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febbraio 25th, 2010 giustizia 27 Comments

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David Mills fu corrotto da Silvio Berlusconi con 600 mila dollari, ma siccome sono passati 10 anni e 4 mesi non può più essere condannato. Lo dice la sentenza della corte di Cassazione del tribunale di Milano. Ingiustizia è fatta. Plaude la Loggia P2.


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febbraio 2nd, 2010 giustizia 2 Comments

Stralcio di “un tragico e farsesco processo, terzo genere teatrale” tratto da”Una commedia all’italiana” del giornalaio libero e indipendente Sergio Romano, che ne ha curato pure la regia sul Corsera del 12 dicembre scorso.  Location attuale: Gerusalemme per l’amato, aula bunker per il pretendente.

L’amato, Silvio Berlusconi, ode le serenate del pretendente Massimo Ciancimino, che dai pizzini siciliani canta: “Milano 2 costruita coi soldi dei mafiosi Antonino e Salvatore Buscemi e Salvatore Bonura“. Risponde Berlusconi da Gerusalemme: “Non ho capito l’acquisto di Mancini al Milan“. Gli fa eco Ghedini da Roma: “Mavalàà! Quereliamo“. Intanto il parlamento aiuta la giustizia: va in discussione il legittimo impedimento. Per Berlusconi.

Ciancimino nell’aula bunker ciangotta: “Furono Caltagirone e Ciarrapico a consigliare mio padre di investire i suoi soldi in Canada per le Olimpiadi (Montreal ‘76 ndr). In Italia fu consigliato proprio per Milano 2“. Risponde Berlusconi da Gerusalemme: “L’Italia non investirà più in Iran“. Il parlamento aiuta la giustizia col secondo lodo alfano. (S)coreggia Casini: “Anche il legittimo impedimento sarebbe il male minore“.

Ciancimino nell’aula bunker gorgheggia: “Provenzano incontrava mio padre da latitante perché godeva di una immunità garantita in base a un accordo“. Risponde Berlusconi da Gerusalemme: “La comunita’ internazionale deve sanzionare l’Iran per dissuaderlo dal progetto nucleare“. Se non fossero bombe la frase detta da un corruttore che vota le centrali sarebbe stata una bomba. Ma intanto il parlamento aiuta la giustizia: in aula la leggina che invalida le dichiarazioni dei pentiti. Meno male che Ciancimino è ancora un teste.

Ciancimino nell’aula bunker stornella: “Dell’Utri e Provenzano avevano rapporti diretti“. Risponde Berlusconi da Gerusalemme: “E’ nostro dovere sostenere e aiutare l’opposizione…(!!) iraniana“. Un alto esponente del partito dell’amore confessa divertito: “Abbiamo caricato il fucile con due belle cartucce, entrambe utili da sparare in sequenza“. Peccato che coi processo breve, lodo alfano bis, legittimo impedimento, invalidazione delle dichiarazioni dei pentiti e altre amenità si riempie il caricatore!

Ciancimino nell’aula bunker cinguetta: “C’era un contatto diretto tra Dell’Utri e Provenzano“. Risponde Berlusconi da Gerusalemme: “Siamo vicini alla buona causa del popolo di Israele“. Gli fa eco Dell’Utri del partito del livore, fresco di voto delle leggi ammazza prove: “Invenzioni per buttare fango su di me e sul presidente Berlusconi“. Intanto fuori da Montecitorio protestano i disoccupati dell’Alcoa.

Ciancimino nell’aula bunker vocalizza: “Della trattativa tra Stato e mafia i ministri Rognoni e Mancino erano garanti“. Risponde Berlusconi da Gerusalemme: “Serve un accordo con la Palestina“. Il parlamento risponde col decreto Romani che legalizza la censura di Internet mentre Brunetta dallo studio di Pomeriggio 5 annuncia: “L’anno prossimo mi sposo“.

Ciancimino nell’aula bunker riposa l’ugola fino alla prossima udienza. Berlusconi da Gerusalemme continua a rispondere. Stavolta ai giornalisti: “Quando non avvelenate i pozzi inventate storielle“. Gli fa eco Maurizio Lupi del partito del clamore, che a Ballarò decanta i meriti governativi per aver approvato “l’importante reato di stalking“. Ecco, forse dovrebbero ricorrerci pure i giudici. Perseguitati da un puttaniere che per distrarre l’attenzione dal pretendente mostra il ddl Valentino.  Mica il tombeur de femme Rodolfo! ma il più modesto Giuseppe, senatore a ore che assieme alla certezza del diritto, si è tirato addosso pure l’ira degli avvocati penalisti.

