Brumotti, livido kamikaze della non informazione

Il biker Brumotti, bravo com’è a pedalare sugli strapiombi e a reggersi in equilibrio sui cornicioni, non capisco perché si sia buttato nel mestiere di kamikaze per conto di Striscia la Notizia. Sarà che non guadagna abbastanza? Eccolo allora nel ruolo di provocatore a buon mercato. A Palermo, mentre cercava di usare il suo megafono in un quartiere dedito allo spaccio di droga, è stato preso a sassate e addirittura a fucilate da alcuni residenti. Ne è uscito (di nuovo) indenne perché lui e il suo operatore di ripresa hanno ultimato il servizio facendosi scortare dai carabinieri. Che ora indagano sul proiettile che ha centrato l’auto degli inviati di Canale 5.

La stampa accomuna Brumotti ai paladini della cosiddetta “informazione” presa di mira. Posto che Brumotti non è un giornalista ma piuttosto un pacioso masochista che ama esibire i suoi lividi su Facebook, rimane da capire dove sia l’informazione fatta in quel modo. Che cosa ti aspetti da un covo di spacciatori che si vedono inquadrati e derisi con un megafono? Tutto tranne che risposte utili a raccontare e risolvere la piaga sociale che vuoi trattare. Piuttosto, per completare l’opera, Brumotti potrebbe usare quel megafono all’esterno delle caserme delle forze dell’ordine. Quelle deputate all’ordine e al controllo della legalità. Oppure potrebbe appostarsi al Viminale per chiedere come mai in giro per l’Italia è tutto possibile senza un adeguato presidio dei luoghi a rischio.

Ecco, l’informazione più utile di Striscia forse sarebbe questa. Non le provocazioni spacciate per atti eroici. Di questo passo Brumotti lo faranno fuori.

Pestato l’inviato utile idiota

Si moltiplicano le aggressioni alle troupe televisive intente a svelare al grande pubblico le vergogne locali. L’energumeno che ad Ostia prende a testate l’inviato de La7, il pusher che a Milano lancia pietre all’inviato di Striscia (armato di megafono), la consorte del mafioso che a Bari schiaffeggia l’inviata del Tg1 e così via.

La tivù ha perso la sua sacralità. Da strumento di composta denuncia dalla parte dei più deboli, si è trasformato in amplificatore di pagliuzze utili a celare le travi dei grandi manovratori, che spesso fanno anche gli editori. Quelle che una volta erano inchieste argomentate, oggi sono diventati stand-up provocatori, dove in pochi secondi la sintesi del racconto mistifica gli equilibri del luogo sotto i riflettori.

L’intrusione, la provocazione e la banalizzazione dei fatti sono un cocktail micidiale per i bersagli della gogna mediatica. La loro reazione è sempre più scomposta e smisurata, di servizio in servizio. Dalla classica faccia nascosta, si è passati in poche stagioni alla regolarità degli insulti, delle minacce, e ormai puntualmente delle botte a viso aperto. Sdoganate da personaggi pubblici nonché deputati tipo Luca Barbareschi (menò un inviato de Le Iene).

Del resto il telespettatore medio è un bulimico di immagini e parole che ingoia con apatia. Il suo ruolo passivo lo ha reso asfittico: ricorda solo ciò che impatta col bonton. Dunque non c’è ricetta migliore contro lo zapping a una video-rissa che ferisca fisicamente, e allo stesso tempo glorifichi spiritualmente il malcapitato inviato (spesso con contratto da precario).

Eccoci allora alle risse quotidiane. Ricetta di una tivù morente che per sopravvivere manda a morire i suoi attori nelle vesti di giornalisti, che oltre a doversi documentare per raccontare, devono pur essere impavidi e sprovveduti kamikaze. Animatori del format a misura di spot pubblicitario, cantori di problemi finti che relegano l’inviato al ruolo di utile idiota degli interessi in conflitto dell’editore.

Denunciare le ingiustizie e le situazioni di illegalità in giro per l’Italia, ci s’imbatte in qualcuno che sa quanto marcio c’è nell’alto delle istituzioni. C’è consapevolezza di finire bersagli della gogna per distrarre la massa. Dunque, quale reazione peggiore (o migliore?) a una bella rissa col giornalista di turno?

