Bottino Craxi si prende la visibilità che dovrebbe andare ai disoccupati e ai giovani italiani intenti nei supermercati a rubare il cibo.
La casta crassiana di pelo grigio è impegnata nell’ipocrisia della beatificazione del politico divenuto simbolo del degrado istituzionale ammorbato di corruzione. Un socialista riforNista di tangenti in miliardi estero su estero.
Iniziative mediatiche e frasi da imbarazzi crassi si sprecano per il cinghialone amico di Berlusconi alla vigilia del decennale della sua morte.
Al teatro Capranica di Roma, per la proiezione dell’esistenza terrena di Craxi c’era una crassa scoppola di fondi di galera. O di balera, come Gianni De Michelis assieme a Claudio Martelli, al piduista Fabrizio Cicchetto, Paolo Cirino Pomicino, Barbara Rutelli in Palombelli, Carlo Rossella e Luca Barbareschi. Tutti prostrati al cinghialone “grande statista” come lo ha definito il ministro Frattini in fuga nella tana(sia) di Hammamet per venerare la tomba assieme a Brunetta e Sacconi.
Sul Giornale Roberto Chiarini si chiede se il cinghialone sia da considerarsi un esule piuttosto che un latitante. Si meraviglia che “una sentenza di condanna di finanziamento illecito ai partiti si sia trasformata nella pietra tombale che dovrebbe seppellire la sua opera di leader e statista“. Peccato che Chiarini, da attendente venduto, dimentichi le altre condanne e i processi in prescrizione.
Ci ha pensato Enza Tomaselli, storica segretaria del cinghialone, a ridare un po’ di verità ai fatti. In un’intervista sempre sul Giornale ha detto a Stefano Zurlo che nell’ufficio di Craxi in piazza del Duomo “ogni tanto entrava quache dirigente del partito che diceva ‘Porto di là’”. Siccome “i soldi servivano a tutti i partiti, tutti hanno fatto finta di non sapere“. Poi quando scoppiò il bubbone innescato dal “mariuolo” Mario Chiesa, ecco che Craxi rassicurava la sua Enzina: “Stai tranquilla, se succede qualcosa vieni con me in Tunisia. Ma si capiva che quel sistema stava finendo e poi lui aveva sottovalutato Mani pulite“. Già, si sentiva così onniprepotente, il cinghialone, da atteggiarsi come il classico intoccabile mafioso.
Ma la crassa scoppola di attendenti di Berlusconi, che a Bottino Crassi deve le loro fortune economiche camuffati da intellettualoidi, anche Marcello Veneziani si unisce al bordello dei prezzolati riabilitatori del politico corrotto: “Lo statista degli anni ottanta, fra i 12 apostoli della prima repubblica assieme a De Gasperi, Moro e Togliatti” scrive. Già in novembre questo bamboccione truccato da professore che dagli schermi di Odeon sputava sentenze sui “fascisti espressione di un certo sindacalismo di sinistra” scriveva che “fu l’immoralità dei politici di professione a regalarci Tangentopoli. Di De Gasperi, Togliatti, Craxi e Almirante rimangono solo meschini succedanei“. Ecco, si è definito da solo.
Eppure la crassa riabilitazione di Crassi a suon di bugie sui media di regime genera i suoi frutti. Col decennale non soltanto Milano rischia di vedere uno spazio pubblico intitolato a Craxi. A quanto pare anche Paestum riabliterà il cinghialone con una via. Il suo sindaco parla di “giustizia per un grande statista” (quotidiano Il Mattino del 15 gennaio 2010).
Col decennale della morte ormai alla vigilia anche il Quirinale si fa venire le fregole. Giorgio Napolitano ha inviato un messaggio privato ad Anna Craxi, la moglie in vacanza nella (tana)sia di Hammamet. Un telegramma a spese di tutti gli italiani per il decennale della morte di uno statista. Pardon! di uno stragista della democrazia.
