Che pena Penati

Farsi da parte dalla scena pubblica soltanto quando si viene pizzicati “con prove circostanziate” di un magistrato che raccoglie le testimonianze di una vittima o presunta tale, é da un lato doveroso e un passo obbligato. Ma é dall’altro la dimostrazione di malafede.
Tutta l’inchiesta sulla corruzione che vede al centro della cricca l’ex vicepresidente del consiglio lombardo Filippo Penati, non sarebbe arrivata a questo punto se le norme anticorruzione fossero state rese più efficaci a suo tempo, ai primi vagiti della Lega che urlava alla mafia e a Roma ladrona sulla scia di Tangentopoli, con l’azzeramento di rischi giudiziari per chi denuncia i tangetari e pene certe per questi ultimi come accade in Europa e in America. Sarei pronto a scommettere che in tal caso, l’ex candidato sindaco di Sesto e costruttore Angelo Pasini, assieme a Di Caterina, avrebbero denunciato le tangenti già  dal ’95. Anzi, forse non ci sarebbe nemmeno stato bisogno di farlo, in quanto la presunta cricca di Penati avrebbe mandato avanti le pratiche delle concessioni edilizie dell’area Falck senza rischiare di pretendere denaro non dovuto.

Ebbene, il Penati che appare oggi, alla luce delle indagini, non sembra essere da meno di Bottino Craxi. Del quale l’ex sindaco di Sesto San Giovanni ha sempre nutrito ammirazione e nostalgia dei metodi. Se da un lato sembra dimenticata la multa da 120.000 euro che la sua giunta provinciale milanese (quando Penati era presidente della provincia di Milano) dovette pagare su ordine dell’Agcom per aver violato la par condicio televisiva durante la campagna per le europee 2009, dall’altro Penati si augurava di “rivalutare il socialismo della Milano da bere“. Quella craxiana dei “porto di là …“. Una scelta, quella di commemorare il cinghialone nel decennale della sua morte “fatta assieme a Bersani” in quanto i processi di corruzione a carico del defunto latitante sono “una lente distorcente che offusca i positivi spunti di innovazione“. Per Penati Milano senza Craxi é la “Milano smarrita“.E con grande ipocrisia, eccolo attaccare Berlusconi che “farebbe meglio a guardare ai guai del Pdl che cerca di nascondere” in tema proprio di corruzione.

Da candidato presidente perdente contro Formigoni si augurava una “Lombardia dal rinnovato impegno delle istituzioni della politica per la trasparenza e la legalità ” orgoglioso di stare a capo di “liste davvero pulite“. A elezioni regionali perse, quando Beppe Grillo scrisse nel blog che “ha fatto più opposizione Fini in mezza giornata che il Pd in 15 anni” Penati replicò che “Grillo non sa neppure cos’é l’opposizione in quanto punta solo a parlare male di noi“. Da incorniciare pure la dichirazione su Lucio Stanca, che da ad di Expo a doppio stipendio, intimò “Lasci immediatamente e restituisca quanto ha percepito a fronte di zero risultati“. Da che pulpito! dopo quella sferzata della Corte dei conti per l’affaire della Serravalle che bollava “uno spreco di soldi per un’operazione inutile” (tangenti anche lì?) mentre chiosava preoccupato i legami sempre più stretti “tra gli amministratori lombardi e la ndrangheta che la politica deve combattere“. Come? con le triangolazioni estero su estero di tangenti? verrebbe da chiedere oggi a Penati: sbandieratore di quel “socialismo riformista” che finora ha sbattuto tutti in galera. O meglio, quasi tutti, in quanto Berlusconi che di quel socialismo é il naturale figlio piduista, é ancora là  barricato a palazzo Chigi con 6 processi. E dire che per Penati era “prioritario bloccare la deriva berlusconiana“. Ora che ha confessato “vicende vecchie di 10 anni” dimostri di essere pulito e contro la prescrizione dei reati. Ce ne va pure della reputazione di almeno mezza sinistra italiana.

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