Per dire, noi che conosciamo gli ingredienti dell’informazione ci chiediamo: a quando un bel tapiro a Dell’Utri e a Berlusconi?

Candidature, dimissioni e ribellioni nel suk a 5 stelle


Paolo Vergnano, Flavio Prada e Giovanni Rullo, consiglieri trentini ex 5 stelle

Il Movimento 5 stelle sbrocca sulle candidature. Arruola una marea di esterni come un grande suk, sfancula gli attivisti storici e scarica alcuni deputati che sono stati messi in coda a degli sconosciuti in lista. Ecco una sequela di casi imbarazzati e fuori dalle regole.

Nei dintorni di Trento, terra del probiviro Riccardo Fraccaro, si sono autosospesi dal Movimento i consiglieri grillini Paolo Vergnano a Rovereto, Flavio Prada a Riva del Garda e Giovanni Rullo ad Arco di Trento. In una lettera comune parlano di ‘profili imbarazzanti‘, in un clima di “traditori“. Critiche anche al candidato Matteo Perini: “Non si è mai visto“.

In Lombardia risulta secondo in lista per la Camera tal Davis Dori, assolutamente sconosciuto e fresco di iscrizione al Movimento bergamasco. Pare abiti a Ghisalba (Bg), dove da qualche anno si organizza la festa estiva dei 5 stelle a cui ha presenziato Luigi Di Maio, e oggetto di polemiche per l’imbarazzante vicenda di 5 mila euro che il presidente della locale Alessandro Ventura fu accusato di aver sottratto. Soldi che Ventura ha poi girato alla nuova associazione prima di dimettersi e allontanarsi dal Movimento per “rivalità e invidia“. Poi c’è il caso del consigliere uscente lombardo Stefano Buffagni, il “dimaiano del Nord”, scavalcato in lista dalla deputata Paola Carinelli (che abita in un altro collegio) e compagna del senatore Vito Crimi, tra coloro che hanno stilato i nuovi regolamenti che stravolgono quelli vecchi e storici, sulla residenza dei candidati. Non è un caso che Davide Casaleggio paventi inesistenti questioni di privacy per non rendere noti i risultati delle votazioni online per le primarie grilline fatte sulla piattaforma Rousseau. Teme i ricorsi.

In Piemonte l’economista Paolo Turati, candidato nel collegio (uninominale Camera) a Torino centro e collina, ha cancellato tutti i post xenofobi su Facebook, senza aver mai militato un sol giorno. Mario Corfiati è stato rimosso per una sua presunta attività (mai provata) di gigolò gay alla faccia della propria libertà di espressione.

In Sicilia Francesco Mollame è candidato a Marsala col M5s nel collegio uninominale al Senato: nel 2008 si candidò sindaco a Partinico con l’Mpa di Raffaele Lombardo. Gaspare Marinello, in lista nell’uninominale di Agrigento per il Senato nel M5s, fu candidato col Pdl di Berlusconi alle comunali di Sciacca nel 2009. Fuori dalle regole. La deputata siciliana uscente Chiara Di Benedetto, quarta in lista nel suo collegio dunque senza speranza di essere rieletta, se ne va. È compagna di Mauro Giulivi, l’attivista che fece causa al Movimento perché escluso dalle regionali siciliane. Già minacciata di morte da presunti sostenitori M5S ora parla di «volgare negazione delle origini».

In Calabria l’avvocata di Soverato Silvia Vono, candidata al Senato nel collegio uninominale di Catanzaro e Vibo Valentia, è stata assessore in giunta col Pd Ernesto Alecci, dopo aver presieduto il circolo locale di Italia dei Valori. Nel 2014, la Vono sostenne la candidatura di Flora Scuco in consiglio regionale in una lista satellite del Pd. Il tutto si somma al ricorso in Tribunale dell’avvocato Ugo Morelli, candidato a Cosenza e poi escluso dalle liste dell’uninominale e plurinominale di Cosenza e Roma.

