L’obiettività tanto al chilo del Fatto quotidiano

Leggo attentamente i principali giornali da decenni, in particolare il Fatto quotidiano, fin dalla prima edizione del settembre 2009. Conosco bene il Fatto, la storia di chi ci scrive e di chi collabora. E’ un giornale che non può mancare nella rassegna stampa. Ha tanti pregi, ne ha per tutti, benché i palazzinari lo riducano a “bollettino delle procure”. La sua “autonomia” dai padroni viene spesso ricordata e vantata nelle sue colonne, ultimo esempio il botta e risposta tra Padellaro e Travaglio del 24 aprile a corredo di un piagnisteo sulle “ectoplasmatiche conurbazioni di dividendi”, che governano i cambi di direzione nei quotidiani di sinistra (Repubblica-La Stampa- Huffington Post).

Il Fatto a direzione Travaglio è sì la cronaca ruvida e provocatoria, è risoluto e anche comico negli epiteti (“cazzaro verde” e “cazzaro rosé” a Salvini e Renzi costano al quotidiano il rifiuto di soffiate e di interviste da parte di salviniani e renziani), pur essendo una testata di giornalisti smaccatamente di sinistra (buona parte del team proviene dall’Unità, a iniziare proprio da Padellaro e Travaglio).

Il Fatto è altresì un luogo sicuro per tanti spiantati che si sono improvvisati giornalisti (Scanzi è il primo della lista dei miracolati con i suoi “soldout” teatrali da qualche decina di posti a sedere pompati sul Fatto), seguito da Selvaggia Lucarelli (fidanzata con Scanzi finché non fu assunta), Stefano Caselli (figlio dell’ex procuratore antimafia Giancarlo consulente giuridico per gli articoli di Travaglio) e altri cosiddetti “pensatori liberi”. Liberi finché non cozzano con le lune del Direttore.

Il quale si è ormai da tempo schierato tout curt con i 5 stelle e in particolare col governo Conte. Non che questo significhi leggere sul Fatto fake news o critiche (purché) velate. Si coglie tuttavia una narrazione accomodante nei titoli e nei testi, se il soggetto da trattare viene “accarezzato” da Conte. Cito solo l’ultimo esempio odierno: a pagina 2 di oggi leggiamo che Forza Italia non sfiducerà il ministro Gualtieri. Ebbene, Berlusconi non è più il “Caimano”, il “pregiudicato”, “Papi” o altri simpatici vezzeggiativi dell’ineguagliabile Travaglio. No, Berlusconi per il Fatto diventa “il Cavaliere”, senza nemmeno “ex”, visto che il titolo gli fu tolto dopo la condanna per frode fiscale. La foto a corredo dell’articolo di un Berlusconi sorridente al posto delle solite azzeccate caricature del Fatto, sono il sintomo di una pelosa inversione a U.

Questa virata nei confronti di B. è perché Conte s’è rivelato indulgente con il partito dell’ex premier di Arcore. Più volte Conte – nelle conferenze stampa dedicate ai provvedimenti contro il coronavirus – ha ringraziato le opposizioni augurandosi collaborazione, tradotto sostegno in Aula da parte di Forza Italia per blindare ancora di più la maggioranza del governo. Va tutto bene, per carità. Nulla di paragonabile con lo schifo che avevamo ai tempi della destra e della sinistra. Epperò la narrazione del Fatto non è più distaccata. Anzi, un pensatore libero potrebbe prendersi la libertà sacrosanta di bollare di opportunismo e di paraculaggine la tecnica di un premier che cerca di aggraziarsi le opposizioni. Soprattutto di un partito come Forza Italia e della sua storia recente. Invece no. Il Direttore non gradisce.

