«Incontrastato dominus del consiglio di amministrazione di un istituto creditizio strumentalizzato a fini personali, in assenza di un organo di controllo sindacale realmente autonomo e critico rispetto alle scelte gestorie» . Queste le motivazioni dei giudici della Cassazione che hanno condannato a 6 anni e 6 mesi l’ex senatore Denis Verdini per la bancarotta dell’ex Credito cooperativo fiorentino.
«Le anomalie riscontrate dai giudici di merito risultano tanto più significative se rapportate alla natura cooperativa dell’istituto di credito, nonché alle regole che lo stesso si era dato», scrivono i giudici. «E’ stata stigmatizzata, sulla base dell’attività ispettiva della Banca d’Italia, l’estrema concentrazione dei rischi su clientela di grandi dimensioni, operativa nel settore edilizio-immobiliare: non già dunque un esercizio del credito secondo scopi di mutualità, ma una gestione spregiudicata volta a consolidare le relazioni di affari tra la banca e un importante ma decadente gruppo industriale nonostante la consapevolezza nei vertici della banca dell’inesorabile declino del gruppo stesso».
Inoltre, «nelle distrazioni contestate emergono una serie di costanti, che connotano la serialità e ripetitività delle operazioni, che rendono del tutto implausibile ritenere che vi sia stata una mera negligenza nella concessione di fidi nell’ambito di singoli episodi».
Rinchiuso a Rebibbia dopo la condanna, Verdini è uscito poche settimane dopo a causa di un focolaio di coronavirus scoppiato nel carcere e ricevuto a festa dal genero Matteo Salvini. Verdini è ora agli arresti domiciliari nella sua villa a Pian dei Giullari, sulle colline di Firenze. L’udienza sull’eventuale proroga della detenzione domiciliare è fissata per il 28 aprile.

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