Sting, Al Bano e la mafia tra i vigneti

Il cantante Sting si è precipitato in procura a Prato per garantire ai pm che lui non c’entra niente con la mafia del caporalato scoperta nella sua tenuta toscana “Il Palagio”, dove alcuni membri della clan Coli che hanno in gestione i vigneti dei suoi colli, sono finiti agli arresti per associazione a delinquere, intermediazione clandestina, sfruttamento del lavoro, frode in commercio, truffa aggravata e autoriciclaggio, accusati di sfruttare decine di giovani africani nella tenuta del cantante inglese. Da sempre impegnato nella tutela dei diritti umani, ora Sting progetta di aiutare i lavoratori sfruttati.

Al contrario, il cantante Al Bano ha detto che nella sua Cellino San Marco, terra dei pummarò, la mafia non l’ha mai vista e non esiste. Nemmeno quando nel 2014 il Viminale sciolse il Comune per collusioni con la Sacra corona unita. Nemmeno di fronte all’attentato all’auto dell’ex assessore Elia che vive in una casa delle tenute Carrisi. Nemmeno se tra i vigneti Carrisi sia stata affittata una casa a Tonino Screti, figlio di un ex cassiere della mafia locale, invitato alla comunione del figlio del cantante. E nemmeno di fronte all’ultimo recente attentato incendiario al portone di casa dei compianti genitori di Al Bano. Lui è sicuro: “Nessuna percezione d’infiltrazioni mafiose“, e comunque “li perdono“. Siamo certi che a differenza di Sting, Al Bano non sa nemmeno che nella vicina Brinidisi c’è una procura.


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