Aspettiamo trepidanti un nuovo atto farsa del pensatore servo Sergio Romano per capire come smonterà queste dichiarazioni. Nauralmente sempre in prima pagina.


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gennaio 31st, 2010 giustizia 1 Comments

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All’indomani della vergognosa figuraccia del menestrello Alfano davanti ai magistrati d’Italia, che hanno abbandonato le aule armati di Costituzione nella giornata dedicata all’inaugurazione dell’anno giudiziario, ecco un riepilogo delle relazioni tenute dai presidenti delle Corti d’Appello dei principali distretti giudiziari italiani in vista del famigerato processo breve.

Sono oltre 5.000 le indagini prescritte ancora nella fase preliminare in Liguria. Numeri forniti da Mario Torti, presidente della Corte d’appello di Genova. Nel penale le denunce di reato sono state 139.000, oltre la metà a carico di ignoti. I procedimenti pendenti sono poco meno di 100 mila. I reati penali più diffusi in Liguria sono i furti (13.115), le rapine (820), contro lla pubblica amministrazione (761 di cui 37 per corruzione). In aumento i reati societari e di bancarotta. Nel solo 2009 sono stati iscritti 5 procedimenti per associazione a delinquere di stampo mafioso, di cui uno riguarda la‘ndrangheta calabrese per traffico di droga fra Imperia e Ventimiglia.

Fuori dal tribunale di Firenze, sotto la pioggia hanno manifestato per ore i familiari delle vittime del disastro ferroviario di Viareggio. Secondo il pg Deidda l’indagine estremamente complessa che riguarda la sciagura ferroviaria, col processo breve andrà in fumo prima del tempo. Una causa civile nel capoluogo toscano dura in media 900 giorni e 771 in appello. Per il presidente della Corte d´Appello Fabio Massimo Drago in Toscana mancano 68 magistrati oltre al personale amministrativo. Quello attualmente in attività è insufficiente a sostenere burocrazia e procedure asfissianti.

A Bologna Giuliano Lucentini ha detto che “se la giustizia fosse un´azienda sarebbe già fallita“. Dalla sua relazione annuale si apprende che mancano magistrati, cancellieri, computer, stanze per i giudici e in qualche caso la carta per le stampanti. “Altro che toghe incapaci inefficienti politicizzate arroganti malate di protagonismo e anche di mente“. Biblici anche a Bologna i tempi della giustizia. Nel civile il tempo medio attuale per una sentenza d’appello è di 9 anni e 10 mesi. Alcune cause sono durate oltre 11 anni. Più lunghi anche i processi penali nel 2009: 886 giorni anziché 840.

A Bari, alla presenza del sottosegretario Alfredo Mantovano e alla quasi totale assenza dei magistrati, il presidente della Corte d’Appello Vito Marino Caferra ha parlato di  “un diffuso senso di incertezza” per la grave lentezza della macchina della giustizia pugliese. Oltre 1.000 i giorni medi necessari per ottenere una sentenza sia nel penale che nel civile. Aumentati anche i ricorsi presentati in base alla legge Pinto, che prevede il risarcimento per i cittadini danneggiati dalla lunghezza dei processi. Nel biennio 2008-2009 il tribunale di Bari è stato condannato a pagare 1,3 milioni, un terzo dei 527 ricorsi presentati.

Il presidente della corte d´appello di Torino Mario Barbuto, conosciuto per la sua capacità di aver elevato il suo tribunale a modello di efficienza, ha detto che “il processo breve è una tagliola inopportuna” che mette a rischio i processi ThyssenKrupp ed Eternit. Fra Piemonte e Valle d’Aosta mancano 49 magistrati, 51 giudici di pace e con soli 139 lavoratori amministrativi Torino lavora in sottorganico del 19%. Nel civile al 30 giugno 2009 si registravano 171.932 cause pendenti e 276.708 fascicoli aperti nell’ultimo anno. Nel penale sono 173.897 i casi aperti e 155.381 quelli nuovi. All’aumento dell’arretrato si somma la marea di procedimenti pendenti contro ignoti: 75.866. Le indagini e i dibattimenti a rischio di prescrizione sono i due terzi dei pendenti. I giorni medi che in Piemonte passano dalla richiesta di rinvio a giudizio all’udienza preliminare sono 123 con rito collegiale contro i 116 del monocratico. Una lite per una eredità si è conclusa dopo 44 anni.