Ecco, nulla di grave – c’è molto di peggio di cui occuparsi – però, insomma, preferirei smettere di leggere sul Fatto i pistolotti autocelebrativi sulla ostentata “libertà” che si cantano e si suonano da soli al Fatto. Abbiamo capito che al Fatto hanno in serbo il sogno di traslocare al programma “Accordi e Disaccordi” la “terza camera” di Bruno Vespa a Porta a porta. Bastava vedere i visi prostrati e timorosi dei conduttori Scanzi e Sommi quando avevano il premier ospite. Sono stati loro gli strappalacrime di Conte. Conduttori in ginocchio, lontanissimi dal piglio arrogante dei saputelli che mostrano a La7.  Moderatori che sembrano addetti stampa, e che infatti riescono ad avere ospiti ministri e deputati pentastellati certi di essere in un salotto amico. Altro che disaccordi. Ma il giornalista, scondo Travaglio che ha versato fiumi di inchiostro su Vespa e su Fazio accusati di servilismo, non doveva essere urticante? Attendiamo la parodia dell’articolo in foto nella simpatica tendina quotidiana “lecca lecca”.

Condividi!

Coronavirus, la strage del “buon governo” forza-leghista

Il governatore leghista Attilio Fontana in Lombardia con l’assessore alla Sanità berlusconiano (Giulio Gallera). Il governatore berlusconiano Alberto Cirio in Piemonte con l’assessore alla Sanità leghista (Luigi Genesio Icardi) come Mimì cocò e cag.. ‘u c….. E’ loro la responsabilità di aver emanato il permesso di ricoverare i positivi al coronavirus negli ospizi, e di aver sparso l’epidemia mortale a migliaia di anziani che erano ospiti in quelle strutture. Lo dicono gli ispettori mandati dal ministro della Salute Roberto Speranza in entrambe le regioni.

Questo è il cosiddetto “buon governo” del centrodestra, che soprattutto in Lombardia è la fotocopia di quello formigoniano. Quello che dopo aver falcidiato la sanità pubblica, rubato milioni di euro ai cittadini regalando leggi su misura ad alcune cliniche amiche dietro un vorticoso giro di tangenti, si è ritrovato con una Regione-Lazzaretto del tutto impreparata a prendere le precauzioni necessarie per evitare l’ecatombe di nonni.

Se non tutto il male vien per nuocere – ahime – la scomparsa di una generazione di saggi, significa un corposo bottino di voti in meno per i partiti modello-Salvini. Quelli basati sugli slogan a memoria ridotta. Considerazioni che non piacciono al caciarone verde. Dev’essere perciò che mi ha bannato dai commenti della sua pagina pubblica. Ne scrivevo pochi e mirati, senza insulti o minacce sguaiate come invece fanno di regola alcune sue “Bestie” militanti, che piacciono allo stratega della comunicazione leghista Luca Morisi.

Alla fine quando al leader mancano le risposte argomentate, o se disturbano le opinioni dei suoi sudditi, meglio censurare. Più comodo suonarsela e cantarsela in un perenne inganno collettivo. A proposito: Luca Zaia, leghista che in Veneto ha gestito assai meglio e con meno chiacchiere la pandemia, non è mai citato da Salvini. Embè, certo!! Il governatore veneto è il diretto antagonista del cazzarone verde sul trono della segreteria leghista.

Intanto le inchieste proseguono come un virus letale per Lega e Forza Italia, partitini modello ‘900. Se non oggi, sarà domani, per un po’ di cosiddette “teste” regionali arriverà il fresco di cella. Insomma, il bello degli effetti della “Sanità modello” deve ancora venire.

Condividi!

Sardine, sottomarca del Pd

Roma, piazza San Giovanni, il leader delle sardine Mattia Santori ha finalmente messo il suggello al suo partito politico. Il giovane studente bolognese ha fatto il suo comizio ufficiale. Ha detto chiaro che le sardine sono una piazza politica, che fa politica. Contraddicendosi in meno di un mese, quando a Bologna, in occasione del primo raduno “sponsorizzato” con trionfanti articoli del quotidiano La Repubblica (del Pd), Santori disse che le sardine non facevano politica. Non volevano bandiere o etichette. Erano tuttavia lì per rispondere alla Lega di Salvini, che si trovava al vicino Paladozza speranzoso di riempirlo con innesti di militanti verdi provenienti dalla Lombardia e dal Veneto, e avviare la sua campagna elettorale per promuovere la candidata governatrice Lucia Borgonzoni.