“Mio padre aveva molta stima per le donne intelligenti, a prescindere dalla figlia“. Bobo Craxi, Il Giornale 27 dicembre 2009
E’ arrivato il giorno della memoria. A Milano, oggi pomeriggio, in piazza Cordusio saremo in tanti a dire no all’intitolazione di una via a Bettino Craxi. Un’idea malsana con la quale Letizia Biricchetto Moratti intende “unire”. Infatti oggi è il giorno di unire col ricordo, senza rivisitazioni della storia di un socialista corrotto morto da latitante, simbolo di una Milano da bere a suon di tangenti e di ricatti. Il socialismo riformista, per Bottino, ha significato il rifornire di miliardi sé stesso socializzando le perdite e privatizzando gli utili (in nero).
Un personaggio squallido consegnato alla storia con la fine che si è meritato in un lussuoso carcere tunisino camuffato da villa, sottratto ai suoi doveri di cittadino e di rappresentante delle istituzioni, che lo ha trasformato da cinghialone a coniglio.
Purtroppo, dopo quasi 18 anni, i riabilitatori che da Craxi ebbero favori sono ancora troppi in circolazione a detenere il potere: a cominciare da Silvio Berlusconi, finanziatore occulto dell’ex leader socialista, che nella maggioranza del comune di Milano e nel suo sindaco ha i suoi rappresentanti e sostenitori. Il suo governo, tramite il ministro comunista Bondi, ha ritrovato il modo per finanziare la fondazione Craxi sottraendo fondi ad associazioni oneste che con le tangenti non hanno nulla a che vedere.
Il problema della via a Craxi in alcuni comuni lo hanno già risolto. Ad Aulla gli hanno addirittura fatto un monumento in piazza. Del resto sono anni che la maggioranza della stampa di regime dà voce ai revisionisti che riabilitano Craxi. Assai più numerosi di coloro che rievocano la verità dei fatti di quegli anni. Ecco alcune dichiarazioni prese qua e là dai giornali e dalle tivù negli ultimi periodi:
“Bettino era una brava persona.” Ciriaco De Mita al Corriere 8 gennaio 2010
“Berlusconi confessa: ‘A volte mi capita perfino di mettermi a piangere, quando sono sotto la doccia. Non so veramente come venirne fuori’. Mi dice che, per prendere una decisione, quella sera ad Arcore, ha chiamato Bettino Craxi. Alla riunione partecipiamo soltanto io, Craxi e Berlusconi. (…) Craxi dice che bisogna trovare un’etichetta, un nome nuovo, un simbolo che possa unire gli elettori che un tempo votavano per il pentapartito. Io sono convinto che, se tu - Silvio - trovi una sigla giusta, con le televisioni e con le strutture aziendali di cui disponi puoi riuscire a recuperare quella parte di elettorato che è sconvolto, confuso ma anche deciso a non farsi governare dai comunisti e dagli ex comunisti”. (…) “Bene - dice Silvio - bisogna dirlo a Marcello (Dell´Utri), perché mi metta attorno persone che mi possano accompagnare in questa operazione di marketing sociale e politico.”
Enzo Cartotto, ex consigliere politico di Berlusconi.
“Di Pietro non è un moralizzatore, ma un cancro della politica che va isolato”. Stefania Craxi, 25 settembre 2009
“L’ex pm è la persona meno adatta per impartirci lezioni, non avendone nessun titolo morale né politico“. Sandro Bondi, 25 settembre 2009
“Bettino Craxi è stato insignito ‘alla memoria’ del Premio Salvador Allende a Trieste. Corriere della sera 25 ottobre 2009
“La riabilitazione di Bettino è completa, se fosse sepolto lo visiterebbero milioni di italiani.” Claudio Martelli al Corriere della sera 27 dicembre.
“Bettino fu un capo espiatorio, nel rischio di non riuscire a sfidare grandi forze come Dc e Pci non sfuggì alla tentazione di un’alleanza con i poteri forti come la P2 di Gelli, terreno sul quale è maturata la degenerazione e la corruzione.”
Piero Fassino a La Stampa 3 gennaio 2010.
“Giusto intitolargli una strada a Milano, Craxi latitante a fronte di una giustizia politica”. Ugo Intini ex portavoce Psi 4 gennaio
“E‘ stato giusto non farsi processare, non aveva modo di difendersi e temeva anche per la sua vita. Non avrebbe accettato di essere umiliato. Ha difeso la libertà che voleva per tutti, anche per se stesso. Oggi la storia si ripete, Berlusconi fa bene a non farsi processare“.
