Trattativa su Report, Grasso che cola

“Una puntata così non può restare senza conseguenze”. Cade dal pero il critico televisivo Aldo Grasso sul Corsera dopo aver visto la puntata di Report dedicata alla Trattativa Stato-mafia.

I collage trasmessi su Rai 3 durante le 2 ore di trasmissione, non so quanto abbiano convinto il telespettatore medio, abituato a gossip e a veline dei tg senza approfondimento. Per afferrare i personaggi citati e i collegamenti bisognava purtroppo conoscere la storia del nostro Paese e aver letto almeno una decina di libri sul tema. Solo in quel caso sarebbe stato possibile non perdere il filo della matassa che lega i Dell’Utri con i Graviano, le stragi da Bologna a Palermo, gli attentati ai luoghi d’arte, la Loggia P2, i servizi segreti, i ruoli dei vari Cossiga, Carboni, Gladio, i testimoni scomodi eccetera.

Report ha citato nomi e circostanze che di certo a molti telespettatori avranno detto poco o nulla. Sarà che l’incedere televisivo ha i suoi bisogni di sintesi, sarà che l’argomento trattato da Sigfrido Ranucci meriterebbe almeno 5 puntate per raccontare tutto meglio e più approfondito… Resta che i Paolo Bellini, i Bruno Contrada da un lato e i Di Matteo, gli Scarpinato e i Genchi dall’altro ne escono con una par condicio monca di tante vicende e tanti indizi che comporrebbero più chiaramente il mosaico portato a galla dal processo sulla Trattativa ancora in corso.

I 5 milioni di dollari del venerabile Gelli donati alla destra eversiva per fare gli attentati di Bologna e altri. L’allora procuratore di Bologna Ugo Sisti ospite nell’albergo del papà del Nar Bellini proprio la sera dell’attentato per il quale sono ancora in cella Mambro, Fioravanti e Ciavardini…

Tre sole cose mi hanno sorpreso della puntata. Primo: la testimonianza rubata (a sua insaputa, pare) a Salvatore Baiardo, che ha favorito la latitanza dei fratelli Graviano, intervistato di nascosto a Omegna. Il quale ha fatto cenno col capo di aver visto più volte Berlusconi incontrare i fratelli Graviano all’isola di San Giulio nel lago d’Orta (Giulio come Andreotti). Testimonianza che potrebbe avere un certo peso processuale, visto che le frasi “rubate” in cella a Graviano sono già assai chiare sul merito degli incontri per ottenere i miliardi destinati alle opere edilizie dell’allora rampante Silvio e per la sua successiva discesa in campo con Forza Italia.

Secondo: l’intervista al “leghista” Ferramonti, secondo cui Gianfranco Miglio, ideologo storico della Lega Lombarda, ha fatto da “regista” ai fondatori del primo vero movimento secessionista italiano sorto nel giugno dell’89, ancora prima di Bossi: la Lega meridionale. Che con altri movimenti similari doveva costituire l’ossatura per la costituzione di uno Stato indipendente del Sud, più propriamente siciliano. Che si desse una legislazione meno punitiva nei confronti della mafia e dei suoi metodi.

Terzo: la descrizione del banchiere-lobbista De Chiara, una sorta di Bisignani degli anni “da bere”, che si muoveva nelle quinte dei rapporti tra la massoneria, i servizi, e le teste calde dell’estrema destra dell’epoca.

Insomma, una puntata abbastanza illuminante per chi sull’argomento Stato-Mafia è allenato, informato e con buona memoria nel mettere in fila cronologica gli attentati e il comportamento di alcuni politici dell’epoca. Non propriamente farina per il sacco del critico Aldo Grasso, che giudica l’argomento “spinoso” e intriso di moralismo perché la recente assoluzione di Calogero Mannino “darebbe un quadro differente da quello raffigurato da Report”.

Ebbene, l’assoluzione di Mannino, per citare il parere dell’ex procuratore antimafia Giancarlo Caselli, uscito dal processo col rito abbreviato, è avvenuta perché negli anni è cambiato l’orientamento giurisprudenziale del reato di concorso. Nel caso specifico, prima che la Cassazione rinviasse alla Corte d’Appello la condanna inflitta al politico, bastava provare l’esistenza di un patto tra la mafia e l’accusato. Ora per condannare il concorso serve il “ritorno” in termini incidenti (soldi, favori o simili). Che nel caso di Mannino non sarebbero emersi. Resta però accertato il patto. Che può non avere rilevanza processuale, ma la dice lunga su che rapporti ci fossero tra pezzi dello Stato e la mafia.

Questo basta e avanza per non dare adito ad Aldo Grasso. Che anziché spronare altre puntate sul tema, si lagna sull’opportunità di fare trasmissioni così. Insomma, fa più ridere se scrive di tivù gossipara anziché di tivù’ d’inchiesta.

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