Poiché in Svizzera non esiste il reato di “evasione fiscale” come invece al contrario in Italia, la rogatoria per chiedere l’accesso ai conti del presidente lombardo Attilio Fontana non può essere accolta.

Cosicché i magistrati di Milano che indagano sugli oltre 5 milioni di euro del leghista depositati su un paio di trust nei paradisi fiscali, potrebbero vedere l’inchiesta andare in fumo e non poter far luce su quello che ritengono un tesoretto frutto dell’evasione dello stesso presidente. Mica della buonanima della mamma, ex dentista, che secondo gli investigatori – benché ai tempi fosse riuscita ad evadere – non avrebbe potuto accumulare una cifra così alta.

La firma falsa dell’anziana apposta forse dal figlio che oggi è al vertice del Pirellone, agli svizzeri sembra non interessare granché.

Davvero strano e incomprensibile l’atteggiamento della Svizzera, visto che già due anni fa aveva recepito le raccomandazioni del Global forum Ocse sullo scambio d’informazioni bancarie per prevenire l’evasione fiscale.

Altrettanto rocambolesco è il destino di questa inchiesta. Per i magistrati di Milano che indagano Fontana anche per autoriciclaggio e falso, la rogatoria in Svizzera è stata l’ultima tappa di una caccia al tesoro, che in precedenza aveva incontrato il niet da parte di almeno tre commercialisti italiani titolari delle pratiche dell’espatrio di quei soldi. Il terzo della lista risulta addirittura deceduto.

Per Fontana, che a questo punto si frega le mani, resta così in piedi solo l’inchiesta dell’appalto regionale dei camici dato a suo cognato. Al quale il presidente leghista aveva fatto un bonifico da 250.000 euro per fingere una donazione. Soldi provenienti dalla Svizzera che hanno avviato l’indagine sulla voluntary disclosure relativa ai soldi scudati all’estero.

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