Fini in dipietrese casiniano

Cacciato dal partito in maniera stalinista” perché Berlusconi non tollera il “legittimo dissenso“. Questa frase pronunciata da Fini al comizio di Mirabello sintetizza la rottura ufficiale col piduista e la sua claque di riciclati, condannati, mafiosi e venduti.
Il ritiro del ddl sul processo breve sancisce la messa in minoranza del piduista assieme a Bossi. Non si azzarda più ad avanzare porcherie incostituzionali perché per Fini e il Fli “garantismo non é impunità  permanente” e “la magistratura é il caposaldo della nostra democrazia“. Dunque “niente leggi ad personam” per un corruttore di giudici che ha infiltrato di gente opaca tutti gli organi di garanzia, dalla Consulta al Csm.

Nel merito della campagna corruzioni tra i finiani con contanti tra le dita “il premier pensa di trattare con i clienti della Standa cui offrire un premio di fedeltà  se non cambiano supermercato“. Ma siccome il “popolo non equivale a sudditi, e la maggioranza non é il contorno del premier, non ci faremo intimidire da quello che é stato il metodo Boffo messo in campo da alcuni giornali, che dovrebbero essere il biglietto da visita del partito dell’amore“.
Per Fini gli “attacchi infami hanno dato vita a un’autentica lapidazione di tipo islamico contro la mia famiglia“. Eccolo dunque a difendere “la sovranità  popolare che significa poter scegliere i loro parlamentari” invece che la vergognosa legge attuale per la quale “faccio il mea culpa che ci sia la lista prendere o lasciare“.

Fin qui si potrebbe pensare a un miracoloso risveglio da 15 anni di letargo di una destra sopita e nostalgica. Peccato che poi, Fini, nel suo discorso si contraddice rendendo disponibile il suo partito a sostenere i 5 punti del programma berluscoide “a patto di sapere come si traducono i titoli delle riforme nella realtà ” e paventare un “patto di legislatura” che non si traduce più in leggi ad personam ma in “un provvedimento a tutela della figura del capo del governo senza la cancellazione dei processi, ma soltanto la sospensione“. Senza spiegare come si possano evitare altre leggi ad personam e ad aziendam.
Fini si contraddice quando concede a Berlusconi l’opportunità  di dotarsi di uno scudo giudiziario e si dice “favorevole al lodo Alfano e al legittimo impedimento” poiché “il premier ha il diritto di governare, senza che nessuno imbocchi scorciatoie giudiziarie“.

Tanto basta per ritenere che dalle parole di Fini sono uscite intenzioni alla dipietrese con contraddizioni alla Casini. Sono venuti fuori tentativi di indipendenza e autonomia politica ammorbati dalla paura tipica di chi come Fini ha vissuto per anni di soggezioni, timori e complessi di inferiorità . Fini sprona se stesso davanti alla platea cercando conferme tipiche dei corsi di autostima: “se un uomo non ha fiducia nelle sue idee, o non valgono nulla le idee, o non vale niente lui“.
A Mirabello Fini ha ammesso che Alleanza nazionale si é venduta al corruttore e alle sue cause perse. Fini e finiani si sono resi conto di aver fatto troppi danni senza aver dato nulla in cambio ai cittadini.

Ammettere di non sopportare più “la logica dell’attendere domani” sancisce il bisogno di Fini e del Fli di distinguersi dalla claque dei Dell’Utri, Caliendo, Ciarrapico, Cosentino, Nespoli, Berruti e compagnia di galeotti. Speriamo non solo a parole. L’Italia onesta e di destra attende con fiducia la sfiducia alla cricca berlus-bossiana. Il Fli può “fly away“da 15 anni di buio. Avanti!

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