Corruzione dilagante a Roma (+28% nell’ultimo anno) e omicidi che insanguinano Latina. Due delle tante piaghe in cura nella procura di Roma e di tutto il Lazio, assieme a infiltrazioni mafiose e riciclaggio di attività di ristorazione e alberghiere. Giorgio Santacroce, presidente della Corte d’Appello di Roma, ha detto che sono aumentati pure i tentati omicidi, le rapine, le estorsioni e la criminalità romena specializzata in prostituzione, spaccio di droga e clonazione di carte di credito. In aumento anche i morti sul lavoro (da 25 a 42) e le vittime della strada in seguito all’uso di droghe e all’abuso di alcool. Aumentati anche i reati minorili (da 3.321 a 3.410 in un anno) a fronte di processi a rischio come Lady Asl e Coop Casa Lazio. Secondo il componente dell´Anm Valerio Savio la giustizia romana carente di fondi e di organico ha provocato un notevole aumento di arretrato, favorito dai ricorsi spediti per posta (solo a Roma ne vengono inviati 600 al giorno). I cancellieri sono ridotti all’osso, mancano computer e fotocopiatrici e quelli in funzione sono vecchi e lenti. Entro marzo la capitale perderà 40 addetti al settore amministrativo che metteranno a rischio il processo del crac Cirio.

A Palermo mancano 125 magistrati su un totale di 472 a fronte di 111 mila procedimenti penali pendenti e 60 mila civili. Negli uffici del tribunale siciliano lavora la metà degli addetti necessari. I contenziosi civili hanno una durata media di 7 anni. 4 anni quelli penali. Scoraggiante la relazione del presidente della Corte d’appello di Palermo Vincenzo Oliveri, secondo il quale il processo breve è “un’inedita amnistia in un crescendo verso una catastrofe sul sistema processuale, in particolare sui reati contro la pubblica amministrazione“. Ci saranno “danni incalcolabili per la giustizia e il processo contabile diventerà un´arma spuntata con effetti pregiudizievoli per i diritti dei cittadini“. Le estorsioni denunciate in un anno sono passate da 603 a 668. Da 2.814 a 3.628 le rapine. In forte crescita anche l’abusivismo edilizio (989 casi in più rispetto al 2007-2008, truffe, incendi dolosi (+404), violenze sessuali (+83), che si sommano a 70 omicidi volontari, 142 colposi in incidenti stradali e 164 sul lavoro.

I magistrati di Napoli giudicano Alfano “un mago che fa sparire i processi“. Per il presidente della Corte d’Appello Antonio Buonajuto un procedimento con rito collegiale dura 427 giorni contro i 314 con rito monocratico.  “Camorra e criminalità organizzata sono un vero e proprio cancro della società civile“. In Campania sono 128 i clan censiti, 200 le famiglie con circa 5 mila affiliati. Gli omicidi di camorra rappresentano il 60,4% di quelli consumati. I genitori di minorenni che delinquono denunciati nell’ultimo anno sono stati 1.223. Aumentati del 20% i fallimenti aziendali a fronte della carenza di almeno 21 magistrati. Negli uffici amministrativi i 18 impiegati andati in pensione non sono stati rimpiazzati, e un quarto del personale rimasto ha già compiuto 58 anni. Anche nei tribunali distaccati della Campania manca il personale per registrare le sentenze ed è impossibile quantificare la produttività dei magistrati. Il presidente del tribunale di Napoli Carlo Alemi ha chiesto ad Alfano di chiudere il tribunale di Marrano in quanto non può funzionare sguarnito di personale. Infine i giudici del Riesame di Napoli si tassano per acquistare carta igienica e sapone. Con la beffa che il materiale acquistato con i 100 euro raccolti a colletta è stato rubato.

Infine le toghe di Milano lanciano l’allarme mafia sull’Expo. Aumentati i fascicoli a carico della sicurezza dei locali pubblici e il numero delle denunce di adulterazioni di cibo di pubblico consumo (159). Il procuratore Manlio Minale ha definito allarmante la quantità di reati commessi dalla criminalità organizzata e “accentuato” l´interesse delle mafie per il mercato immobiliare. 31 le indagini per mafia avviate nel 2009, il triplo rispetto al 2008. 58 le denunce di corruzione contro le 38 del 2008. 91 gli omicidi commessi, 1.213 le rapine e 3.395 i furti denunciati.


