Il nuovo Pd: inchieste e niente 5 stelle


Nicola Zingaretti e Maurizio Martina

In Piemonte, il Pd Davide Gariglio chiede l’intervento della Corte dei Conti per far rimuovere 4 dei 6 componenti della Commissione di valutazione dei costi-benefici della Tav, nominati da Marco Ponti per conto del ministro Toninelli. Tecnici accusati di essere un network privato a giudizio di un’opera pubblica, essendosi espressi già in passato contro la Torino-Lione e avendo legami con la Trt, società milanese fondata da Ponti che li ha voluti. Insomma, un Pd che vuol punire la coerenza di un partito – Movimento 5 stelle – che si è sempre detto contro la Tav. Infatti, coerentemente alla linea del Pd, i candidati alla segreteria del Pd nazionale, Nicola Zingaretti e Maurizio Martina, concordano su un punto: “nessun accordo con i 5 stelle”. I due rampanti preferiscono continuare col Pd della Calabria, quello del governatore del Pd Mario Oliverio, messo agli arresti domiciliari, accusato di aver favorito i finanziamenti per un impianto sciistico fantasma a Lorica (suo luogo di origine, “pressato dagli operatori turistici locali“), e fatto rallentare i lavori in una piazza di Cosenza per evitare la bella figura al centrodestra che governa la città. Richiesta arrivata anche dalla deputata Enza Bruno Bossio e dal consigliere regionale Nicola Adamo, ovviamente entrambi del Pd. Va da sé che la finanza ha perquisito la Regione Calabria, sigillato armadi e portato via faldoni per l’inchiesta che riguarda, oltre al governatore, diversi dirigenti regionali di nomina Pd accusati di corruzione dal procuratore Nicola Gratteri. Nel mirino c’è l’imprenditore Giorgio Ottavio Barbieri, riferimento del clan Muto di Cetraro, interessato a guadagnare dalle opere pubbliche finite alla lente della Procura di Reggio Calabria.

Mentre Martina e Zingaretti non faranno – giustamente – accordi con i 5 stelle, scopriamo che il gip di Roma Gaspare Sturzo ha chiesto il rinvio a giudizio per ostacolo a organismo di vigilanza di Gianluca Bolengo, il broker di Carlo De Benedetti, che grazie alla legge sulle popolari imminente comunicata dall’allora premier Pd Renzi, guadagnò 600 mila euro in azioni proprio grazie all’approvazione di quel decreto (gennaio 2016). Bolengo doveva segnalare l’anomala comunicazione alla Consob invece che far guadagnare soldi all’editore di Repubblica, giornale di riferimento del Pd.

Martina e Zingaretti sono proprio dei ganzi.


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