La lunga auto-cacciata di Tommaso Currò

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Nel caso di espulsione “penso alle dimissioni, non me la sento di entrare nel Gruppo Misto”. Così a Public Policy Tommaso Currò, il 3 febbraio scorso, il deputato a 5 stelle dimessosi oggi dal gruppo parlamentare per confluire nel gruppo Misto. La dichiarazione avvenne nei giorni in cui il deputato presentò un subemendamento che istituì l’area marina protetta di Milazzo, sua città d’origine, condannata dal resto del gruppo grillino, e che (anche) per questo motivo lo volevano espellere. Currò deve aver cambiato idea. Ha lasciato i 5 stelle per trovare un posticino nel Pd (di Civati). Altro che dimettersi! Ci ha messo un anno e mezzo a decidere, nonostante i mal di pancia registrati fin dai primi tempi, per esempio quando ad aprile 2013 dovette rinunciare a un’intervista a “In mezz’ora” con Lucia Annunziata su decisione del gruppo parlamentare. E’ in quegli stessi giorni che Currò, siciliano come il senatore Francesco Campanella, dichiara a La Stampa che “col Pd bisogna dialogare“. E’ tra coloro che vogliono proporre una rosa di nomi per il Quirinale in accordo con Bersani. Già in quei giorni si vocifera l’imminente passaggio di Currò al gruppo Misto. Paolo Becchi gli dà del traditore “si eliminerà da solo“. Currò rivendica di essere una testa pensante e non un “pigiatasti per conto terzi“. Pare sempre lì lì pronto ad andarsene, soprattutto quando Pd e Pdl s’accordano per sacrificare la candidatura di Franco Marini al Quirinale per rieleggere Giorgio Napolitano. Eppure Currò ci rimane, nel Movimento. Tiene duro.

Si dice contrario all’espulsione di Marino Mastrangeli, il senatore presenza quasi fissa di Barbara D’Urso in tivù nei giorni in cui le Commissioni non sono ancora formate. Currò finirà al Bilancio e sarà sempre polemico, per non dire contrario alle posizioni di Beppe Grillo. Dalle “black list di buoni e cattivi“, fino alle espulsioni per chi non rendiconta la restituzione della diaria per «il clima di sfiducia e di malafede pregiudiziale». La risposta di Luigi Di Maio che restituisce a Currò la “malafede” su Facebook, e quelle di Roberta Lombardi, che in una nota interna finita sui giornali bolla “merde” i dialoganti col Pd, isolano sempre di più Currò coi vari Campanella, Zaccagnini, Battista e altri pentastellati tutti fuoriusciti nei mesi successivi. Tanto che anche in assemblea vengono bocciate le sue proposte. Come quella di discutere del post di Grillo che scarica Rodotà “ottuagenario miracolato dalla Rete” (i 30 d’accordo con lui non fanno maggioranza per discuterne). A fine maggio il neocapogruppo Riccardo Nuti (siciliano come Currò), dichiara al Corriere che Currò è disinformato sul Movimento, e “colpevole” di ritenerlo un partito, “si chieda se è finito nel posto giusto“. Nonostante il clima ostile, Currò si dice fermo e convinto grillino: «Io non me ne vado. Il movimento non ha una paternità. È di chi lo vive!». E contro il gruppetto ristretto dei convocati a Milano per il corso di tv dice: «Non c’è bisogno di essere più bravi a comunicare, sarebbe sufficiente essere più allenati a dialogare e ad ascoltare».

Quando in giugno si registra il primo calo di consensi al Movimento in occasione delle elezioni amministrative, Tommaso Currò è il primo dei deputati a sfidare apertamente Grillo. Il 9 giugno dichiara a Repubblica che il comico “la deve smettere” di scrivere frasi che “ricadono su di noi“. Ma ribadisce la sua volontà ferma e indiscutibile di rimanere nel Movimento, nonostante “i metodi fascisti“. Dopo di lui è Adele Gambaro ad attaccare Grillo dai microfoni di Sky. L’assemblea la espelle contro il parere di Currò, che a Radio Capital dichiara: «I dissensi potrebbero concretizzarsi nell’organizzazione di un nuovo gruppo», giacché «qui pochissimi stanno votando in libertà di coscienza». Per Grillo, Currò è “Tommaso chi” nonostante il comico lo chiami al telefono per chiedergli unità. Ma con l’estate incalzante (siamo sempre nel 2013), c’è già chi vuole espellere Paola Pinna (espulsa con Artini pochi giorni fa). Se ne va tuttavia Paola De Pin senza essere cacciata. Currò apprezza l’azione “in libertà“, ma non la segue. Quando la Consulta boccia il Porcellum, Currò metaforizza che è «meglio riparare la ruota per arrivare alla meta, anziché cambiare l’auto. Ovvero, modifichiamo il premio al Senato e poi dopo le elezioni vedremo». Definisce il premier Enrico Letta “uno statista” e appoggia l”idea del senatore Luis Orellana, che chiede sia la rete a votare l’intenzione di trovare eventuali accordi col Pd sulla linea politica a cominciare dalla legge elettorale.

Quando Grillo, lo scorso aprile (2014), attacca sul blog Federico Pizzarotti, Currò difende Pizzarotti. Contro la “scelta di storpiare l’immagine dell’ingresso di Auschwitz” sul blog, per Currò “Grillo non può permettersi tutto“. Grillo, di nuovo, risponde «Currò mi critica? Non so chi sia Currò». In maggio l’ennesima batosta elettorale ai danni del Movimento nonostante il buon successo alle europee, fa ricordare a Currò che “Grillo dev’essere coerente con le sue promesse. Ha perso, si dimetta” senza capire da dove. Forse intendeva dire da capo politico del Movimento. Currò evita l’espulsione del gruppo per ragioni di sondaggi, certi che prima o poi se ne sarebbe andato. Intanto il Movimento “dialoga” col Pd in una sceneggiata trasmessa in streaming al tavolo per far credere di voler trovare un accordo sull’Italicum. Non se ne farà nulla, ma per Currò pare una rivincita. Come quella sul cambio di rotta nei confronti delle tv giunto da Casaleggio in luglio. Per Currò, Di Maio è un “leader senza merito” benché per il “guru” milanese sia l’unico autorizzato a rilasciare interviste. Chiede inutilmente un congresso di partito per legittimare “la leadership mediatica” del vicepresidente della Camera. Quando Di Battista viene strumentalizzato sul giustificare il terrorismo mediorientale come unica via di salvezza ai soprusi, Currò risponde che Diba “ha il merito di avere aperto un dibattito, ma anche il demerito di come l’ha chiuso” e ribadisce la necessità di coinvolgere la base sulle strategie politiche.

La storia recente di Currò nel Movimento va a chiudersi con una quasi-rissa col senatore Airola in polemica con la senatrice Bechis per una causa legale nei confronti di un attivista che commentava su Facebook. La recente rrilevanza del Movimento alle regionali in Emilia e alle comunali di Reggio Calabria, oltre al direttorio dei magnifici cinque, devono spinto del tutto Currò ad andarsene dal Movimento. Senza attendere l’espulsione che per coerenza l’avrebbe indotto a dimettersi proprio dal parlamento. Così potrà giustificare la sua adesione a qualche altro gruppo. Quello Misto di comodo in attesa di quello nuovo e imminente di Pippo Civati. Chissà se lì non farà più il pigiatasti per conto terzi.

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