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gennaio 27th, 2010 giustizia 2 Comments

Processo Mediaset, udienza di lunedì 25 gennaio 2010 nell’aula della prima sezione penale del tribunale di Milano, il collegio di giudici presieduto da Edoardo D’Avossa processa una manciata di ex manager Fininvest per appropriazione indebita e frode fiscale, tra cui Fedele Confalonieri, l’avvocato inglese David Mills, Silvio Berlusconi e il manager egiziano Frank Agrama, che l’accusa ritiene socio occulto del presidente del consiglio.

Al centro delle indagini gli acquisti dei telefilm trasmessi in Italia, che secondo i pm Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro, Mediaset ha pagato a prezzi salatissimi per creare fondi neri. I prezzi dei serial sarebbero stati gonfiati tramite compravendite fittizie in società estere gestite dagli uomini di Berlusconi, che dagli anni ‘80 fino al 2005 avrebbero fruttato poco più di 100 milioni di euro occultati al fisco, su conti riconducibili a Berlusconi.
A supporto delle indagini c’è un corposo dossier firmato dalla «Kpmg», la multinazionale esperta in contabilità, a cui la procura ha affidato l’arduo compito di districarsi tra una giungla dei giri di denaro sui conti delle società aperte nei paradisi fiscali.

In particolare nel mirino dei pm ci sono i movimenti di denaro eseguiti dai conti della Silvio Berlusconi Finanziaria e da quelli della International Media Services (controllata al 99% da Mediaset, a favore di conti gestiti da Paolo Del Bue, fiduciario di Berlusconi nella banca svizzera Amer, a quelli ex capo acquisti Fininvest Daniele Lorenzano, a quelli di Frank Agrama, che, secondo l’accusa, soltanto lui in 20 anni avrebbe occultato qualcosa come 170 milioni di dollari.

I fondi neri, altro non erano che la differenza fra gli importi che Mediaset pagava ad Agrama per l´acquisto dei telefilm della major americana Paramount, e gli importi che effettivamente Agrama pagava, alla Paramount.
Roberto Pace, amministratore delegato di Mediatrade dal ‘98 al 2001, nell’interrogatorio avvenuto a Lugano per rogatoria nel gennaio del 2006, disse che l’unico intermediario rimasto fu Frank Agrama, in grado di far ottenere i serial a prezzi competitivi garantendo un giro d’affari da 40 milioni di dollari l’anno, anche se avessero mandato in perdita l’azienda.
Un raccomandato su pressione di Daniele Lorenzano - secondo Pace - da cui doveva passare anche Gary Marenzi, il capo delle vendite internazionali della Paramount.

Roberto Pace sapeva che Lorenzano veniva pagato regolarmente da Agrama secondo una prassi consolidata per chi ricopriva quella carica in Mediaset.
Erano ricompense alla capacità di adattarsi al metodo, che fino alle dimissioni di Pace da Mediatrade avvenute nel gennaio del 2001, avevano portato sul suo conto cifrato dell´Ubs “Teleologico”, oltre 4 milioni e mezzo di euro, denaro «scudato nel 2003» col quale comprò una grande tenuta a Capalbio, in Toscana.

Ebbene, in questo processo, ripreso dopo 13 mesi di stop forzato a causa del Lodo Alfano, l’accusa ha praticamente sentito tutti i suoi testimoni.
Nell’udienza odierna le difese hanno chiesto di sentire un elenco di testimoni che secondo il pm De Pasquale non servono.
I giudici, dopo tre ore di camera di consiglio hanno deciso di convocare solo una parte di quei testimoni, e di acquisire un memoriale depositato nel ‘99 da Silvio Berlusconi, il testimone più atteso che ha disertato l’aula nonostante le promesse.
Tanto che i giudici, al momento del rinvio dell’udienza, lo hanno riconvocato per lunedì primo febbraio, cioè tra una settimana.

