Candidature, dimissioni e ribellioni nel suk a 5 stelle


Paolo Vergnano, Flavio Prada e Giovanni Rullo, consiglieri trentini ex 5 stelle

Il Movimento 5 stelle sbrocca sulle candidature. Arruola una marea di esterni come un grande suk, sfancula gli attivisti storici e scarica alcuni deputati che sono stati messi in coda a degli sconosciuti in lista. Ecco una sequela di casi imbarazzati e fuori dalle regole.

Nei dintorni di Trento, terra del probiviro Riccardo Fraccaro, si sono autosospesi dal Movimento i consiglieri grillini Paolo Vergnano a Rovereto, Flavio Prada a Riva del Garda e Giovanni Rullo ad Arco di Trento. In una lettera comune parlano di ‘profili imbarazzanti‘, in un clima di “traditori“. Critiche anche al candidato Matteo Perini: “Non si è mai visto“.

In Lombardia risulta secondo in lista per la Camera tal Davis Dori, assolutamente sconosciuto e fresco di iscrizione al Movimento bergamasco. Pare abiti a Ghisalba (Bg), dove da qualche anno si organizza la festa estiva dei 5 stelle a cui ha presenziato Luigi Di Maio, e oggetto di polemiche per l’imbarazzante vicenda di 5 mila euro che il presidente della locale Alessandro Ventura fu accusato di aver sottratto. Soldi che Ventura ha poi girato alla nuova associazione prima di dimettersi e allontanarsi dal Movimento per “rivalità e invidia“. Poi c’è il caso del consigliere uscente lombardo Stefano Buffagni, il “dimaiano del Nord”, scavalcato in lista dalla deputata Paola Carinelli (che abita in un altro collegio) e compagna del senatore Vito Crimi, tra coloro che hanno stilato i nuovi regolamenti che stravolgono quelli vecchi e storici, sulla residenza dei candidati. Non è un caso che Davide Casaleggio paventi inesistenti questioni di privacy per non rendere noti i risultati delle votazioni online per le primarie grilline fatte sulla piattaforma Rousseau. Teme i ricorsi.

In Piemonte l’economista Paolo Turati, candidato nel collegio (uninominale Camera) a Torino centro e collina, ha cancellato tutti i post xenofobi su Facebook, senza aver mai militato un sol giorno. Mario Corfiati è stato rimosso per una sua presunta attività (mai provata) di gigolò gay alla faccia della propria libertà di espressione.

In Sicilia Francesco Mollame è candidato a Marsala col M5s nel collegio uninominale al Senato: nel 2008 si candidò sindaco a Partinico con l’Mpa di Raffaele Lombardo. Gaspare Marinello, in lista nell’uninominale di Agrigento per il Senato nel M5s, fu candidato col Pdl di Berlusconi alle comunali di Sciacca nel 2009. Fuori dalle regole. La deputata siciliana uscente Chiara Di Benedetto, quarta in lista nel suo collegio dunque senza speranza di essere rieletta, se ne va. È compagna di Mauro Giulivi, l’attivista che fece causa al Movimento perché escluso dalle regionali siciliane. Già minacciata di morte da presunti sostenitori M5S ora parla di «volgare negazione delle origini».

In Calabria l’avvocata di Soverato Silvia Vono, candidata al Senato nel collegio uninominale di Catanzaro e Vibo Valentia, è stata assessore in giunta col Pd Ernesto Alecci, dopo aver presieduto il circolo locale di Italia dei Valori. Nel 2014, la Vono sostenne la candidatura di Flora Scuco in consiglio regionale in una lista satellite del Pd. Il tutto si somma al ricorso in Tribunale dell’avvocato Ugo Morelli, candidato a Cosenza e poi escluso dalle liste dell’uninominale e plurinominale di Cosenza e Roma.

In Veneto, a San Donà di Piave (Venezia) è in lista l’ex magistrato della Corte d’Appello Antonino Abrami, noto per aver ricevuto, tramite la sua Accademia internazionale delle Scienze ambientali e l’Università di Nova Gorica, un contributo di 297 mila euro da Giovanni Mazzacurati, l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova condannato per lo scandalo Mose a restituire all’erario 22 milioni di euro. Micaela D’Aquino, candidata nel collegio Rovigo-Chioggia, è stata vista poco tempo fa a una cena di finanziamento di Forza Italia accanto al berlusconiano Renato Brunetta.

A Roma, Emanuele Dessì, candidato grillino al Senato nel collegio di Latina, già ripreso a ballare col boss Domenico Spada, detto Vulcano, pugile amico dei Casamonica condannato per usura ed estorsione, vive in una casa popolare a 7 euro di affitto al mese in quanto “senza reddito”, ma il suo nome appare alla Camera di Commercio di Roma in qualità di socio di due imprese.