Stefania Craxi, figlia di Bettino, rivolta a Lucia Annunziata “Mezz’ora” Raitre 3 gennaio 2010
“Spero che il 2010 sia l’anno del dialogo e delle riforme condivise, anche se sulla giustizia andremo avanti comunque. Dobbiamo aprire una stagione di riforme, che a dieci anni dalla morte di Bettino Craxi, affonda le sue radici nell’eredità craxiana per la parte istituzionale che rappresenta, nella necessaria chiusura del lungo ciclo di instabilità aperto da Tangentopoli“.
Il “falco” ministro Maurizo Sacconi 5 gennaio 2010.
A parte Luigi Ferrarella sul Corriere e poco altro in difesa dei fatti, riporto un breve stralcio di quanto scritto da Ezio Mauro su Repubblica il 2 settembre scorso.
“Capisco che il Premier non conosca le leggi, salvo quelle deformate a sua difesa o a suo privato e personale beneficio. Ma dovrebbe stare più attento nel pretendere che tutti siano come lui: un Capo del governo che ha praticato pubblicamente l´elogio dell´evasione fiscale, e poi si è premurato di darne plasticamente l´esempio più autorevole, con i quasi mille miliardi di lire in fondi neri transitati sul “Group B very discreet della Fininvest”, sottratti naturalmente al fisco con danno per chi paga le tasse regolarmente, con i 21 miliardi a Bettino Craxi per l´approvazione della legge Mammì, con i 91 miliardi trasformati in Cct e destinati a non si sa chi, con le risorse utilizzate poi da Cesare Previti per corrompere i giudici di Roma e conquistare fraudolentemente il controllo della Mondadori. Si potrebbe andare avanti, ma da questi primi esempi il quadro emerge chiaro.”
Appuntamento oggi, in Cordusio.
Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, condannati complessivamente a 18 ergastoli negli anni ‘80 per la strage alla stazione di Bologna, sono usciti di prigione. A parte 3 anni di condizionale che deve ancora scontare la Mambro, la coppia è sostanzialmente libera.
Entrambi, genitori di una bimba di 8 anni, sono già rodati per rilasciare interviste prezzolate a giornali e rotocalchi. L’ultimo numero di “Oggi” ne riporta una a firma di Fiamma Tinelli dal titolo “Fioravanti & Mambro la fatica di ricominciare” in cui la coppia di assassini ammette di essere stata militante missina, di aver agito per conto di politici senza l’onestà intellettuale di ammettere la regìa della strage alla stazione di Bologna, riportano le versioni ufficiali di Francesco Cossiga, che dà la colpa a palestinesi e israeliani, dicono di avere stima di Giovanni Falcone, e dicono, infine, di temere per la propria figlioletta di 8 anni. Non senza qualche contraddizione.
Ecco alcuni stralci dell’intervista:
Fioravanti dice che “nessuno può essere impiccato per una cosa vecchia di 30 anni” e aggiunge che “per gli omicidi che ho commesso ho pagato quello che dovevo e giustamente. Con Bologna non c’entriamo niente“. Poi inizia a fantasticare: “Bologna sembrava la ritorsione della Libia per il tentato assassinio di Gheddafi, poi andammo a parlare da Cossiga, che ci disse che la Libia non c’entra niente, è una storia di palestinesi. Ci spiegò che dopo la strage palestinese a Fiumicino, nel 1973, Moro aveva ordinato al colonnello dei servizi segreti Giovannone di fare un accordo: l’Italia avrebbe offerto libero transito ai palestinesi e loro si sarebbero impegnati a non colpirci più. La deflagrazione alla stazione di Bologna, secondo Cossiga, fu un incidente durante un loro trasporto di esplosivi“.
Insomma, come per Ustica, strage dell’Italicus e rapimento Moro, l’ex presidente della Repubblica fa lo scemo per non andare alla guerra. Dimostrando tutta la sua connivenza con la Loggia Propaganda 2 di Gelli, Berlusconi, Cicchitto e compgania bella.
