Le mafie degli altri

Riporto un articolo di Alfio Caruso apparso sul Corriere Milano di oggi.

A chi appartengono gli orientali, spesso donne dallo sguardo smarrito, che vendono giocattoli nella galleria Vittorio Emanuele, prontissimi a richiudere il telo e ad allontanarsi al primo sospetto di un controllo? Da chi dipendono gli spilungoni africani accampati con il loro campionario di borse contraffatte dinanzi alle vetrine di corso Buenos Aires? Dove si riforniscono i sudamericani con gli ombrelli in mano appena piovono le prime gocce? Chi gestisce i ragazzi con i fiori, che pattugliano la sera i marciapiedi in attesa dei clienti di un cinema o di un ristorante? Sono gli aspiranti ultimi nella società  del malaffare. Esistenze lontanissime, delle quali neppure ci accorgiamo, meno che mai ce ne curiamo. Ne veniamo appena sfiorati come capitava nella Londra di Dickens o nella Parigi di Restif de la Bretonne. Spesso diventa persino difficile distinguere se sono cinesi o coreani, dello Sri Lanka o delle Mauritius, di Tonga o del Mali, dell’Ecuador o del Perù. Rappresentano il disordine di cui si nutre il nostro benessere. Il loro vivere fuori dalle regole non ci tocca perché all’apparenza non ci danneggia. Però bisognerebbe andarlo a chiedere ai negozianti di corso Buenos Aires, che la concorrenza sfrenata della perfetta imitazione sottocosto se la ritrovano a un metro dall’ingresso. Le grandi operazioni di contrasto e i titoli dei giornali riguardano, ovviamente, ‘ndrangheta e mafia, camorra e sacra corona unita: abbiamo provato sulla nostra pelle che sono il cancro della convivenza, la sfida continua al funzionamento della democrazia. Il resto fa poca notizia: risulta ostico rendersi conto che i 5 euro per l’ombrello o l’euro per la rosa possano assommarsi fino a costituire una considerevole fonte di reddito illegale. E’ il sommerso della mala, con una rigida suddivisione dei settori per nazionalità . In tale mappa s’impara che i cinesi praticano in Italia gli stessi metodi già  praticati nell’Impero di mezzo, che centinaia di fantasmi vivono dentro laboratori artigianali, sartorie, aziende tessili; che la prostituzione é controllata dagli albanesi, che i ladri di zinco sono romeni, che l’accattonaggio é in mano ai serbi e ai montenegrini, che il furto delle auto é dominato dagli slavi. Il profitto si basa sul servaggio della forza lavoro, sulla manodopera a costo quasi zero: di una rosa al ragazzo dello Sri Lanka rimangono 10 centesimi, di un ombrello al peruviano 50. La ricchezza, il lusso sono soltanto per i capi, per gli organizzatori dei traffici. — si possono aiutare gli abitanti di quest’inferno, che spesso si sono lasciati alle spalle inferni peggiori? A chi tocca farlo? Non é una questione di buon cuore— noi costituiamo l’unica speranza del loro futuro — bensì di pragmatismo politico. Un secolo addietro ne usufruirono le centinaia e centinaia di siciliani e di veneti ammassati negli scantinati delle vie attorno al porto di New York a preparare carte da gioco taroccate, timbri e bolli falsi, vino edulcorato.

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