E’ qui che si verifica il momento più imbarazzante della mattinata, quando Piero Longo, uno degli onorevoli difensori del premier, consegna ai giudici una lettera, la seconda, in cui Silvio Berlusconi scrive che non ci sarà nemmeno il primo febbraio in aula perché impegnato in una visita in Israele.
La lettera è una sorta di illegittimo impedimento nell’attesa che l’impedimento diventi legittimo per decreto, assieme al nuovo lodo alfano.

I giudici sospendono di nuovo l’udienza per qualche minuto e al loro rientro in aula, come in una corsa ad ostacoli, offrono due alternative: la prima, lo stralcio della posizione di Berlusconi in un processo a parte, in cui rispondere come unico imputato. Oppure il rinvio dell’udienza al primo marzo a patto che per tutti gli imputati sia congelata la prescrizione.

Le difese degli imputati accettano la seconda alternativa. L’udienza del processo Mediaset è rinviata al primo marzo, in modo che Silvio Berlusconi abbia il tempo di non prendere impegni e venire in aula per smontare le tesi dell’accusa, ossia spiegare che negli ultimi vent’anni non ha mai incassato centinaia milioni occultati al fisco su conti cifrati riconducibili a lui.

Ma c’è da scommettere che entro quel giorno, il governo al servizio di Silvio Berlusconi avrà già emanato scudi, legittimo impedimento e probabilmente il secondo lodo alfano, irrinunciabile da parte della persona in quanto riguarderà la carica.

Il tutto mentre Berlusconi, dal vicino ospedale San Raffaele dove si è recato per una visita giudiziaria in cui decidere il capo di imputazione a Tartaglia, ha trovato il tempo per definire questi giuidici un plotone di esecuzione e promettere che anziché ai giudici, parlerà alla nazione, a senso unico, senza contradditorio, in tivù, per raccontare di essere un perseguitato. Un copione già visto, assai più delle repliche dei telefilm.


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gennaio 24th, 2010 giustizia 7 Comments


Tribunale di Palermo nov. 2009, incontro con Totò Cuffaro

Il senatore dell’Udc Totò Cuffaro è stato condannato in appello a 7 anni di carcere dal tribunale di Palermo per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra, nel processo “Talpe alla Dda”. In primo grado, giusto due anni fa, Cuffaro fu condannato a 5 anni per favoreggiamento semplice. Festeggiò la sentenza con cannoli e brindisi. Aveva fatto avvertire l’indagato per mafia Giuseppe Guttadauro che in casa sua erano state piazzate delle cimici alla vigilia della campagna elettorale siciliana, nel 2001.

Ora la posizione del senatore “vasa-vasa” difeso dall’avvocato Mino Mormino (che difende anche Marcello Dell’Utri) si è aggravata. Ha infatti deciso di dimettersi da ogni incarico nell’Udc, ma - e qui sta il trucco - non dal Senato! Dentro il quale Totò Cuffaro continuerà a votare le leggi in qualche gruppo misto pur essendo interdetto dai pubblici uffici. Roba da telegiornali interi e da satira feroce.
Invece niente. In Italia il senatore ex autista dei deputati Mannino e La Loggia, potrà scontare la sua pena a Palazzo Madama proprio dove si fanno le leggi ad personam e ad mafiam, sostenuto dalla solidarietà dell’ex compagno Marco Follini.

Anche il leader dell’Udc Casini col fazzoletto in mano plaude “l’addio alla carica un atto doveroso” nello stesso giorno in cui per Berlusconi su Mediatrade dice che “l’accanimento c’è“. Nel silenzio omertoso da parte del Pdl la condanna di Cuffaro passa in sordina. Anzi, distratta da Maurizio Gasparri che ad Arezzo dà dello sfigato a un inviato di Ballarò. Giornali e gossip televisivo abboccano. Non avranno nulla da dire nemmeno i 7.209 assunti alle dipendenze nella regione Sicilia grazie a Totò Cuffaro. Tutte eseguite in campagna elettorale a carico della collettività.

I giudici hanno accolto le tesi del pg Giglio secondo il quale “Cuffaro era consapevole che la candidatura di Mimmo Miceli alle Regionali del 2001 fosse sponsorizzata e voluta dal boss di Brancaccio Giuseppe Guttadauro. Cuffaro, politico avveduto, non può non essersi posto il problema del rapporto tra Miceli, Aragona e Guttadauro dietro i quali c’era il sostegno della mafia. Informando Miceli dell’esistenza della microspia a casa Guttadauro, Cuffaro non voleva solo tutelare l’amico politico, ma anche sé stesso e per evitare rischi nella campagna elettorale“. Da qui era riduttivo secondo Giglio parlare di ‘dolo eventuale‘. I giudici hanno accolto le tesi dell’accusa col favoreggiamento aggravato.