A tutto questo si somma la candidatura nel collegio campano di Agropoli-Castellabate della “merkeliana” Alessia D’Alessandro, in lista con i 5 stelle dopo essersi dimessa dalle cariche assunte all’agenzia tedesca Dpa la Wirtschaftsrat, think tank economico legato alla Cdu della Cancelliera tedesca tanto affezionata all’euro.

L’elenco delle contraddizioni grilline è sicuramente parziale. Da qui a 30 giorni ne vedremo delle altre. Votare informati è sempre meglio che fare gli isterici pasdaran.

Elezioni politiche 2018, Gentiloni ha già vinto

La campagna elettorale schiera Renzi e Berlusconi finti avversari. Paolo Gentiloni piace a entrambi e con i numeri dei loro partiti, riusciranno a governare insieme con un inciucio alla luce del sole. Poche chanches per Luigi Di Maio del Movimento cinque stelle, Matteo Salvini della Lega, Giorgia Meloni di Fratelli D’Italia e pure per Pietro Grasso di Liberi e Uguali.

Luigi Di Maio, il nuovo marinaio

Caro Luigi Di Maio, ti ritrovi al timone del barcone 5 stelle stracarico di elettori, ma non hai la patente per guidarlo. L’Ammiraglio Beppe ti ha abbandonato, come un qualunque Schettino. T’improvvisi esperto pilota, ma il tuo equipaggio non può che accettare la tua rotta. Stai imbarcando cazziatori alla De Falco, giusto per ingentilire le onde della traversata solitaria. Sei giovane, hai una buona vista, ma navighi a vista. Stai facendo pratica senza conoscere la teoria. Senza esperienza hai poche difese contro gli squali affamati che attendono i tuoi prossimi passi falsi: quelli più pericolosi sono le banche, l’Europa, le lobby, e giù giù fino agli italiani. Molti dei quali non sanno nemmeno cosa sia il Movimento 5 stelle. Non ne conosco le origini, non ne captano il senso, sono rimasti alla magica crocetta nell’urna senza cambiare loro per primi, lo concepiscono come un partito. Ecco, tu sei il suo suggello. Da una My Luxury addobbata di democrazia e trasparenza, lo hai ridotto a una chiassosa chiatta affollata di disperati pasdaran in aspettativa. Che ha già iniziato a imbarcare acqua, mentre tu, dal tuo bunker senza streaming in cui scegli chi vuoi per i collegi sicuri, rattoppi i buchi con pezzi di Non Statuto e con gli euro (alla faccia del referendum). I pasdaran ti ammirano mentre tu azzardi i tuoi pericolosi “inchini al Giglio” magico di Cernobbio. Il voto di quei disperati a bordo sono i remi della tua speranza personale. Ma il mare è vasto, e per proteggerti servirebbero esperti motori a cervello che riparino con sana autocritica le volute di certi leccaculi spacciati per capaci che ti circondano. Di questo passo il Movimento affonderà e i naufraghi dovranno nuotare insieme a te con gli squali al culo che vi divoreranno. Intanto io, Beppe, Becchi, Pizzarotti e altri pionieri della nave super-lusso abbiamo nuotato verso il riparo con sufficiente autonomia per evitare le chiatte. Del resto, di promesse da marinai alla Tsipras ne abbiamo già viste troppe. Meglio lasciarti al tuo corto destino. Noi facciamo a meno dei partiti.

Auto blu, Montalbano e quel morbo del post-grillismo

Va bene, la soffiata di Renzi a De Benedetti che guadagna in Borsa 600 mila euro è uno scandalo, ne siamo abituati. Fermo restando che 600 mila euro per De Benedetti, sono come 6 centesimi per noi comuni mortali. Al di là di questo, le nuove forze politiche che raggranellano voti denunciando gli sprechi e la casta d’altri, non possono tollerare eccezioni. La deroga cozza sempre con la serietà e la credibilità. E’ un morbo che corrode la fiducia e l’aspettativa. Dunque, non si devono e non si possono tollerare eccezioni.

Il caso della consigliera 5 stelle Debora Montalbano che è andata a prendere la figlia a scuola in auto blu anziché usare il taxi o il carsharing, per un partito onesto e coerente, è un’azione grave tanto quanto quella di Renzi che “soffia” al suo editore di riferimento un affare finanziario. Sapete perché? Perché non è l’entità dell’importo e la grandezza del vantaggio che misura la dimensione dello scandalo. E’ il gesto che scredita. Dunque, l’auto blu, simbolo del privilegio della casta contro il quale il Movimento 5 stelle ha costruito uno dei suoi pilastri di credibilità e prima voce di tagli veri o annunciati da tutti i partiti, non può tollerare eccezioni in tal senso. Non ci possono essere attenuanti o scuse. Chi giustifica o minimizza nei commenti è già corrotto e inaffidabile in partenza.