Ma il delirio di Cossiga confidato a Fioravanti continua su “un’altra lettura. Quella relativa al terrorista al soldo dei palestinesi Carlos, secondo il quale Thomas Kram, uomo del fronte di liberazione della Palestina, era presente il giorno della strage alla stazione di Bologna. Carlos ha detto ai magistrati che l’esplosivo era loro e che la strage non fu un incidente, ma un’azione della Cia e del Mossad che volevano punire gli italiani, perché americani e israeliani sapevano dell’accordo italiano coi palestinesi, che non gli andava giù“. Nel servizio su “Oggi” non è specificato che quell’inchiesta risalente al 2005, è già stata archiviata.
Tuttavia mentre Cossiga paventa a Fioravanti la terza ipotesi circa “la vendetta palestinese per l’arresto di Abu Anzeh Saleh, avvenuto in Italia pochi mesi prima“, Francesca Mambro ritiene che “non potranno emergere altre verità sulla strage di Bologna“. Scolpandosi di ogni responsabilità rafforza la sua tesi contraddicendosi. Ossia “per sostenere che quel processo è stato costruito sul nulla ci vorrebbe un’onestà intellettuale che non è propria di questo Paese”. Indignata per la riapertura delle indagini soltanto dopo 30 anni dalla strage, la Mambro si chiede se assieme a Fioravanti “siamo stati accusati di qualcosa che potremmo non aver fatto?”. E aggiunge: “Il nostro è stato un processo politico senza prove, nessuno ci ha mai visto alla stazione di Bologna, eppure c’è qualcuno che si è inventato che eravamo vestiti da tirolesi, con la piuma in testa. Hanno deciso che dovevano essere stati i fascisti e ci hanno condannato. I capi dei servizi sono morti e i politici non parleranno mai, perché quell’accordo coi palestinesi era vile. Significava ‘Ammazzate pure gli ebrei, basta che non date fastidio a noi’. Ora chi ha fatto i conti ha pagato: perché devi sentirti ricordare come una persona che non sei più?“.
Fiamma Tinelli chiede alla coppia “perché non vi siete pentiti?” Fioravanti risponde che pentirsi in Italia significa soltanto ottenere uno premio con sconto di pena e aggiunge: “Io, a differenza dei miei compagni, alla domanda se mi fossi pentito risposi di no. Loro beccarono 27 anni, io l’ergastolo“. Aggiunge che “I brigatisti rossi lottavano per la presa del potere, noi stavamo rivendicando il diritto a sopravvivere, a esistere. Io non mi definivo fascista, eravamo missini, partito che oggi non esiste più“.
La Tinelli chiede a Fioravanti: “Lei ha scontato 28 anni, 8 in isolamento. Qual è stato il momento più duro?” Fioravanti risponde “I 6 mesi di gabbia di vetro su ordine di Giovanni Falcone. Mio fratello Cristiano, pentito, cominciò a spararle grosse sull’omicidio Mattarella - presidente democristiano della Sicilia ucciso nell’80 n.d.r. - Falcone, persona di cui avrò sempre grande stima, mi chiamò nel suo studio senza scorta e mi disse ‘Fioravanti secondo me lei non c’entra niente ma io devo prendere provvedimenti capisce?’ Oggi la mia unica paura è che qualcuno possa fare del male alla mia bambina. Quando sarà grande io e Francesca non la lasceremo entrare in politica. Mai. Perché la politica, noi, l’abbiamo amata troppo“.
Sapete cosa penso di queste storie? Penso che in Italia servire la Loggia P2 significhi un’opportunità di vita. Da politico, mafioso o terrorista non importa. La Loggia p2 e i suoi crimini sono il vitalizio del potere di questo infame Paese. Fioravanti e Mambro liberi lucrano su una pagina nera della Repubblica. Cossiga e la sua smania per le amnistie a tutti i terroristi è il loro garante. Il loro boss.
L’Italia è l’unico paese al mondo, dittature comprese, che riesce a liberare anche degli ergastolani come Valerio Fioravanti, che assieme alla moglie Francesca Mambro e a Luigi Ciavardini sono stati condannati per essere stati gli autori materiali della strage alla stazione di Bologna.
Fioravanti in particolare si fa avanti dicendo che “ci sono spazi per lavorare”. Intende dire che lui e la moglie in quell’attentato del 1980 in cui morirono 85 persone e altre 207 rimasero ferite, non avevano interessi diretti.