In Veneto, a San Donà di Piave (Venezia) è in lista l’ex magistrato della Corte d’Appello Antonino Abrami, noto per aver ricevuto, tramite la sua Accademia internazionale delle Scienze ambientali e l’Università di Nova Gorica, un contributo di 297 mila euro da Giovanni Mazzacurati, l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova condannato per lo scandalo Mose a restituire all’erario 22 milioni di euro. Micaela D’Aquino, candidata nel collegio Rovigo-Chioggia, è stata vista poco tempo fa a una cena di finanziamento di Forza Italia accanto al berlusconiano Renato Brunetta.

A Roma, Emanuele Dessì, candidato grillino al Senato nel collegio di Latina, già ripreso a ballare col boss Domenico Spada, detto Vulcano, pugile amico dei Casamonica condannato per usura ed estorsione, vive in una casa popolare a 7 euro di affitto al mese in quanto “senza reddito”, ma il suo nome appare alla Camera di Commercio di Roma in qualità di socio di due imprese.

A tutto questo si somma la candidatura nel collegio campano di Agropoli-Castellabate della “merkeliana” Alessia D’Alessandro, in lista con i 5 stelle dopo essersi dimessa dalle cariche assunte all’agenzia tedesca Dpa la Wirtschaftsrat, think tank economico legato alla Cdu della Cancelliera tedesca tanto affezionata all’euro.

L’elenco delle contraddizioni grilline è sicuramente parziale. Da qui a 30 giorni ne vedremo delle altre. Votare informati è sempre meglio che fare gli isterici pasdaran.

Elezioni politiche 2018, Gentiloni ha già vinto

La campagna elettorale schiera Renzi e Berlusconi finti avversari. Paolo Gentiloni piace a entrambi e con i numeri dei loro partiti, riusciranno a governare insieme con un inciucio alla luce del sole. Poche chanches per Luigi Di Maio del Movimento cinque stelle, Matteo Salvini della Lega, Giorgia Meloni di Fratelli D’Italia e pure per Pietro Grasso di Liberi e Uguali.

Luigi Di Maio, il nuovo marinaio

Caro Luigi Di Maio, ti ritrovi al timone del barcone 5 stelle stracarico di elettori, ma non hai la patente per guidarlo. L’Ammiraglio Beppe ti ha abbandonato, come un qualunque Schettino. T’improvvisi esperto pilota, ma il tuo equipaggio non può che accettare la tua rotta. Stai imbarcando cazziatori alla De Falco, giusto per ingentilire le onde della traversata solitaria. Sei giovane, hai una buona vista, ma navighi a vista. Stai facendo pratica senza conoscere la teoria. Senza esperienza hai poche difese contro gli squali affamati che attendono i tuoi prossimi passi falsi: quelli più pericolosi sono le banche, l’Europa, le lobby, e giù giù fino agli italiani. Molti dei quali non sanno nemmeno cosa sia il Movimento 5 stelle. Non ne conosco le origini, non ne captano il senso, sono rimasti alla magica crocetta nell’urna senza cambiare loro per primi, lo concepiscono come un partito. Ecco, tu sei il suo suggello. Da una My Luxury addobbata di democrazia e trasparenza, lo hai ridotto a una chiassosa chiatta affollata di disperati pasdaran in aspettativa. Che ha già iniziato a imbarcare acqua, mentre tu, dal tuo bunker senza streaming in cui scegli chi vuoi per i collegi sicuri, rattoppi i buchi con pezzi di Non Statuto e con gli euro (alla faccia del referendum). I pasdaran ti ammirano mentre tu azzardi i tuoi pericolosi “inchini al Giglio” magico di Cernobbio. Il voto di quei disperati a bordo sono i remi della tua speranza personale. Ma il mare è vasto, e per proteggerti servirebbero esperti motori a cervello che riparino con sana autocritica le volute di certi leccaculi spacciati per capaci che ti circondano. Di questo passo il Movimento affonderà e i naufraghi dovranno nuotare insieme a te con gli squali al culo che vi divoreranno. Intanto io, Beppe, Becchi, Pizzarotti e altri pionieri della nave super-lusso abbiamo nuotato verso il riparo con sufficiente autonomia per evitare le chiatte. Del resto, di promesse da marinai alla Tsipras ne abbiamo già viste troppe. Meglio lasciarti al tuo corto destino. Noi facciamo a meno dei partiti.