Yara? nelle fauci di un mostro

Non vi nascondo che, pur immaginando fin da subito il tragico epilogo della vicenda, il ritrovamento del cadavere di Yara Gambirasio mi lascia traumatizzato. Sarà  la familiarità  dei luoghi in cui si é consumata la tragedia, sarà  per istinto paterno, sarà  per una sorta di tabù oltre il quale la mia coscienza non riesce ad immaginare una situazione di quel tipo, ho la sensazione che l’assassino o gli assassini di quella povera tredicenne rimarranno impuniti, se non per sempre, comunque molto a lungo. Non credo a cialtronerie legate alla coincidenza dei 90 giorni esatti dalla data della scomparsa di Yara a Brembate Sopra. Non credo a un delitto mafioso. Chi lo commette farebbe sparire il cadavere o alla meglio gli ficcherebbe un sasso in bocca o lo incapretterebbe. Lancerebbe segnali diversi. Qui credo si sia trattato di un tentativo di violenza di uno squilibrato che vive nei paraggi di Brembate Sopra e che conosce bene quella zona della provincia di Bergamo. Si chiama Isola proprio perché é una porzione di territorio a forma triangolare racchiusa in un pugno di chilometri tra l’Adda e il Brembo. E’ meno abitata rispetto alle aree circostanti, i paesi sono numerosi ma tutti relativamente piccoli e abbastanza distinti l’uno dall’altro, ognuno con la propria zona artigianale di capannoni costruiti a ridosso di vaste aree verdi boschive quasi sempre su strade a fondo chiuso come nel caso di via Bedeschi a Chignolo d’Isola, dove un ragazzo in cerca del proprio aeromodello si é imbattuto nei poveri resti di Yara.

Qualcuno obietta che il cadavere della ragazza sia stato portato lì di recente in quanto a soli 300 metri dal centro di coordinamento delle ricerche e a soli 200 metri da uno spiazzo in cui qualche settimana fa fu ritrovato morto un ragazzo sudamericano in un auto. Secondo lo stesso sindaco di Chignolo quella zona sarebbe stata battuta almeno 3 volte in questi mesi (senza i cani ‘bionici’ impiegati dalla palestra di Brembate al cantiere di Mapello e lungo il fiume Brembo) ma evidentemente quel quadretto di campo incolto dove per 90 giorni e 90 notti é rimasto il cadavere di Yara dev’essere sfuggito a tutti. La comprensibile sensazione di clamoroso smacco da parte di chi ha coordinato e di chi si é adoperato nelle ricerche della ragazza, fa i conti con la “lungimiranza” di quel o quei criminali che avevano buone probabilità  di ritenere che quel luogo appartato fosse una tomba sicura che avrebbe garantito loro di sbarazzarsi del corpo di Yara e di farla franca. Il tempo trascorso sembra dar loro ragione. Trovo poco lungimirante che chi l’ha fatta franca per un mese o o 3 mesi, possa pensare di rischiare di prendersi nelle braccia un cadavere mummificato e scheletrito, chiuderselo in macchina e portarselo in un campo incolto per farlo ritrovare. Oltre che spezzarsi sarebbe un rischio insensato per un crudele e lucido assassino. Incapperebbe nelle inquadrature delle telecamere col rischio di un’identificazione, un’ispezione a casa e in auto con prodotti tipo il Luminol per finire in galera come fu per il bresciano Guglielmo Gatti, condannato all’ergastolo per aver massacrato gli zii, averli fatti a pezzi e buttati in un burrone al passo del Vivione nonostante abbia sempre negato di averli uccisi e macellati.
Per Yara Gambirasio bisognerà  attendere l’esito dell’autopsia sul corpo per stabilire se davvero sia sfuggita ai suoi ricercatori e sia rimasta in quel terreno incolto per tutti questi 90 giorni. Ipotesi che ritengo assai probabile e che in tal caso, diminurà  le probabilità  di risalire all’assassino. Che speriamo non sia recidivo altrimenti c’é davvero da rabbrividire. Condoglianze alla famiglia Gambirasio.

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