Da quel giorno le sardine si sono rapidamente moltiplicate in molte piazze italiane, grazie all’esaltazione di Repubblica e di qualche servizio spinto sul Tg3. Perlopiù giovani studenti under 25, ragazzi che Craxi, Berlinguer, Berlusconi e Di Pietro li studiano a scuola. Ragazzi che s’apprestano a protestare pacificamente una politica di cui non ne hanno vissuto le gesta degli ultimi dieci o vent’anni. Merce appetibile per il Partito Democratico, vero regista di questa nuova adunata spaesata, senza un’idea di futuro, senza un’identità sociale e senza un programma. Ideale per raccomandare loro di schierarsi contro “i populismi”. Come dice Santori, “persone che prendono posizione” (quale non s’ha da sapere), “che non restano indifferenti” (a cosa non s’ha da sapere), “corpi che occupano spazi” (per fare che cosa e per che causa servire non s’ha da sapere) col solo fine della “partecipazione” (a cosa non s’ha da sapere).

Insomma, le sardine paiono uno spaccato di elettori anonimi che si fanno promotori di una politica sconosciuta col solo motto di aver bandito il vaffa: inno dei grillini di dieci anni fa, incazzati e insofferenti col ventennale establishment tra governi di destra e sinistra in totale simbiosi di scandali, ruberie e conflitti di interesse. Oggi questi scandali al governo sono un lontano ricordo. I 5 stelle alle redini del Paese hanno riportato un po’ di umiltà nelle istituzioni e una politica più attenta agli ultimi. Novità alle quali le sardine paiono indifferenti, quasi che i grillini fossero come Berlusconi, Casapound o giù di lì. Populisti anche se non nominati direttamente. Questa è la sensazione, con l’unica certezza di avere come antagonista la Lega di Salvini.

Le sardine si sono generate a Bologna, città simbolo del comunismo e della sinistra italiana. Quella novecentesca che mal sopporta l’avvento dei grillini al governo. Quella che tifa per il governatore uscente Bonaccini, ricandidato senza i colori del Pd. Ecco la necessità di riprendersi un po’ di consenso con manifestazioni di sottomarca nel tentativo di ricrearsi un nemico che assicuri l’eterno dividi et impera. Le sardine sono il prodotto a consumo per la sinistra nostalgica orchestrata dal Pd, Leu e sindacati interessati a dare garanzie alle loro lobby rimaste senza servi al governo. Insomma, nulla di nuovo in piazza San Giovanni.

Condividi!

L’ipocrisia della causa ebrea sventolata dai ricchi

Dato che i problemi del nostro tempo partono dall’usura delle banche e dallo schiavismo economico di massa, mi sono rotto le palle di sentir parlare di antisemitismo. Soprattutto se a sventolare il pericolo dell’odio – in particolare per gli ebrei – è un giornale come Repubblica. Quotidiano di sinistra alla disperata ricerca di un Gargamella politico a destra, che dia al magnate miliardario Carlo De Benedetti, ebreo sefardita come suo fratello Rodolfo, banchiere dirimpettaio degli Agnelli, un motivo per pagare i suoi dipendenti al giornale.Ultimamente Repubblica martella sulla martirizzazione della senatrice Liliana Segre, che a causa di frasi scritte da “pericolosissimi” odiatori sedentari, pallottolieri da tastiera, di quelli che Facebook è piena sui profili di tutti, pubblici e non, le hanno dato la scorta. Accampando pericoli di nazismo, di destre montanti e di caccia all’ebreo. Insomma, una campagna ridicola.

Ora, visto che l’Olocausto è un dato storico, tragico e irripetibile, durato fortunatamente per un solo brevissimo spicchio di storia dell’umanità, spiegato a scuola, ricordato annualmente col giorno della Memoria, faccio notare che identificare i negazionisti in Rete e schedarli come tali non ci vuole granché. Come già si fa con i docenti a scuola e con gli scrittori, anche stanare i buontemponi che digitano “viva Hitler” nei commenti social è un gioco da ragazzi. Basterebbe spammarli in Rete e metterli alla prova in piazza o a telecamere accese su preciso incarico da parte dell’autorità. Sarebbe più educativo e costerebbe assai meno che dare una scorta a una 90enne, di cui rido al solo pensiero che la si possa odiare.

