Beppe e l’amico Gino

Grillo, giustizia fa il suo corso ma quanto costa?

Che cosa accade se un magistrato sente un cittadino che al telefono dice al suo commercialista “Quei 2 milioni in Svizzera? Erano anche pagamenti in nero ricevuti per concerti alle Feste dell’Unità“? Come minimo, essendo obbligato all’azione penale, non appena sente puzza di reato, indaga. E’, infatti, quello che sta facendo il pm genovese Nicola Piacente nei confronti di Gino Paoli. L’intercettazione rientra nel calderone di colloqui agli atti dell’inchiesta sulla Carige, la banca in perdita per centinaia di milioni, per la quale si trova già da tempo ai domiciliari l’ex presidente dell’istituto Giovanni Berneschi. Detto questo, Gino Paoli, oltre che illustre cantautore, è anche presidente della Siae. Carrozzone antiquato da sempre impegnato a rastrellare più soldi possibile da garantire agli artisti gelosi dei loro cosiddetti diritti di casta. Pardon, d’autore. Il buon Gino, in questi due anni di presidenza dell’ente (inutile e dannoso), ha dedicato molto tempo al pressing sul ministro Dario Franceschini affinché varasse una tassa da 9 euro su smartphone e pen drive da devolvere alla Siae col pretesto che “chi ha una chiavetta scarica musica eludendo i diritti d’autore“, dimenticando che spesso le canzoni si sentono in streaming. Poco male, si dirà. Ognuno tutela i propri interessi, e Paoli cura quelli dei cantanti. Gino Paoli ha alle spalle una mezza legislatura da deputato comunista, per la quale percepisce 3.000 euro lordi al mese di vitalizio, come Cicciolina e altre insigni personalità della politica italiana sui generis. Paoli, ora che è indagato di evasione fiscale per i due milioni citati incautamente nella telefonata agli atti col suo commercialista (Andrea Vallebuona già arrestato l’estate scorsa sempre per l’inchiesta Carige), si è auto-sospeso dalla presidenza della Siae. Meglio sarebbero state le dimissioni. Giusto e saggio è stato l’invito ufficiale alle dimissioni dei parlamentari del Movimento 5 stelle. Incuranti, giustamente, del fatto che Gino Paoli sia, oltre che apprezzato cantautore, concittadino e dirimpettaio di Beppe Grillo a Genova, col quale lo lega un’amicizia quarantennale. Grillo e Paoli sono vicini di casa anche in Kenya, hanno lo stesso dentista, e il buen ritiro acquistato a Marina di Bibbona dal comico, è stato frutto di un consiglio proprio del cantautore genovese che ha una villa a San Vincenzo, poco distante. I due amici, in qualche sporadica occasione degli anni d’oro, sono stati anche partner alle famigerate feste de l’Unità. Delle quali Grillo ha onestamente esibito una fattura di pagamento per smentire le stupide chiacchiere di un sindacalista sprovveduto che accusava il comico di farsi pagare in nero. Nero che, invece, proprio l’amico Gino cita senza giri di parole al suo contabile. Preoccupato di come usare quei soldi non scudati grazie all’apposito decreto dell’epoca Berlusconi-Tremonti.

Insomma, ce n’è abbastanza quantomeno per indagare e accertare che Paoli sia in regola col fisco italiano. Ce n’è abbastanza per pensare che in Italia abbiamo una magistratura ancora efficiente nel perseguire i reati fiscali, che nel mondo musicale non riguardano soltanto Paoli. Sotto indagine ci sono, o sono stati in passato, Gianna Nannini, Renato Zero, Vasco Rossi e altri. Nessuno di loro è da considerare mostro in prima pagina. Sono solo personaggi pubblici più fortunati e agiati di altri che, giustamente, vengono controllati. Non si capisce dunque, quale meraviglia garantista ci debba essere da parte di Grillo nei confronti dell’amico Gino per l’indagine che lo riguarda. Non si devono indagare gli ottuagenari? Gino non è mica l’unico, e nemmeno il più vecchio. Napolitano è stato chiamato a testimoniare al processo sulla trattativa a 90 anni. Berlusconi si avvia all’ottantina e ha tre processi pesanti per i quali rischia una quindicina d’anni di carcere. Se giustizia dev’essere, giustizia sia per tutti, senza distinzioni. Se Paoli è un contribuente onesto, siamo certi, lo dimostrerà. Che poi i giornali scrivano che Grillo si sia servito del suo blog per “difendere l’amico Gino“, questo io non sono riuscito ad assodarlo. Sul blog di Grillo non ho trovato traccia di difese nei confronti di Paoli. Mi limito a rilevare con meraviglia le dichiarazioni di Grillo virgolettate sui giornali, che sono sostanzialmente assolutorie e che ricordano i vari Salvini-Bossi, Ghedini-Berlusconi, Boschi-Renzi e compagnia bella. Grillo rimane il capo politico del secondo partito italiano, quello più nuovo e più garantista al contrario, nel senso buono e onesto del termine. Quello che non tollera i sospetti e che ha un rispetto preventivo per i magistrati. Se davvero Grillo si fosse servito del blog per “difendere” Paoli, avrebbe usato comunque l’organo ufficiale del partito. Smentito, per fortuna, dai deputati a 5 stelle. Che, con prudente silenzio, proseguono la loro mission politica con la schiena diritta. Ecco, se Grillo avesse mai intenzione di difendere un cittadino indagato per evasione fiscale, spero lo faccia, per prudenza, con quattro amici al bar, come ricorda un indimenticabile successo di Paoli. Non sul blog. Auguri al cantautore.

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