29 anni dopo il bombarolo chiede una rilettura del processo da parte di chi è più titolato di lui. Chi? Il piduista Cicchitto? o direttamente il corruttore che nel 1980 militava già nella Loggia P2?
Mentre attendiamo sviluppi c’è da sottolineare il momento particolarmente caldo per la giustizia. In Sicilia ci sono i Riina e i Ciancimino che puntano il dito contro “loro” della casta per gli attentati ai giudici Falcone e Borsellino.
Il corruttore deve avere sgarrato. Probabilmente i tempi sono maturi per far uscire un po’ di verità. Del resto Cossiga e Andreotti sono ormai salme quasi morte e sepolte. Non contano più come una volta. Il piano di rinascita democratica è ormai realizzato. Giovani rimbambiti dai reality, disinformazione controllata e giustizia ammanettata. Cosa possono volere di più gli alleati dei Gasparri e dei Ciarrapico?
Allo stesso tempo non capisco che senso abbia avuto per i Riina e i Fioravanti stare in carcere per compiacere i mandanti delle loro stragi e dei loro delitti. Ecco, qualcosa si sta muovendo. A Roma qualcuno trema. E forse trama.

Un anno fa, nella notte fra il 14 e 15 giugno, morì Peppino Basile, consigliere provinciale dell’Italia dei valori a Lecce e consigliere comunale a Ugento, borgata salentina di 8 mila abitanti, secondo comune per estensione territoriale in provincia di Lecce.
Basile fu ucciso sull’uscio di casa da 1, forse 2 individui che gli sferrarono 15 coltellate prima di dileguarsi.
Basile si batteva molto nel suo comune. Non si curava delle minacce di morte scritte con dello spray sui muri del paese. La sua denuncia di sfruttamento del territorio sul mega villaggio turistico costruito in un’area vincolata, ha portato al sequestro dell’area stessa da parte della procura di Lecce.
Basile si era pubblicamente opposto al progetto Erg per l’installazione di 230 pale eoliche quando ne bastavano 50. “Devono passare sul mio cadavere prima di autorizzare questo” disse durante un infuocato consiglio comunale.
Dopo l’omicidio il sindaco di Ugento, l’aennino Eugenio Ozza, ai microfoni della Rai si è affrettato a liquidare la vicenda come delitto passionale. Ma la procura di Lecce ha aperto un’indagine per identificare gli assassini e gli eventuali mandanti.
Ebbene, a un anno di distanza sono stati individuati soltanto gli autori delle minacce scritte con gli spray. Si tratta di 3 ragazzi rei confessi, tutti di Ugento e tutti iscritti ad AN. Uno di loro è nipote del sindaco.
Per l’omicidio di Peppino Basile non c’è ancora nessun indagato. Gli unici 2 indagati per false dichiarazioni sono i vicini di casa di Basile. Uno di questi è un ragazzo di 17 anni che il procuratore di Lecce, Cataldo Motta, ha fatto interrogare in qualità di testimone al momento dell’omicidio.
Il ragazzo ha dichiarato di aver visto accasciato a terra Basile ma il suo avvocato ha denunciato pressioni della procura per far confessare qualcosa che il suo assistito non ha commesso. Agli atti si legge che se il ragazzo non parla rischia 20 anni di carcere.
Nei mesi scorsi i giornali locali hanno scritto che sono stati interrogati 10 giovani di una squadra di calcetto leccese, ma degli assassini e degli eventuali mandanti, finora nessuna traccia.
I giornali danno attenzione alla polemica fra Mike Bongiorno e Piersilvio Berlusconi che quest’ultimo ha scaricato per oltrepassati limiti di età. Il Corriere di oggi pubblica la lettera di Piersilvio Berlusconi indirizzata al decano dei presentatori, dopo essersi sentito chiamato in causa da Daria Bignardi “colpevole della rottura dei rapporti con Mediaset”.
Ecco la lettera di circostanza pubblicata dal quotidiano.
Caro Mike, vorrei esprimerti ancora, anche pubblicamente, la stima, l’affetto e la riconoscenza che nutro nei tuoi confronti dopo tanti anni di lavoro comune.
Quanti incontri, quante cene, quanti tuoi programmi ho visto partire dal fondo dello studio.