Nel notare che non conosco un solo senatore a vita scampato allo strozzinaggio degli usurai, o un ex borghese impoverito nei campi di sterminio trasferiti nelle banche, devo rivolgermi a quelli che ce l’hanno con me sul tema dell’immensa ipocrisia della causa ebrea. A voi che la buttate sul personale, sappiate che se avessi voluto, mi sarei fatto amico di certi ebrei per farmi raccomandare in qualche televisione importante, oppure mi sarei messo con una loro figlia per farmi infilare nei salotti dell’aristocrazia (David Parenzo docet, tanto per citare un esempio), e diventare il prezzemolino su Radio24 (del solito De Benedetti), o il tappabuchi estivo su La7. Certo, non tutti gli ebrei sono lì, ma di certo sono gli unici che dove girano i soldi, la fama e gli affari non mancano mai.

Gli Henry Kissinger, i George Soros e i Mark Zuckerberg, tutti ebrei, non sono degli straccioni assieme a una sfilza di banchieri. Sono, al contrario, potentissimi personaggi che a forza di influenzare il pensiero di massa nell’editoria e nel linguaggio social, hanno trasformato il binomio ebrei-Olocausto in vittimismo d’accatto. So che ce ne sarebbe abbastanza per sentirmi dare dello “antisemita economico”. Tuttavia, all’alba del 2020, in un mondo globalizzato, io rifiuto l’etichetta di antisemita, laddove essere “anti” qualcosa rimane pur sempre un diritto universale insopprimibile.

Ecco perché mi sono rotto le palle di leggere gli strilli dei colleghi giornalisti che vaneggiano di antisemitismo. E mi sono rotto le palle pure di quei beoti cosiddetti di sinistra, quasi sempre sottopagati, che cadono nel tranello del padrone con l’anello al naso, senza accorgersi che lo strapotere delle banche e dell’usura di ebraica invenzione, ha ridotto in povertà milioni di teste potenzialmente pensanti e ucciso ogni prospettiva di ricchezza.

Altro che la kippah, il copricapo che col pretesto della fede ebraica identifica un’etnia prima che un’ideologia. A proposito: questo non è per caso razzismo al contrario?

Condividi!

Sozzani salvo, amaro compromesso per i grillini

Il governo 5 Stelle-Pd è il risultato di un compromesso che – allo stato attuale – è il migliore possibile, o se si preferisce, il meno peggio realizzabile. I 5 stelle di governo hanno “somatizzato” e quindi accettato che – col sistema elettorale attuale che li hanno resi il partito di maggioranza relativa – si scenda a compromessi con i partiti di sistema per cercare di imporre il più possibile la propria agenda politica. Prima il compromesso del contratto dei grillini era con la Lega, quella che ha governato con Berlusconi portando alla rovina l’Italia. Oggi i pentastellati hanno come partner di governo il Partito Democratico: quello di mafia capitale e di tutti gli inciuci che conosciamo.

Il compromesso attuale – nonostante tutte le colpe e gli insulti che i vari esponenti politici si sono scambiati negli anni – è la necessità di portare a compimento la legislatura a guida dei 5 stelle con la loro agenda di governo. Il salvataggio in Aula dal processo per il deputato berlusconiano Diego Sozzani, è stato opera di “46 franchi tiratori”, ossia di 46 deputati alleati dei grillini che hanno votato contro l’autorizzazione a procedere. Che siano stati di destra, di centro, o di sinistra, i 46 dis-onorevoli in questione hanno votato nel segreto dell’urna in totale libertà, come prevede la Costituzione.

Il governo a trazione grillina – nonostante la maggioranza relativa e la preventiva approvazione da parte della Commissione per l’autorizzazione a procedere – non è riuscito con i voti in aula a mandare a processo un indagato di finanziamento illecito ai partiti per un «regalo» di 10 mila euro non dichiarato promesso da un’azienda, che per il gip colloca Sozzani «in un sodalizio criminale da ben prima della candidatura e dell’elezione a deputato… al centro di un più ampio quadro di vicende illecite».