Dopo questa condanna per Cuffaro le noie non sono ancora finite. Lo attende un altro processo con richiesta di rinvio a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa. L’ex boss Gaspare Romano lo reputa uno dei favoreggiatori di Giovanni Brusca “a disposizione per favori e affari“. Senza contare le altre inchieste con cui i magistrati di varie procure siciliane cercano di far luce sulla macchina mangiasoldi della raccolta rifiuti. I consorzi Ato (ambiti territoriali ottimali) una creazione cuffariana per la gestione dei rifiuti, si sono rivelati una costosissima mega parentopoli, che in pochi anni ha collezionato oltre un miliardo di euro di debiti, oltre al caos dei rifiuti.

Fra il 2002 e oggi le 9 Ato (una per ogni provincia siciliana) sono diventate 27 (più di Emilia e Lombardia messe assieme) con gettoni d’oro a tutti i cda, che hanno portato il dissesto finanziario in un sistema di sprechi, clientele e mafia. Soltanto gli amministratori di Ato sono costati alla collettività 12 milioni di euro. Cifre folli per mantenere personale senza nulla da fare, visto che quasi tutti hanno appaltato anche servizi come la gestione contabile e l’organizzazione della sicurezza.
Di recente Massimo Ciancimino ha detto che Cuffaro “ha favorito Provenzano nei suoi interessi nella sanità e nella grande distribuzione“. Senza contare che qualche mese fa l’ex governatore senatore aveva pensato di querelare 4 mila utenti di YouTube per i commenti al video in cui lui stesso appare in tivù a Samarcanda, nel settembre del ‘91. Un po’ come ha dato d’intendere a me, durante il fortuito e imprevisto incontro avvenuto al tribunale di Palermo in novembre, subito dopo la conclusione di un’udienza alla quale se non avesse presenziato, Cuffaro avrebbe rischiato lo stato in contumacia.

Ecco perché dal Senato Totò Cuffaro non si è ancora dimesso. E’ l’unica prigione dorata in cui potrà votare illegittimamente e quanto prima immunità parlamentari, prescrizioni lampo, impedimenti di casta e varie riforme informi dell’ingiustizia. Naturalmente a spese degli italiani onesti.


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gennaio 22nd, 2010 giustizia, opinioni 2 Comments

Pubblico un estratto in sintesi del fondo apparso su Repubblica Palermo nei giorni scorsi a firma di Mario Centorrino.

C´è un nesso (negativo) tra le norme sul “processo breve” e lo sviluppo del Mezzogiorno, in relazione al fatto che comprende anche il reato di truffa ai danni dello Stato.
Il fallimento delle politiche del Mezzogiorno ha una ragione precisa: sono stati utilizzati strumenti economici per affrontare problemi che invece riguardano la società, il funzionamento delle istituzioni e di tutti i servizi pubblici essenziali, le amministrazioni locali, il comportamento politico dei cittadini (Guido Tabellini, Il Sole 24 Ore, 17 novembre).
Se la diagnosi è corretta, allora le politiche per il Mezzogiorno dovrebbero diventare molto più ambiziose e pazienti. Ambiziose nel senso di porsi l´obiettivo trasformare i valori e gli atteggiamenti dei cittadini nei confronti della collettività. Pazienti, perché i tempi richiesti saranno lunghi.

La proposta è di migliorare i servizi pubblici offerti direttamente dallo Stato sul territorio in due campi specifici: istruzione e giustizia, aree nelle quali le regioni del Sud risultano svantaggiate. L’istruzione, perché fondamentale nell’incoraggiare la mobilità sociale, combattere l’illegalità e il lavoro sommerso diffondendo valori civici. Giustizia perché il buon funzionamento dello Stato di diritto è cruciale per alimentare la fiducia nei confronti della collettività.

Le risorse pubbliche impiegate per lo sviluppo del Sud nei decenni, in parte sono state intercettate dalle mafie, ma in parte sono state assorbite per alimentare le clientele del mercato politico (Carlo Carboni, Il Sole 24 Ore, 18 novembre). Del resto, il mercato politico e quelli controllati dalle mafie sono gli unici efficienti nella allocazione delle risorse alle famiglie, secondo comportamenti amorali e miopi in funzione del perseguimento unico del proprio tornaconto.