Primi anni Novanta, io lavoravo già, e tu eri uno splendido settantenne che passava da una trasmissione all’altra, Tutti per uno, La ruota della fortuna, Bravo Bravissimo…
Contratti rigidissimi e rare deroghe giusto per Sanremo e dintorni. Così è stato fino al dicembre 2008. Anno dopo anno, ferree esclusive che ti compensavamo con generosità.
Anche a costo, in assenza di programmi giusti, di essere costretti a tenerti in panchina. Qualche mese fa ci siamo chiesti: ma è giusto?
Non sarebbe meglio svincolare Mike, lasciandolo lavorare anche per altri, e per il 2009 negoziare volta per volta singole prestazioni alla sua altezza?
Mike merita un programma di prestigio, un programma che faccia ascolti: quando lo troveremo o quando lui ce lo proporrà accendiamo le luci dello studio e si parte.
Tutto questo ti è stato spiegato in modo trasparente. Ed ecco perché, caro Mike, nessuno ti ha consegnato targhe ricordo, nessuno ha organizzato tristi cerimonie degli addii con brindisi e regalo.
Perché Mediaset, se vorrai, sarà sempre casa tua: non ci sono sfratti. Ora sei un professionista libero, con la tua storia impareggiabile. Potrai lavorare per noi ma potrai anche non farlo se non ti va.
Non hai obblighi.
Nemmeno quello della riconoscenza.
Un abbraccio forte.
Piersilvio Berlusconi
Ecco la mia traduzione.
Caro Mike, vorrei esprimerti pubblicamente che dopo tanti anni di lavoro comune sei diventato un nonnetto di 85 anni che ha fatto il suo tempo.
Le persone della tua età, ma anche quelle che hanno 20 anni meno di te, in un paese normale fanno parte della popolazione inattiva. Che ha già dato.
Sai, caro Mike, gli esseri umani, come tutti gli esseri viventi, vivono la loro vita a fasi. Quando sono giovani credono di avere il mondo in mano ma non hanno esperienza. A 30 anni cominciano a tirare le prime somme e a vivere disincantati, a 40 hanno forza ed esperienza, a 50, se non si sono bevuti il cervello, sono persone discrete, ponderate e avvedute, mentre dai 60 anni in poi dovrebbero chiudere il loro ruolo attivo diventando saggi consiglieri dei giovani. Sai perché? Perché dopo la sessantina l’impietosa parabola della solitudine e la vecchiezza portano l’essere umano a diventare più debole, quindi troppo malleabile, credulone e anche ricattabile. Perciò non più all’altezza di dirigere un’azienda, un governo o un programma televisivo. A quell’età è più plausibile ricoprire ruoli di presidenza onoraria. Senza poteri.
Facciamo un piccolo passo indietro. Primi anni novanta, io ero già figlio di papà che fingeva di lavorare, tu eri un esaltato settantenne che passava da una trasmissione all’altra perché avevi stretto un patto di sangue con mio padre Silvio. Tutti per uno, la ruota della fortuna, bravo bravissimo rimarranno format indelebili per il rincretinimento degli italiani.
Contratti rigidissimi (non potevi certo fare quiz su Vittorio Màngano) e rare deroghe giusto per Sanremo e dintorni (prodotti Rai che mio padre oggi controlla). Così è stato fino al dicembre 2008. Anno dopo anno, ferree esclusive che ti hanno arricchito anche grazie ai fondi neri che mio padre ha imboscato ben benone all’estero rimanendo impunito.
Anche a costo, in assenza di programmi giusti, di essere costretti a tenerti in panchina perché siamo in crisi di ascolti e perché a te, caro nonnetto Mike, non ti fila più nessuno. Qualche mese fa ci siamo chiesti: ma è giusto tenerci un presentatore che a forza di rincretinire gli altri si è rincretinito pure lui?
Non sarebbe meglio svincolare l’85enne Mike, lasciando che possa eventualmente ambire a un ruolo di prestigio, per esempio fare le scarpe al presidente della vigilanza Rai Sergio Zavoli che di anni ne ha 86? O al senatore a vita Giulio Andreotti che di anni ne ha 90?
