, che si trovava al vicino Paladozza speranzoso di riempirlo con innesti di militanti verdi provenienti dalla Lombardia e dal Veneto, e avviare la sua campagna elettorale per promuovere la candidata governatrice Lucia Borgonzoni.

Da quel giorno le sardine si sono rapidamente moltiplicate in molte piazze italiane, grazie all’esaltazione di Repubblica e di qualche servizio spinto sul Tg3. Perlopiù giovani studenti under 25, ragazzi che Craxi, Berlinguer, Berlusconi e Di Pietro li studiano a scuola. Ragazzi che s’apprestano a protestare pacificamente una politica di cui non ne hanno vissuto le gesta degli ultimi dieci o vent’anni. Merce appetibile per il Partito Democratico, vero regista di questa nuova adunata spaesata, senza un’idea di futuro, senza un’identità sociale e senza un programma. Ideale per raccomandare loro di schierarsi contro “i populismi”. Come dice Santori, “persone che prendono posizione” (quale non s’ha da sapere), “che non restano indifferenti” (a cosa non s’ha da sapere), “corpi che occupano spazi” (per fare che cosa e per che causa servire non s’ha da sapere) col solo fine della “partecipazione” (a cosa non s’ha da sapere).

Insomma, le sardine paiono uno spaccato di elettori anonimi che si fanno promotori di una politica sconosciuta col solo motto di aver bandito il vaffa: inno dei grillini di dieci anni fa, incazzati e insofferenti col ventennale establishment tra governi di destra e sinistra in totale simbiosi di scandali, ruberie e conflitti di interesse. Oggi questi scandali al governo sono un lontano ricordo. I 5 stelle alle redini del Paese hanno riportato un po’ di umiltà nelle istituzioni e una politica più attenta agli ultimi. Novità alle quali le sardine paiono indifferenti, quasi che i grillini fossero come Berlusconi, Casapound o giù di lì. Populisti anche se non nominati direttamente. Questa è la sensazione, con l’unica certezza di avere come antagonista la Lega di Salvini.

Le sardine si sono generate a Bologna, città simbolo del comunismo e della sinistra italiana. Quella novecentesca che mal sopporta l’avvento dei grillini al governo. Quella che tifa per il governatore uscente Bonaccini, ricandidato senza i colori del Pd. Ecco la necessità di riprendersi un po’ di consenso con manifestazioni di sottomarca nel tentativo di ricrearsi un nemico che assicuri l’eterno dividi et impera. Le sardine sono il prodotto a consumo per la sinistra nostalgica orchestrata dal Pd, Leu e sindacati interessati a dare garanzie alle loro lobby rimaste senza servi al governo. Insomma, nulla di nuovo in piazza San Giovanni.

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L’ipocrisia della causa ebrea sventolata dai ricchi

Dato che i problemi del nostro tempo partono dall’usura delle banche e dallo schiavismo economico di massa, mi sono rotto le palle di sentir parlare di antisemitismo. Soprattutto se a sventolare il pericolo dell’odio – in particolare per gli ebrei – è un giornale come Repubblica. Quotidiano di sinistra alla disperata ricerca di un Gargamella politico a destra, che dia al magnate miliardario Carlo De Benedetti, ebreo sefardita come suo fratello Rodolfo, banchiere dirimpettaio degli Agnelli, un motivo per pagare i suoi dipendenti al giornale.Ultimamente Repubblica martella sulla martirizzazione della senatrice Liliana Segre, che a causa di frasi scritte da “pericolosissimi” odiatori sedentari, pallottolieri da tastiera, di quelli che Facebook è piena sui profili di tutti, pubblici e non, le hanno dato la scorta. Accampando pericoli di nazismo, di destre montanti e di caccia all’ebreo. Insomma, una campagna ridicola.

Ora, visto che l’Olocausto è un dato storico, tragico e irripetibile, durato fortunatamente per un solo brevissimo spicchio di storia dell’umanità, spiegato a scuola, ricordato annualmente col giorno della Memoria, faccio notare che identificare i negazionisti in Rete e schedarli come tali non ci vuole granché. Come già si fa con i docenti a scuola e con gli scrittori, anche stanare i buontemponi che digitano “viva Hitler” nei commenti social è un gioco da ragazzi. Basterebbe spammarli in Rete e metterli alla prova in piazza o a telecamere accese su preciso incarico da parte dell’autorità. Sarebbe più educativo e costerebbe assai meno che dare una scorta a una 90enne, di cui rido al solo pensiero che la si possa odiare.