Passiamo alla proposta: costruire un cartello di soggetti istituzionali, parti datoriali e sociali, banche, forze ambientali e culturali che esprimano una governance del territorio e dello sviluppo locale meridionale in funzione della programmazione e del controllo dei finanziamenti pubblici e privati.

Da un rapporto sugli abusi nei finanziamenti pubblici della Guardia di finanza relativo al periodo tra il 2007 e i giorni nostri, nel Mezzogiorno si concentra il 90 per cento di tutte le risorse nazionali ed europee catturate da aziende truffaldine, pari a 2,2 miliardi di euro. A inghiottire questi due miliardi di euro sono Sicilia, Calabria, Campania, Basilicata e Puglia. Regioni che da sole, quindi, hanno fatto sparire 1,15 miliardi di euro di fondi comunitari e 852 milioni di euro di fondi nazionali. Distogliendoli da utilizzazioni finalizzate al bene pubblico e alla riduzione dei divari.

Il “cartello civile” dovrebbe - per definizione - con grande forza moralizzatrice depurarsi dai soggetti che praticano frodi nell’utilizzo dei fondi pubblici o che colludono in queste politiche illegali o che comunque le tollerano. Gran parte di queste frodi si sostanziano in tipologie di reati dei quali occorrerebbe elevare il rischio di sanzione, oltre che destinare ampie risorse e mezzi allo loro individuazione. Sotto questo profilo, il richiamo alla giustizia come fattore di sviluppo nel Mezzogiorno è tempestivo e opportuno.

Ecco perché l’introduzione di norme come quelle relative al “processo breve” avrebbero effetti devastanti nella moltiplicazione di modelli di corruzione ed erogazioni indebite dei fondi pubblici.

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gennaio 20th, 2010 giustizia 20 Comments


Berlusconi e le parole d’amore…

Il plotone di esecuzione per liberare Berlusconi dei suoi tre processi (Mills, Mediaset e Mediatrade) ha eseguito la sua prima condanna. Il Senato ha approvato il processo breve gambizzando la giustizia. Mancano gli autografi della Camera (compreso quello di Fini che si sentirà come Sting) e poi quella di Giorgio Napolitano, che tempo permettendo fra lettere e merende con la famiglia Craxi, potrà suggellare il tutto “in un clima condiviso“.

Sarà proprio la prescrizione la vera mannaia della giustizia in Italia. Il Senato l’ha ridotta a 6 anni (3 anni per il primo grado, 2 l’appello e 1 per la cassazione) chiudendo in un colpo solo i processi Mills, Mediaset e Mediatrade, assieme ad una serie di altri processi con imputati eccellenti e migliaia di cittadini danneggiati e col codazzo di almeno 100 mila delinquenti imputati in altrettante cause.

Altra fregatura: l’inizio del processo sarà calcolato dalla richiesta di rinvio a giudizio, e non più dalla prima udienza dibattimentale. Ecco quindi qualche previsione su alcuni processi eccellenti.

Crac Parmalat: il rinvio a giudizio di Calisto Tanzi assieme ad altri 22 imputati a vario titolo di concorso in bancarotta e associazione a delinquere risale al luglio del 2007. La prima udienza è datata marzo 2008. Secondo i nuovi calcoli il processo andrà in prescrizione nel luglio di quest’anno con buona pace dei risparmiatori truffati.

Prossimo alla scadenza anche il processo per aggiotaggio in corso a Milano, dove tra gli imputati figurano le banche americane Citigroup e Morgan Stanley, la svizzera Ubs e la tedesca Deutsche Bank. La richiesta di rinvio a giudizio risale al maggio 2007.

Stessa sorte tocca al crac Cirio, la cui richiesta di rinvio a giudizio risale a settembre 2007. Fra i vari imputati ci sono Sergio Cragnotti, Cesare Geronzi e Gianpiero Fiorani.

A rischio anche il processo Eternit a Torino con 2900 parti offese, Antonveneta (rinvio a giudizio risalente a maggio 2008), e anche lo scandalo rifiuti a Napoli, dove imputati a vario titolo ci sono Impregilo e il governatore della Campania Antonio Bassolino.