Ecco, questi sono lestofanti funzionali al potere corrotto di mio padre perché a quell’età non possono più decidere nulla. Sono mummie come te, caro Mike. E tu sai meglio di me che il presentatore, a differenza di pedine come il presidente di vigilanza Rai o il senatore a vita infinita che esegue ordini impartiti da altri più giovani, può essere ignorante e sgrammaticato ma non una mummia!
Tutto questo io non te lo potevo dire in maniera trasparente ma se vai a leggerti qualche blog, come quello dell’impronunciabile Martinelli, ti potrai fare un’idea spero più lucida. Ecco perché nessuno ti ha dato targhe o tristi cerimonie d’addio. Per quello ci sarà prima o poi un funerale (chissà magari lo proporremo noi in diretta).
Perché Mediaset, che tu voglia o no, è la tua tomba televisiva con la quale hai chiuso la tua epoca. Qui a Cologno non ci saranno sfratti, nemmeno da morto. Un angolo per il tuo loculo lo troveremo, caro Mike.
Ora sei un pensionato d’oro libero con la tua storia impareggiabile. Hai aiutato mio padre a rincretinire gli italiani con i tuoi programmini di fuffa e di questo te ne saremo sempre grati. Io attendo mio padre al varco visto che nemmeno la mia matrigna Veronica può più nascondere la sua salute mentale. Di anni ne ha già 73 ma io campo di rendita. Che mi frega!
Quanto a te, caro Mike, potrai lavorare per noi là dove ci potranno essere ruoli pedina funzionali al potere di mio padre come sta gia facendo la tua generazione degli Zavoli. Ma potrai anche non farlo e trasferirti definitivamente da via Giovanni da Procida a Cervinia.
Non hai obblighi, nemmeno quello di romperci la palle in continuazione.
Ora il nostro compito è quello di portare alla pensione Gerry Scotti e Maria De Filippi assieme ai tronisti. Ci servono per tenere distratti gli italiani ormai sul pendio della rovina. Noi intanto ci stiamo organizzando per andarcene su qualche atollo a campare di rendita.
Un abbraccio non troppo forte… sia mai fatale.
Daniele Martinelli
Pierpaolo Pasolini, Enrico Mattei, Mauro De Mauro: 3 morti sospette, 3 possibili delitti rimasti impuniti, e in parte senza colpevoli. Il volume “Profondo nero” edito da Chiarelettere ne traccia un’unica pista: il petrolio.
Il volume è stato depositato agli atti per una nuova inchiesta nel tentativo di identificare i veri assassini di Pasolini, a 34 anni dalla morte, per il quale ha pagato col carcere soltanto Pino Pelosi, forse da innocente.
La video intervista l’ho realizzata a Giuseppe Lo Bianco, a Marsala, che con Sandra Rizza ha firmato “Profondo nero”.
Dopo la pubblicazione del post dedicato alle strade intitolate a Bettino Crac(si) qualche lettore ha reagito con iniziative personali, alle quali intendo dare spazio. La prima è un’intervista che il blogger Matteo Pellegrini ha rivolto al vicesindaco di Ficarolo (Ro), che si è dichiarato socialista fiero di aver intitolato una strada del suo comune alla presenza di Bobo Craxi. Col varo di via Craxi il vicesindaco ammette candidamente di aver accettato la riabilitiazione del corrotto latitante, figlia di “una certa parte di revisionismo che c’è stata da tutte le parti“. Ficarolo ricorda con una strada Bettino Craxi perché “ha avuto anche il coraggio di dire che quello era il sistema“. Praticamente premiato per aver ammesso in aula di essere un ladro.
E visto che a Ficarolo nessun cittadino pare essersi lamentato, il vicesindaco confida al blogger di aver preferito Craxi a Montanelli per “non interrompere i buoni rapporti che potevano esserci con i 2 consiglieri socialisti“. Insomma, motivi nobili!
L’altra intervista, in uno dei 2 video postati, è stata realizzata da Paolo Papillo a una cittadina pescata a caso dall’elenco telefonico, che si dice indifferente di abitare in piazza Craxi.
Se è vero che una rondine - anzi 2 - non fanno primavera, val la pena constatare, purtroppo, che l’Italia, con questi cittadini indifferenti, naviga nella nebbia invernale più cupa e gelida.