E’ un fatto grave, che investe il Movimento del cambiamento, ma che in soldoni si traduce in un solo dato: ossia, che i due terzi della Camera che ha votato contro l’arresto di Sozzani sono sostanzialmente molto più compromessi dei 5 stelle. Gli unici che hanno votato compatti a favore dell’arresto. Dunque, qui non si tratta di “fidarsi” del Partito Democratico, come tuona Alessandro Di Battista. Qui per i 5 stelle si tratta di governare come dei funamboli, cercando di tenere la barra diritta e di perseguire gli obiettivi prefissati, ben sapendo che i partner al traino rappresentano sempre un rischio di caduta, o di annacquamento dei provvedimenti.

Insomma, per ora non ci sono alternative. Se si vuole fare i puri delle origini si manda tutto all’aria subito e prima del tempo. Con la certezza – però- di non governare mai più.

Condividi!

Conduttori Rai, si facciano vere selezioni

Il governo del cambiamento dia un segnale chiaro anche alla comunicazione e all’informazione televisiva. La Rai venga rivoltata come un calzino. Si chiarisca – intanto – la sorte di quelle centinaia di giornalisti che passarono il concorso nel 2015 e mai assunti dalla tivù pubblica, benché quel concorso fu secretato e molti giornalisti come il sottoscritto non ebbero nemmeno mai a sapere della sua esistenza.

La Rai è in crisi di ascolti perché è piena di raccomandati. Si cominci a premiare il merito e la professionalità come s’augura il sottosegretario pentastellato Stefano Buffagni. C’è bisogno di sperimentare conduttori nuovi per la stagione estiva da valutare per rivitalizzare gli ascolti nella stagione invernale? Si faccia un casting aperto e trasparente col voto dei telespettatori e una giuria indipendente che giudichi il grado di competenza dei candidati.

Si valuti la preparazione dei candidati innanzitutto col dono di “bucare il video”, ossia capaci di farsi ascoltare suscitando interesse e la curiosità da chi li ascolta; si valuti la capacità di improvvisare in diretta, la conoscenza e il livello di cultura generale necessaria per chi – come un conduttore – ha in mano un programma visto da centinaia di migliaia di telespettatori.

Se nel varietà sono richieste doti di intrattenimento vicine alla comicità, i programmi di informazione e i talk politici dovrebbero essere affidati a giornalisti preparati, in grado di stoppare o correggere eventuali fesserie pronunciate dall’ospite di turno per dare un senso al tema trattato, e svolgere così un corretto servizio pubblico di informazione.

Si inizia così a smontare l’assurda teoria del “contradditorio” a tutti i costi: buono per generare tra i telespettatori dubbi e confusione. Si inizia così – magari – a risollevare gli ascolti della Rai, la si rinvigorisce da una crisi asfittica causata da un sistema di mediocri raccomandati col grande talento di essere dei serventi accomodanti.

Tra i requisiti richiesti per un conduttore a contratto, ci sia la clausola del divieto di candidarsi in politica e la clausola della scadenza a breve o a medio termine. Ci sia anche chiarezza sugli stipendi erogati. Si paghi il conduttore con le tabelle dell’Ordine dei Giornalisti, senza ingaggi faraonici. I milionari come Fazio sono un grave danno al servizio pubblico perché tolgono il mordente della curiosità e della concorrenza, che richiede sempre alti standard di professionalità e di resa.

Basta conduttori in ginocchio e col fare annoiato!

La Rai – per mano del governo – inizi davvero questo percorso. Basta nomi e nomignoli che trapelano dalle segrete stanze di viale Mazzini senza mai sapere da chi, chi e perché viene catapultato sul piccolo schermo.
Diamo il là al cambiamento. Siamo in tanti e siamo pronti. Diteci dove andare e sfidiamoci affinché vincano i migliori. Vedremo alla fine se passeranno davvero i raccomandati della Lega tipo i Roberto Poletti, le Nunzia De Girolamo o le Monica Marangoni (moglie del ministro Fontana).

Condividi!