Nel notare che non conosco un solo senatore a vita scampato allo strozzinaggio degli usurai, o un ex borghese impoverito nei campi di sterminio trasferiti nelle banche, devo rivolgermi a quelli che ce l’hanno con me sul tema dell’immensa ipocrisia della causa ebrea. A voi che la buttate sul personale, sappiate che se avessi voluto, mi sarei fatto amico di certi ebrei per farmi raccomandare in qualche televisione importante, oppure mi sarei messo con una loro figlia per farmi infilare nei salotti dell’aristocrazia (David Parenzo docet, tanto per citare un esempio), e diventare il prezzemolino su Radio24 (del solito De Benedetti), o il tappabuchi estivo su La7. Certo, non tutti gli ebrei sono lì, ma di certo sono gli unici che dove girano i soldi, la fama e gli affari non mancano mai.

Gli Henry Kissinger, i George Soros e i Mark Zuckerberg, tutti ebrei, non sono degli straccioni assieme a una sfilza di banchieri. Sono, al contrario, potentissimi personaggi che a forza di influenzare il pensiero di massa nell’editoria e nel linguaggio social, hanno trasformato il binomio ebrei-Olocausto in vittimismo d’accatto. So che ce ne sarebbe abbastanza per sentirmi dare dello “antisemita economico”. Tuttavia, all’alba del 2020, in un mondo globalizzato, io rifiuto l’etichetta di antisemita, laddove essere “anti” qualcosa rimane pur sempre un diritto universale insopprimibile.

Ecco perché mi sono rotto le palle di leggere gli strilli dei colleghi giornalisti che vaneggiano di antisemitismo. E mi sono rotto le palle pure di quei beoti cosiddetti di sinistra, quasi sempre sottopagati, che cadono nel tranello del padrone con l’anello al naso, senza accorgersi che lo strapotere delle banche e dell’usura di ebraica invenzione, ha ridotto in povertà milioni di teste potenzialmente pensanti e ucciso ogni prospettiva di ricchezza.

Altro che la kippah, il copricapo che col pretesto della fede ebraica identifica un’etnia prima che un’ideologia. A proposito: questo non è per caso razzismo al contrario?

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Sozzani salvo, amaro compromesso per i grillini

Il governo 5 Stelle-Pd è il risultato di un compromesso che – allo stato attuale – è il migliore possibile, o se si preferisce, il meno peggio realizzabile. I 5 stelle di governo hanno “somatizzato” e quindi accettato che – col sistema elettorale attuale che li hanno resi il partito di maggioranza relativa – si scenda a compromessi con i partiti di sistema per cercare di imporre il più possibile la propria agenda politica. Prima il compromesso del contratto dei grillini era con la Lega, quella che ha governato con Berlusconi portando alla rovina l’Italia. Oggi i pentastellati hanno come partner di governo il Partito Democratico: quello di mafia capitale e di tutti gli inciuci che conosciamo.

Il compromesso attuale – nonostante tutte le colpe e gli insulti che i vari esponenti politici si sono scambiati negli anni – è la necessità di portare a compimento la legislatura a guida dei 5 stelle con la loro agenda di governo. Il salvataggio in Aula dal processo per il deputato berlusconiano Diego Sozzani, è stato opera di “46 franchi tiratori”, ossia di 46 deputati alleati dei grillini che hanno votato contro l’autorizzazione a procedere. Che siano stati di destra, di centro, o di sinistra, i 46 dis-onorevoli in questione hanno votato nel segreto dell’urna in totale libertà, come prevede la Costituzione.

Il governo a trazione grillina – nonostante la maggioranza relativa e la preventiva approvazione da parte della Commissione per l’autorizzazione a procedere – non è riuscito con i voti in aula a mandare a processo un indagato di finanziamento illecito ai partiti per un «regalo» di 10 mila euro non dichiarato promesso da un’azienda, che per il gip colloca Sozzani «in un sodalizio criminale da ben prima della candidatura e dell’elezione a deputato… al centro di un più ampio quadro di vicende illecite».

E’ un fatto grave, che investe il Movimento del cambiamento, ma che in soldoni si traduce in un solo dato: ossia, che i due terzi della Camera che ha votato contro l’arresto di Sozzani sono sostanzialmente molto più compromessi dei 5 stelle. Gli unici che hanno votato compatti a favore dell’arresto. Dunque, qui non si tratta di “fidarsi” del Partito Democratico, come tuona Alessandro Di Battista. Qui per i 5 stelle si tratta di governare come dei funamboli, cercando di tenere la barra diritta e di perseguire gli obiettivi prefissati, ben sapendo che i partner al traino rappresentano sempre un rischio di caduta, o di annacquamento dei provvedimenti.

Insomma, per ora non ci sono alternative. Se si vuole fare i puri delle origini si manda tutto all’aria subito e prima del tempo. Con la certezza – però- di non governare mai più.

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