Debora Montalbano si è dimessa dalla presidenza della IV Commissione al Comune di Torino, ma non è ancora chiaro se le sia consentito di usare il logo a 5 stelle. Luigi Di Maio ha solo condannato l’episodio come “fatto gravissimo“, ma non ha buttato fuori dal Movimento la consigliera. Nemmeno ha ipotizzato un voto online. Sapete perché? Perché l’ondata dei post-grillisti iscritti al portale ed ereditati dai partiti che hanno reso i 5 stelle un partito di massa, voterebbero in maggioranza per tenerla. Cioè, i nuovi grillini sono gl’italiani medi che derogano le regole.

A tutti loro, gli assaltatori della diligenza degli ultimi due-tre anni, va proposto un ripasso delle dichiarazioni e dei provvedimenti presi nella storia del Movimento. Eccone alcuni, tra i più significativi che dovrebbero essere riportati a caratteri cubitali sul blog delle Stelle, (ma che per questioni di sondaggi e per totale assenza di trasparente autocritica, non pubblicheranno mai).

Il portavoce M5s si impegna a rinunciare ai privilegi come le auto blu“. Da un post sul blog di Grillo del 19 giugno 2015.

«Non mi candido al parlamento, sto con Beppe, ho rinunciato all’auto blu e pranzo in mensa coi dipendenti». Giovanni Favia, 28 marzo 2012, buttato fuori dal Movimento per aver “comprato” spazi con soldi del gruppo regionale in un’emittente locale bolognese e per essere stato intercettato a criticare il verticismo dei 5 stelle e la carenza di democrazia interna.

«La politica è una cosa bella. Sono i partiti che non ci servono più. Mi scusi, ma è arrivata la mia auto blu…».
Federico Pizzarotti, 22 maggio 2012, sindaco di Parma, sale sulla Multipla grigia ammaccata di un’amica (mentre le auto blu al Comune di Parma le ha eliminate). Sindaco mobbizzato dal Movimento e rieletto senza i colori dei 5 stelle. La perdita più grave ed eclatante dei grillini.

Anche a Livorno il neosindaco Nogarin, tra i primi provvedimenti adottati, ha tagliato tutte le auto blu a disposizione del Comune.

Il Comune spendeva 25 mila euro l’anno per auto blu. Noi abbiamo fatto contratti da 20 mila euro (che potrebbero scendere a 10). Federico Pizzarotti, 30 agosto 2012.

«La gente è disperata, non ce la fa più, e quelle facce da culo vanno in giro con le auto blu». Beppe Grillo al comizio di Mantova, 11 febbraio 2013.

«Siamo pronti per governare. Basta auto blu».Davide Barillari rivolto alla piazza di Roma, candidato pentastellato alla Regione Lazio, 22 febbraio 2013.

«Andrò in autobus, in treno e in metro. L’auto blu per me è il male assoluto, se mi vedete a bordo linciatemi».
Luigi Di Maio, 21 marzo 2013, appena nominato vicepresidente della Camera.

«Voi sapete quante sono le auto blu? Sono 7.000. Ma non sono l’unico costo da tagliare». Il vero spreco si annida «nelle 59 mila auto grigie. Chi sa che cosa sono le auto grigie? Le auto grigie sono quelle senza autista. Un costo che si può eliminare. Si risparmiano così 800 milioni. Dal calcolo abbiamo tolto le auto delle forze dell’ordine».
Gianroberto Casaleggio rivolto agli industriali di Torino, 15 aprile 2013.

Per noi sono rimasti due commessi, per una spesa di 150 euro. Ossia, il costo di un giro in auto blu della Boldrini“.
Manlio Di Stefano, 7 settembre 2013, dopo la discesa dal tetto di Montecitorio per la protesta dei 5 stelle.

Il 6 novembre 2013 il gruppo dei 5 stelle presenta un ordine del giorno in cui chiede a tutti i parlamentari di utilizzare il car sharing per sostituire le auto blu a disposizione di Montecitorio. Respinto.

Dimezzeremo stipendi di consiglieri e giunta, taglieremo vitalizi, auto blu…” Valeria Ciarambino, candidata alla Regione Campania, 14 marzo 2015.

«Al mio primo giro tra gli uffici amministrativi mi hanno chiesto se volevo l’auto blu e ho risposto di no». Cettina Di Pietro, neosindaca 5 stelle di Augusta (Siracusa), 16 giugno 2015.

