Un sei secco da lasciare secchi

Eccolo il sei secco al Superenalotto. Lo realizza una schedina da 3 euro giocata a Vibo Valentia. L’importo della vincita, al netto del 6% che si trattiene lo Stato ladro, è spaventoso: 163 milioni 538 mila 706 euro. Li può aver vinti un operaio, un disoccupato o anche un vu cumprà. Ammesso che si tratti di un poveraccio, realizzare di aver vinto una cifra così significa iniziare a preoccuparsi. Che fare? Come riscuotere? Dove mettere tutto quel denaro? Cosa farne? Innanzitutto è bene mantenere la calma e non perdere il tagliando vincente. Bisogna tenere alla larga la fobia di non trovarlo più o l’idea che qualcuno lo rubi. Portarselo addosso mentre si è in giro può dare maggiore sicurezza, ma può anche diventare fonte di stress che agli occhi di chi ci osserva si traduce in sospetto e inquietudine. Soprattutto in una città piccola ad alto tasso di povertà e con la mania del ricatto.

Per vincere davvero bisogna comunque riscuotere materialmente l’importo al netto del 6% che lo Stato biscazziere sottrae a tutte le vincite superiori ai 500 euro. Nel caso del vincitore di Vibo Valentia la cifra di 163.538.706 si abbassa a 153.726.383,64 al netto dei 9 milioni 812 mila e 322 euro virgola 36 rubati dallo Stato. Per il ritiro dell’assegno ci si può recare a Milano di persona in via di Tocqueville 13, all’ufficio premi della Sisal dove liquidano gli importi superiori ai mille euro. Magari in taxi dall’aeroporto. Per incassare bisogna attendere almeno 60 giorni dal momento dell’estrazione che ha stravolto la vita al vincitore (fortunato ho qualche perplessità a scriverlo). Nel frattempo bisogna aver già predisposto il destino del malloppo milionario. Si va in banca dove si ha il conto corrente sempre in rosso, si chiama il direttore, gli si prospetta l’ipotesi di un grosso deposito (senza nominargli la vincita), e gli si chiede un consiglio ponendo subito come condizione che non siamo disposti a buttare soldi in Borsa. Meglio evitare di recarsi in Banca Etruria o in Mps.

Si può informare del colpaccio realizzato al Superenalotto qualche parente stretto con cui si hanno buoni rapporti, e si tace col resto del mondo. Per riscuotere si può interpellare un notaio, anche se quest’ultimo chiede un onorario pari all’uno o al 3% della vincita: una fortuna che con 163 milioni cambia comunque la vita. Poi, nel tentativo di non commettere stupidaggini, visto che in economia nulla è sicuro, si può pensare prudentemente di riscuotere l’assegno circolare e depositarlo sul conto sempre in rosso, ma solo per per il tempo necessario di spacchettare almeno un centinaio dei 153 milioni di euro in tante valute: ad esempio 10 milioni cambiati in yen, 10 in dollari americani, altri 10 in dollari australiani, 10 in yuan e via discorrendo con valute attendibili. Dei rimanenti 53 milioni se ne spendono un paio per sistemarsi in una bella casa nuova con tutti i confort, una bella vacanza, un’assicurazione sulla vita, un fondo pensione, un’auto confortevole e il resto per la cura della persona, tipo il dentista. Per non rischiare il furto del malloppo dal conto corrente col bail-in, si potrebbe pensare di aprire tre o quattro conti in banche diverse, sempre evitando pattumi tipo Etruria e/o Mps, e distribuire due o tre milioni su ogni conto. Dei rimanenti 20-25 milioni si potrebbe pensare di investirli in titoli, obbligazioni o in fondi tipo la Posta. Una volta fatta l’operazione, non rimane che controllare l’andamento delle valute e giocare a perdere il meno possibile.

Con 153 milioni sistemati si potrebbe pensare poi di devolverne una parte in beneficenza e aiutare a fondo perduto persone o famiglie che si ritiene bisognose. Anche se questa ipotesi non è così scontata, visto che il trauma di una vittoria così può indurre in preoccupazione perenne sulle sorti del bottino. Insomma, amministrare tanti soldi così è un lavoro che alla lunga può consumare molto più di un semplice tran-tran fatto di piccoli risparmi e lontano dai milioni. Sarebbe bello chiederlo al vincitore del secondo tesoretto di sempre al Superenalotto. Un sei secco da lasciare secchi.

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