Renzi chi

Ebbene sì, il senatore Matteo Renzi va accontentato. Vuole che si parli di lui? Parliamone. Parliamone ancora, partendo dalla sua ultima vulgata in Aula: la minaccia al premier Giuseppe Conte di sfiduciarlo se “adotta il populismo nella Fase 2“, qualunque cosa significhi, nell’era post-epidemia da Coronavirus.

Renzi ha tentato di colmare la sua frustrazione da sfiga di somigliare a Mister Been nell’egocentrismo patologico. Non lo si può definire narcisismo, perché infatti Narciso era almeno bello. Qui parliamo di un onorevole mitomane miracolato da Giorgio Napolitano, che lo piazzò a Palazzo Chigi a fare il premier senza lo straccio di un voto. A Palazzo Chigi, Renzi, dopo una ridicola sfilza di comparsate ai giochi a quiz televisivi, ha dato sfogo a un’altra sua malattia: la bulimia di attenzione mediatica.

Proclamatosi rottamatore politico del Pd, Renzi ha iniziato ad accumulare gaffes ed errori tali da infilare fin da subito una picchiata di fallimenti. Nel suo vocabolario c’è di tutto e il suo contrario. In pochi anni ha raggiunto il podio dei cialtroni. Ha preso, come si dice a Milano, una vacca per le balle. Ha impostato il metodo del democristiano paraculo, ma col linguaggio populista sui socialnetwork. Quelli da cui sono nati e cresciuti i 5 stelle per arrivare a governare nel 2018. Pensava di farla franca, Renzi. Pensava di incantare i serpenti. Ma la Rete, con la sua livella, ha sprofondato nell’irrilevanza la tracotante incoerenza di Renzi.

Da rottamatore, Renzi si è presto rottamato da sé. Prima dal Pd, che con la sua segreteria ha conosciuto il record di sconfitte a tutti i livelli istituzionali. Dopodiché, tolto l’iniziale 40% alle europee del 2014, Renzi non lo ha più sopportato nessuno, fino alle meste dimissioni da Palazzo Chigi dopo il catastrofico esito del referendum che avrebbe violentato la Costituzione. Il treno della ribalta mediatica passato anche dalla stazione Leopolda, era ormai perso.

Gli ultimi tristi anni del mitomane-narciso parlano da soli. La forza propulsiva del renzismo, anziché generare politica, ha perpetuato i mostri delle peggiori epoche italiche recenti e non: i genitori processati e condannati per fatturazioni false. Il babbo Tiziano che tramava con alcuni avvoltoi del malaffare nella speranza di guadagnarci da Consip. Il cognato Andrea Conticini nei guai perché ha dirottato 6 milioni e mezzo di euro in società familiari con i fondi destinati all’Unicef, compresa la Eventi6 di Renzi (inchiesta bloccata da apposita legge Gentiloni-Orlando sulla scia dell’Unicef che non ha sporto denuncia). La Boschi che faceva da palo al governo per il papà massone impegolato nel fallimento del Monte dei Paschi. L’ex ministro Lotti nella ragnatela dei magistrati corrotti interessati alle nomine pilotate nel Csm. Marco Carrai che tramava per ottenere affari all’aeroporto di Peretola e pagava a Renzi gli affitti negli attici del centro di Firenze. Senza contare la sfilza di renziani che qua e là sono finiti al centro di inchieste di corruzione e tangenti.

Con un effetto politico così, per fortuna, oggi Renzi è diventato “Renzi chi”. Altra sua azzeccata frasetta diretta all’ex collega di partito Fassina poi rivelatasi un boomerang. Ecco, oggi ci ritroviamo a parlare di Renzi come di un morto politico che evoca i morti in Aula credendo di – testuale – “incoraggiare il dibattito” sulle riaperture del dopo-coronavirus.

Parliamo – e altrettanto chiudiamo – di Renzi ricordando il suo ultimo colpo mortale all’ego paranoico: il tentativo di trasformarsi in conduttore televisivo piacione in un programma televisivo-pacco finito nel nulla benché ci fosse stata la paraculazione di Lucio Presta.

Ora il nulla cosmico di Renzi tenta di riempirsi con le interviste su Facebook ad Andrea Bocelli. Ma almeno quello non ci vede…

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