«Gestiremo la vittoria dei ballottaggi nel migliore dei modi possibili, rispettando le promesse fatte (…) rinunciando alle auto blu». Davide Casaleggio, 20 giugno 2016.

«Impossibilitato partire da Monza, troveremo il modo di raggiungere Bergamo. Mai con l’auto blu». Tweet di Alessandro Di Battista, 12 novembre 2016, bloccato a Milano Centrale durante il “Iodicono treno tour”. Di Battista si è defilato dal Movimento non ricandidandosi al Parlamento nonostante la rielezione sicura.

«Siamo un’idea, un movimento con le mani libere che va a scontrarsi con le auto blu e la collusione …». Luca Pirondini, candidato 5 stelle a Genova, 26 aprile 2017.

“Noi vogliamo liberare la Sicilia da questo Medio Evo politico (…) la regione è la prima in Italia per numero di auto blu, usate a sbafo e a spese dei siciliani”. Giancarlo Cancelleri candidato 5 stelle alla presidenza della Regione Sicilia, 9 luglio 2017. Dopo il comizio, Grillo davanti l’albergo non risponde ai cronisti e picchiando la mano sul cofano della sua vettura ripete come un mantra: “auto blu, auto blu”.

«Privilegio da casta del governatore De Luca», denuncia il gruppo campano 5 stelle nei confronti del governatore Vincenzo De Luca del Pd. E’ il 29 dicembre 2017, pochi giorni fa.

Dunque, chi ha ancora il coraggio di giustificare la Montalbano sia cacciato a pedate nel culo. Come ai vecchi tempi.

Al Pirellone Fontana, l’alfanian leghista riallineato

Bobo Maroni non si ricandida a governare la Lombardia. La Lega schiera dunque Attilio Fontana, alterego personale e politico del presidente uscente. 65 anni, ex sindaco di Induno Olona, due volte sindaco di Varese, presidente Anci Lombardia fino al 2011, quando fu fatto dimettere da Calderoli per essersi schierato contro l’Imu varata dal governo Monti col sostegno di Berlusconi e Tremonti, Fontana alla fine ha applicato la tassa ai suoi cittadini definendola utile per far quadrare i conti in Comune. Siede nel Consiglio d’Amministrazione di Fiera Milano, società controllata da Ente Fiera, in parte commissariata dal Tribunale di Milano per sospette infiltrazioni mafiose relative ad appalti per 20 milioni di euro affidati al nisseno Giuseppe Nastasi, considerato il braccio finanziario delle cosche. Fiera Milano è un poltronificio doc. Qui hanno scaldato le natiche l’ex ministro Maurizio Lupi e molti amici di Comunione e Liberazione, tra cui Roberto Formigoni.

Legale difensore delle “guardie padane” indagate di associazione militare armata per fatti risalenti al1996, recentemente tutti prosciolti dalla Cassazione, Attilio Fontana è il candidato ideale della lega “alfaniana” tanto cara proprio a Maroni, che lo ha retto in maggioranza in questi anni al Pirellone, quella che potrebbe ridare una poltrona a nullità politiche come Angelino Alfano. Sostenitore dell’ex sindaco di Verona Flavio Tosi, espulso dalla Lega celodurista, Fontana s’è rimangiato la promessa di mollare il partito qualora Tosi se ne fosse andato.

Odiato da Bossi e da tutti i bossiani per la sua posizione maroniana da Lega democristiana, Fontana è stato l’unico leghista ad aver stretto la mano all’ex ministro Kyenge ai tempi in cui le lanciavano le banane e le davano dell’orango. Voleva aggregare la provincia di Monza a quelle di Como e Varese, e da sindaco di Varese prese le difese di tre giovani padani finiti nei guai per aver imbrattato i muri con la scritta “Monti buffone”. Per dire, si è messo contro il regolamento di polizia municipale varato dalla sua stessa giunta, che prevede multe per gli imbrattatori e che ha indotto il suo Comune a costituirsi parte civile contro gli imbrattatori. Una sorta di Gaetano Armao del Nord.

Favorevole all’acqua pubblica (votò sì al referendum del 2011), anno in cui fu l’unico sindaco vincitore e riconfermato nella Watterloo leghista, dichiarò che avrebbe votato a favore di un sindaco Pd nella vicina Gallarate per colpa di un Pdl “poco riformista”. Alla fine, Attilio Fontana è stato un ribelle “riallineato” agli interessi della Lega che per governare in Lombardia deve fare i conti con la Compagnia delle Opere.
Dunque in Lombardia, nuovo nome, vecchie cariatidi di potere. Orizzonte tristemente uguale.