La disonestà intellettuale di Toti

giovanni toti

«Noi e il Pd abbiamo in comune una profonda vocazione di governo», dice il presidente berlusconiano della Regione Liguria Giovanni Toti. Il luogo non è casuale: è il palco della festa del Pd e la platea che applaude a mani spellate è della cosiddetta sinistra. Un pubblico, precisa Toti «che non è il mio, ma col quale è giusto dialogare perchè su alcune cose come la selezione della classe dirigente o l’efficacia della politica abbiamo molte cose in comune». Compreso il nemico: il Movimento 5 stelle, l’unico partito onesto di questo Paese che secondo il governatore della Liguria «non ha vocazione di governo», dunque «nè noi nè voi vogliamo che governi». Eccola la maschera tolta da parte di chi sa che i partiti rotti come tante uova, possono solo produrre mescolanza, o meglio, un intruglio da dare a bere agli italiani per cercare di sopravvivere all’agonia.

Toti è il ventriloquo del berlusconismo social-democratico, quello che fa da pontiere con i democristiani che mal sopportano Salvini e viceversa. E’ lui che rilancia il Patto del Nazareno, quello delle vecchie nomenkalture superstiti accomunate dagli interessi lobbistici. Non ha più alibi, Toti, di fronte a un Movimento 5 stelle che vola nei sondaggi e aumenta a passi da gigante il numero degli eletti nelle istituzioni a ogni tornata di voto. Là dove governano i Pizzarotti e i Nogarin non c’è traccia di clientele e/o inchieste di corruzione. Al contrario, ci sono bilanci in attivo e debiti che scendono. Insomma, c’è ben di più di una semplice vocazione! Ma Toti si guarda bene dal farlo notare. Come evita riferimenti alla rovina sociale ed economica di questo Paese che è frutto di scelte scellerate, criminose e irresponsabili dei governi di destra e di sinistra che lui auspica uniti alla luce del sole. Dire che in Liguria «ieri governavate voi, oggi governiamo noi», vuol dire lavorare per cercare di mantenere questo gioco dell’alternanza. Un gioco al massacro del bene comune all’insegna dell’autoreferenzialità fine a sé stessa. Un gioco squallido che non lascia spazi all’onestà intellettuale. Un gioco pericoloso che solo un elettorato un po’ più responsabile e informato può decretarne la fine.

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