Io e mio figlio immerso nel turpiloquio globale

Non so quanto sia giusto e normale che un bimbo di 7 o 8 anni, di riffa o di raffa impari a ridere del turpiloquio e delle sguaiate volgarità che si sentono su Youtube, “cantate” da sedicenti rapper o trapper alla “Bello figo” per intenderci. Io, nel mio piccolo, cerco di sdrammatizzare e di tradurre in parole di buon senso quel che il mio bimbo – inevitabilmente – sente tramite amici a scuola o parenti più grandi. Cerco di “moralizzargli” il linguaggio tenendo conto che la considerazione altrui è spesso condizionata – giustamente – dal modo in cui ci si esprime. Cerco di trasmettergli qualche valore civico che si insegnava una volta, benché anch’io dopo aver tentennato a lungo ho deciso di regalargli uno smartphone. Del resto, l’avvento della Rete ha spostato l’asticella dell’impressionabilità. Oggi vediamo scene che noi da bimbi non immaginavamo. Non mi riferisco tanto al porno e al sesso (che una volta sbirciavamo sui giornaletti), ma a tutto il resto. Scene di sangue, di morte, o molto diseducative legate all’uso di droghe che un tempo si proibivano al cinema almeno fino ai 14 anni. Scene legate a un linguaggio che una volta non sentivamo così spudorato e a età precoce.

Oggi lo smartphone fa certamente crescere un po’ prima le nuove generazioni. Il problema è che non sappiamo con quali effetti. Non sappiamo se quell’abbuffata di scurrilità digitali renderà i nostri figli adulti equilibrati. La mia sensazione è che assieme al turpiloquio gratuito, ci sia di pari passo una progressiva e pericolosa banalizzazione della violenza. Credo che abituarsi alle volgarità spicce e alle immagini senza censura già prima dei 10 anni di età, si attiva quell’effetto spugna che trasformerà i nostri figli in adolescenti apatici ai sentimenti fondanti delle buone emozioni umane, che vanno dall’amore alla pietà. Per non correre il rischio di allevare dei piccoli potenziali criminali, credo che per noi genitori o educatori, la soluzione non sia il tabù o la sgridata. Al contrario, credo che per noi grandi sia necessario mettere al bando l’imbarazzo e impegnarci a disinnescare le volgarità della rete spiegando tutto ai nostri figli con felpata naturalezza, ancorandoci a qualche valore che riteniamo educativo.

Io faccio così, visto che in tal senso mi sento nella generazione di pionieri dell’educazione dentro il linguaggio globale. Spero che la mia educazione verbale sia un buon deterrente al rischio di ritrovarmi un figlio bullo tra qualche anno, finemente violento perché erudito dalle fogne di Internet. Cerco di dare il giusto peso alle parole, di trasmettere il loro significato con sinonimi meno aggressivi e spudorati, affinché non diventino più dolorose di un pugno. Ritengo che l’educazione al linguaggio sia la prima arma contro ogni forma di violenza. No di certo la censura. E nemmeno il divieto dello smartphone.


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