Gentiloni, marionetta per tutte le stagioni

paolo gentiloni

Chi si somiglia si piglia. Su questo fronte, il premier non eletto Renzi è coerenZissimo. La nomina al ministero degli Esteri del suo fan Paolo Gentiloni, consolida la linea dell’esecutivo fatto di piacionismo, fedeltà opportunista, chiacchiere e poca sostanza. Gentiloni è uno di quei personaggi morbidosi che da anni costellano il parterre politico degli oppositori di circostanza, per quel tanto che basta a dimenticare o a ribaltare tesi, frasi, massime e pareri nel volgere di un paio di telegiornali. Gentiloni è il perfetto uomo di sinistra in carriera grazie al piede e alla natica a destra. Passato dal rutellismo di Rutelli al veltronismo di Veltroni durante i loro mandati di sindaci (a debito) di Roma, salvo poi farsi folgorare dal sindaco di Firenze Matteo Renzi e perdere le primarie con Ignazio Marino, impopolare primo cittadino capitolino rinnegato dallo stesso Pd di Gentiloni, che in fatto di espulsioni è ben oltre quel “dittatore di Grillo”. Antiberlusconiano di latta, dopo un breve spot in favore dell’agenda Monti e un flirt con la Fornero, mamma degli esodati che “vedrei molto bene nel Pd“, oggi il neotitolare della Farnesina Gentiloni si ritrova a governare con figuri che fino a ieri rinnegava come diavoli. Uno su tutti? Angelino Alfano, titolare del Viminale, ex barboncino da lecca di Berlusconi diventato ministro del governo Renzi per demeriti nella gestione della vergognosa deportazione di mamma e figlia Shalabayeva: quel “pasticcio” per un “compromesso evitabile e non necessario” che per Gentiloni doveva indurre l’ex premier Enrico Letta del Pd a scaricare Angelino con un bel rimpasto. Sì, quel rimpasto che proprio per Gentiloni era inutile soltanto lo scorso gennaio “non cambia nulla perché cambiando i ministri senza vincere le elezioni il problema non cambia“. Tipo lui, insomma, esponente di “questa baracca” del Pd, monco dello “spirito originario” (16.09.2010), che dopo il siluramento di Marini e Prodi in corsa al Colle era “in preda al cupio dissolvi” (20.4.2013).

Invece toh! La politica pullula di miracoli e di risorti come il partito di Gentiloni. Allergico (a parole) dei “vertici del conflitto di interessi” di Berlusconi di cui Alfano è stato custode per anni e delle tivù berlusconiane usate “contro i magistrati“. Nemico dello “schema Raiset” e della struttura Delta (Debora Bergamini collega di Alfano che pomiciava con i manager Mediaset per decidere il palinseso Rai), predicatore delle “frequenze bene pubblico che non può essere regalato” (dov’era Gentiloni quand’era ministro delle Telecomunicazioni?), e apostolo della “libertà di informazione” in Rai e in Internet. Tranne quando si è in diretta streaming alla direzione nazionale del Pd, “in streaming non dico nulla” (15.01.2014) a proposito di Italicum uguale a Porcellum affinché “così il governo dura di più“. Peccato per Gentiloni che quello streaming sia stato chiaro e limpido quanto un’intercettazione, quelle che il suo collega di governo Alfano voleva abolire per decreto nel “bicameralismo perfetto, quello delle ossessioni di Berlusconi“, residente a palazzo Grazioli da cui “come minimo è il caso di togliere il Tricolore” (16.9.2009). Poco male per Gentiloni se il Tricolore è rimasto con tutto il suo pennacchio su via del Plebiscito, e Alfano ha continuato a propagandare porcherie per conto di Berlusconi, tipo la richiesta di grazia a Napolitano dopo la condanna nel processo Mediaset che per Gentiloni era “una farsa vergognosa di ricatti del Pdl, così non si va avanti“. Quando? Mica un secolo fa. Era agosto del 2013, a larghe intese già spianate.

Altro che “nessun accordo col centrodestra” (22.3.2013). L’indicibile maggioranza “dalla ABC alla BBC che non si passa“, è passata eccome. Grazie allo stesso ministro Gentiloni che oggi ne regge il moccolo. Altro che “film non proiettabile“. Altro che “nessuno pensi a maggioranze scilipotiche e raccogliticce con i transfughi del Pdl” tipo i ministri Alfano e Lupi, colleghi di Gentiloni nell’esecutivo Renzi. Ora bisogna fingere di nulla e dimenticare tutto. Anche il processo per corruzione di senatori finalizzato al sabotaggio del governo Prodi, papà dell’Ulivo politico di Gentiloni in cui Berlusconi è ancora imputato (a Napoli), e dunque “questa alleanza è ormai insostenibile” (24.10.2013). E pazienza se “senza riforme continuare non ha senso“. L’importante ora è che «noi puntiamo sul voto dei delusi del Pdl. A loro può far piacere se Romano si tira fuori» (10.11.2013). Gentiloni ha archviato da tempo “l’editto bulgaro contro Annozero” (27.9.2009) sostenuto da almeno un paio di attuali ministri de governo Renzi. Niente più rancori per Augusto Minzolini, senatore di Forza Italia alleato del Pd di Gentiloni dopo una fedele e parziale militanza alla direzione del Tg1. La testata che per l’ex ministro delle Telecomunicazioni del governo Prodi “Minzolini continua a scambiare per testata militante” (11.12.2009). Ora che Gentiloni è ministro di questo governo non eletto, raccogliticcio e di larghe intese, niente più rammarico se “Letta salva il ministro Cancellieri” che si metteva a disposizione dei reclusi Ligresti, nonostante “la Cancellieri si deve dimettere”. Niente più memoria per l’Imu dell’ex ministra Josefa Idem e il monito di Gentiloni su Twitter affinché “sul piano umano capisco, ma per un ministro gli errori non valgono come per chiunque altro“. Eccolo qua “il rovescio delle medaglie“. Gentiloni fa spallucce e da buon paraculo si gode la sua paserella di ministro di facciata di un governo senza legittimazione popolare a braccetto di Alfano. Speranzoso che “Renzi vampirizzi il movimento di Grillo portandogli via voti“. #Stiasereno Gentiloni che il popolo di Grillo la memoria ce l’ha. Memoria e dignità.

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