Col processo breve si accorcia il tempo massimo nei gradi di giudizio, si accorcia la prescrizione ma senza sburocratizzare i tribunali e senza rinvigorirli di personale per renderli efficienti.
E’ come se un nuovo codice imponesse di coprire il tragitto Milano-Roma in un’ora, ma con un Tir sovraccarico e dribblando il traffico.

Secondo l’autografista Gianfranco Fini, da buon voltagabbana “i processi a Berlusconi sono cominciati quando è entrato in politica. Il processo breve potrebbe essere condiviso da tutti i cittadini“. Comincerei col chiederlo alle centinaia di migliaia di parti offese sparse per l’Italia.

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gennaio 16th, 2010 giustizia 2 Comments

Nell’aula 6 della decima sezione penale del tribunale di Milano è ripreso il processo in primo grado a Silvio Berlusconi, imputato di corruzione in atti giudiziari nei confronti di David Mills, l’avvocato inglese prestanome, che di Berlusconi ha gestito i conti di svariate società estere, che secondo l’accusa avrebbe incassato 600 mila dollari tramite un vorticoso giro di bonifici esteri per tacere o mentire nei processi sui diritti televisivi.
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Mills e Berlusconi erano coimputati nello stesso procedimento in qualità di corrotto e corruttore, ma il lodo alfano varato a colpi di maggioranza dal governo nel luglio 2008 che prevedeva il congelamento dei processi per le 4 più alte cariche dello stato, portò allo stralcio della posizione di Berlusconi, da poco rieletto presidente del consiglio.

La corte costituzionale il 6 ottobre scorso ha bocciato il lodo alfano ritenendolo legge incostituzionale, così Berlusconi è tornato ad essere un cittadino comune assogettato alle leggi dello stato.
Nel frattempo David Mills è stato condannato in primo grado e anche in appello a 4 anni e 6 mesi di carcere.

Berlusconi in questo processo riprende il suo percorso di imputato da dove lo aveva lasciato, nel luglio del 2008 con nuovi giudici. Un collegio di 3 donne presieduto da Francesca Vitale, che nell’udienza odierna coglie di sorpresa persino i difensori di Berlusconi, gli avvocati e deputati Piero Longo e Niccolò Ghedini, menti e braccia di lodi, lodini e non ultimi i decreti di legittimo impedimento e soprattutto quello del processo breve, tutte leggi espediente confezionate apposta per bloccare i processi al loro cliente di lusso, imputato anche nel processo Mediaset.

L’udienza si apre con la richiesta dei difensori di ricominciare tutto da capo, con la convocazione di tutti i testimoni e la riesamina di tutti gli atti già acqusiti.
I giudici si ritirano in camera di consiglio per 3 ore e bocciano la richiesta. Gli atti già acquisiti rimarranno validi e il processo per Berlusconi riprende da dove si era fermato, ma, come suggerisce lo stesso giudice Francesca Vitale, soltanto dopo che la Cassazione si sarà espressa sulla sentenza a carico di David Mills, prevista il 25 febbraio.

L’epilogo coglie di sorpresa i difensori che accettano subito la proposta del giudice. Si oppone invece il pm Fabio De Pasquale assieme all’avvocato dello Stato Gabriella Vanadia.
Pochi minuti ancora di camera di consiglio e alle 13:30 la decisione è presa. L’udienza del processo a Berlusconi è convocata il 27 febbraio, due giorni dopo la sentenza Mills. Unico vincolo: vengono congelati i termini di prescrizione, prevista nel maggio dell’anno prossimo.

Per Ghedini e Longo è un momentaneo sollievo. Niente più decreti di rinvio dei processi. Potranno varare con più calma il processo breve mentre in settimana il governo potrà pensare a quella leggina ad hoc svelata da un’ansa del 24 novembre scorso, in cui si cerca di annullare la sentenza di Cassazione a Mills con una semplice modifica del reato di corruzione in atti giudiziari: si specifica che il reato non è più punibile se la corruzione è ‘‘susseguente´´, ossia se la promessa o la consegna di denaro è successiva all´atto compiuto». Nel caso specifico Mills Berlusconi la promessa risale al ‘99, il bonifico al 2000. Dieci anni giusti giusti per far scattare la prescrizione.

Un jolly dell’ultimo minuto che potrebbe liberare dall´”incubo” del processo Mills sempre lui, il cliente speciale degli avvocati deputati Longo e Ghedini.


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