Basilicata: Bardi, il “leghista”all’ombra della P4

Alle elezioni regionali In Basilicata trionfa Vito Bardi, ex generale della Finanza in pensione cresciuto nel placet di Nicolò Pollari. Nel 2011 fu dapprima indagato a Napoli per favoreggiamento e rivelazione del segreto per aver soffiato alla cricca del faccendiere amico di P2 P3 e P4 Luigi Bisignani l’esistenza di un’indagine proprio sulla P4. Fu poi archiviato, mentre i suoi colleghi omologhi Giovanni Mainolfi e Michele Adinolfi ebbero altri guai. Bardi denunciò Bisignani per calunnia aggravata. Ma anche l’ex generale e deputato del Pdl Marco Milanese, indagato a sua volta, riferì ai magistrati che fu Bardi a informare Adinolfi dell’avvio dell’inchiesta in quanto suo superiore gerarchico. E che Adinolfi avrebbe poi avvisato Bisignani tramite Pippo Marra, giornalista presidente dell’AdnKronos.

L’imprenditore napoletano Luigi Matacena, in contatto con l’ex magistrato e deputato del Pdl Alfonso Papa che millantava di fargli fare affari con Bertolaso nella Protezione civile, in un interrogatorio dell’inchiesta sulla P4 rivelò che “Effettivamente ho pagato, nell’autunno di quest’anno (in occasione della partita di calcio di andata Napoli – Milan), un pranzo al Ristorante Mattozzi a cui hanno partecipato il Generale Bardi, il Generale Adinolfi con la moglie, il Generale Grassi, il Generale Zafarana, l’ex ufficiale della Guardia di Finanza Stefano Grassi (poi alle Poste), il dott. Galliani, amministratore delegato del Milan, con una accompagnatrice e un suo amico (…) in quell’occasione io ho anche regalato a tutti i signori menzionati (ufficiali della Guardia di Finanza e non) dei gemelli comprati da Marinella e per le signore un Fular sempre di Marinella. Pagai io il conto che venne a costare meno di mille euro”. E aggiunse: “Conosco, oltre al Generale Bardi, anche il Generale Adinolfi coi quale mi do del tu”. Contributo all’archiviazione di Bardi lo diede Emilio Spaziante, comandante interregionale del Lazio della Finanza, arrestato nel 2014, già avversario di Adinolfi nella corsa alla successione di Di Paolo (comandante generale), che in merito a presunte soffiate su controlli della Finanza in arrivo a Mediolanum, non cita Bardi tra gli ufficiali legati a Milanese.

Nel 2014 Bardi fa domanda di andare in pensione appena viene a sapere di essere indagato per corruzione per un’inchiesta su verifiche fiscali e tributarie «pilotate», denominata “sistema Matachione” dal nome di un imprenditore farmaceutico accusato di fare regali ai finanzieri per ammorbidire i controlli fiscali. In quei giorni era già stato arrestato il predecessore di Bardi, Emilio Spaziante per lo scandalo del Mose di Venezia (dove altri berlusconiani del Pdl come Galan saranno poi condannati). L’indagine è dei pm napoletani Vincenzo Piscitelli ed Henry John Woodcock, che fanno perquisire gli uffici di Bardi al Comando generale di via XXI Aprile a Roma. Si parla di nuovo capitolo di tangentopoli. In cella finisce anche il commercialista Pietro Luigi De Riu. Per la stessa indagine, a Livorno viene arrestato il comandante provinciale della Finanza Fabio Massimo Mendella. Secondo l’accusa il comandante Bardi avrebbe chiesto «favori e utilità» a vari imprenditori contraccambiato con regali di viaggi, soggiorni e «un posto barca ad Ostia». In uno dei processi a carico di Valter Lavitola, (plenipotenziario di Berlusconi a Panama, Santa Lucia, e nell’affaire della casa di Montecarlo del cognato di Fini), in questo caso accusato per tentata estorsione ai danni di Impregilo, la Procura ha un verbale dell’imprenditore Mauro Velocci, già citato negli atti sul progetto “Carceri modulari” a Panama, che in un interrogatorio del 14 dicembre 2011 riferì di alcune confidenze ricevute dall’imprenditore Angelo Capriotti, che asseriva di avere “al soldo” alcuni rappresentanti delle forze dell’ordine, tra cui il generale Vito Bardi, al quale Capriotti aveva chiesto di interessarsi a un esposto presentato da una loro società. E aggiunge: «Dopo qualche tempo, Capriotti mi riferì che il generale Bardi gli aveva fatto delle richieste “strane”, ovvero richieste di utilità, se non sbaglio riferite all’acquisto o alla locazione di un posto barca ad Ostia». Dopo 3 anni di indagini, nel 2017, la procura di Napoli fa dietrofront e il Riesame chiede per Bardi l’archiviazione, e pure per Mendella. Tifoso del Napoli e amante dell’isola Capri, Bardi ha 2 figli, uno dei quali è ufficiale della Finanza.

Il neogovernatore cosiddetto uomo di Salvini ha battuto in Basilicata il candidato del Pd (si fa per dire), Carlo Trerotola, farmacista ex missino (suo padre fondò la prima sezione dell’Msi di Almirante in Lucania). Anni fa Carlo Trerotola rivelò orgoglioso: «Non sono mai andato ai comizi, tranne quando c’era Almirante, ogni tanto lo riascolto pure adesso..». In Basilicata non è bastato che il Pd abbia subito l’arresto dell’ex governatore Marcello Pittella, inguaiato in un’inchiesta di raccomandazioni nella sanità e che in nome del garantismo ha finito il suo mandato in novembre.

Quel Pd in Basilicata ha battuto di gran lunga i grillini col loro candidato, Antonio Matta, contrario all’election day accorpato con le europee di maggio e autore di un ricorso accolto dal Tar stilato con i senatori grillini Mattia Crucioli e Arnaldo Lomuti. Un unico giorno di urne che avrebbero comportato un bel risparmio di soldi pubblici, secondo i 5 stelle era illegittimo per “evidente lesione dei principi di democraticità, sovranità popolare e buon andamento della pubblica amministrazione sanciti dalla Costituzione”. Valli a capire certi grillini! Devono aver dimenticato l’indignazione che suscitò sul blog di Grillo la separazione del referendum dall’election day in Lombardia su iniziativa dell’allora governatore leghista Maroni (2011). Ricordo i post del tipo “così sprecate 300 milioni” e le centinaia di commenti grillini contro la casta sprecona. Sono proprio cambiati i tempi.

Condividi!

Il bimbo amputato e il razzismo leghista

A Marostica il camionista ubriaco investe rovinosamente un bimbo di 14 mesi e la mamma. Sono entrambi ricoverati in ospedale e al bimbo i medici hanno dovuto amputare una gamba.

Il camionista ubriaco non è un marocchino o un nigeriano. Non si chiama Mohamed o Abdullah. Si chiama Pietro Del Santo, è un “venetista” Doc o Dop (visto che gli piace bere), di quelli che la Lega si terrebbe stretti e che rimanda alle pagliacciate veneziane sulla secessione degli anni ’90.

Mamma e bimbo investiti non sono veneti o leghisti. Sono albanesi. Il bimbo si chiama Thiago e la mamma Raiza Terziu. La donna dice ai giornali che «O la legge tiene dentro Del Santo o lo faccio a pezzi. Rimpiangerà il giorno in cui è venuto al mondo». Ha il braccio fratturato e il papà del piccolo è a sua volta ricoverato col polso rotto per aver sfogato la sua rabbia con un pugno sferrato al finestrino del camion dell’ex forcone “venetista”.

Non oso pensare il Can Can che quei pagliacci della Lega avrebbero messo su a parti invertite, (investitore straniero e vittime venete).

No, qui la Lega tace. La figuraccia di un suo elettore ideale (prima gli italiani) non le torna utile ai sondaggi. Rimane tutta nel silenzio anche l’iniziativa della Fondazione Banca Popolare di Marostica Volksbank, che ha aperto un conto corrente per raccogliere contributi a loro favore.

Chissà se inizieranno a donare qualcosa Matteo Salvini e il governatore leghista veneto Luca Zaia. Utopia di un partito che ancora nel 2019 non si può che definire sporco razzista.

Condividi!