Berlusconi non è il mandante delle stragi? Nei fatti ha fatto strage della giustizia con leggi fuori dal mondo cucitegli addosso dalle sarte ghedini e alfano!
Berlusconi non è il mandante delle stragi? Nei fatti ha fatto strage di giornalisti liberi persino in Rai!
Berlusconi non è il mandante delle stragi? Nei fatti querela Repubblica colpevole di riportare le dichiarazioni dei pentiti di mafia e non se la prende col Giornale dei “Filtri”, il primo che a tutta pagina ha insinuato le indagini a suo carico.
Berlusconi non è il mandante delle stragi? Nei fatti avrebbe dovuto svelare ai magistrati le origini delle fortune partorite dalla (sua) banca Rasini. Avrebbe già dimostrato che i fratelli stragisti Graviano non lo hanno mai foraggiato.
Berlusconi non è il mandante delle stragi? Nei fatti Marcello Dell’Utri non dovrebbe ripetere in tivù che il pluriomicida Vittorio Mangano fu un eroe che disse di aver “ricevuto solo bene“.
Berlusconi non è il mandante delle stragi? Nei fatti Marcello Dell’Utri non dovrebbe confondere le idee agli italiani dicendo che senza Berlusconi sarebbe la fine per tutti. Anzi, dovrebbe specificare che quel “tutti” è riferito ai loro capimandamento di partito barricati nelle istituzioni.
Berlusconi non è il mandante delle stragi? Nei fatti andrebbero prese alla lettera le parole del menestrello alfano quando considera le dichiarazioni dei pentiti “ipotesi fantascientifiche“.
Berlusconi non è il mandante delle stragi? Nei fatti Gasparri dice: “Noi scegliamo la legalità, altri Spatuzza“.
Berlusconi non è il mandante delle stragi? Nei fatti i Caselli e i Sabella che braccavano latitanti in tutta la Sicilia, sono stati rimossi e trasferiti dai loro incarichi alla procura di Palermo.
Berlusconi non è il mandante delle stragi? Nei fatti Pomeriggio 5 invita in studio Apicella con la chitarra a scanzonare Berlusconi.
Berlusconi non è il mandante delle stragi? Teniamoci il beneficio del dubbio nell’attesa che venga convocato in aula indagato per concorso in strage, ma teniamoci la certezza della sua abitudine di ribaltare la realtà con ogni frase.
Ecco perché dovremmo riflettere su due dichiarazioni di ieri:
“Se c´è un partito che in questi anni più si è distinto nel contrastare la criminalità organizzata, questo partito è stato Forza Italia ed oggi è il Pdl“.
“Se c´è un governo che più di tutti ha fatto della lotta alla mafia uno dei suoi obiettivi più netti e coerenti, questo è il mio governo”.
Ecco, ha confessato.
La canapa indiana, più consosciuta come cannabis, è la foglia comunemente usata per fumare lo spinello.
La cannabis ha anche proprietà curative. Il suo utilizzo terapeutico è adatto alla cura di molte malattie, anche gravi.
Siccome in Italia la cannabis è considerata uno stupefacente non si può coltivare. La cannabis si può importare dall’estero per uso terapeutico, ma spesso costa troppo per un operaio un precario o peggio, un disoccupato.
Fabrizio Pellegrini, pianista di pianobar di Chieti, è affetto dalla sindrome fibromialgica che gli provoca forti dolori alle articolazioni. Siccome non si poteva permettersi di importare la cannabis ha deciso di coltivarsela in casa.
Nel 2001 la polizia fece irruzione in casa sua e gli sequestrò le piantine, che Fabrizio utilizzava per fumarsi, senza spacciare. Da allora per Fabrizio sono iniziati i guai: arresti, controlli, qualche mese di detenzione e una condanna in primo grado a 6 anni di carcere per detenzione di sostanze stupefacenti.
Secondo Marco Cappato, segretario nazionale dell’associazione Luca Coscioni, la legge che viete la coltivazione di cannabis è il frutto di un proibizionismo puramente ideologico.
Marco Di Paolo, avvocato che assiste gratuitamente Fabrizio, dice che la Fini-Giovanardi è una legge gravemente lacunosa, che si inserisce in una legislazione confusa e contradditoria in materia di sostanze stupefacenti.
Anche il romano Pino Cucci ha avuto qualche problema in passato. Ora per curare la sua sclerosi multipla che lo condanna alla sedia a rotelle usa la cannabis regolarmente importata. Ma siccome a Pino non piace fumarla l’ha fatta trasformare a sua moglie in biscotti frollini.
Una storia italiana fra le tante che si possono conoscere tra canne e frollini di cannabis. Assieme a qualche utile informazione per chi ritenesse di aver bisogno di inoltrare domanda per farne uso.
La crisi economica sta moltiplicando focolai di crisi. In molte città che non si contano più ci sono proteste di centinaia di lavoratori terrorizzati dal licenziamento. Le loro aziende chiudono perché non c’è più nulla da produrre. Molti manager approfittano del momento per scrollarsi di dosso dipendenti costosi, e contemporaneamente si preoccupano che il loro tesoretto all’estero sia ben occultato dietro società fittizie e a prestanome.
I tumulti sociali stanno diventando normalità. Col passare delle settimane saranno sempre più numerosi, peggiori e rischiosi per l’incolumità di chi ci capiterà a tiro. Intere generazioni di lavoratori schiavi dei soldi e del loro valore convenzionale sono pronti a tutto. La resa dei conti è già cominciata, i politici lo sanno. Ma i politici sono schiavi delle banche e della loro oligarchia che si è fregata le mani per secoli di generazione in generazione, dominando le masse e controllando il potere grazie alla convenzione fasulla sul valore delle banconote.
I governi, anche in questo momento di crisi epocale dalle sorti incerte, provvedono come credono di fare meglio nella probabile illusione di garantirsi il potere e il controllo delle masse. In Italia stanno per essere congelati i mutui casa per un anno per le famiglie senza lavoro. Tra un anno i mutui potranno riprendere senza che gli interessi si saranno moltiplicati, ma è molto facile che con questo andazzo dell’economia paralizzata dai beni di consumo che ce ne sono in numero sufficiente per soddisfare i bisogni della società per molti anni, è facile intuire che i mutui rimarranno congelati assai di più di un solo anno perché i disoccupati aumenteranno e rimarranno in quella condizione per diversi anni.
Questa mossa dimostra che il giochetto del debito è una forma fittizia di ricatto che determina il potere di alcuni su altri.
Ma l’oligarchia dei banchieri non si accontenta. Ha escogitato il congelamento dei mutui nell’attesa che in condizioni di paralisi eonomica e scarsità di lavoro le famiglie depauperino anche tutti i risparmi. Solo allora l’oligarchia potrà assicurarsene il controllo.
La soluzione scomoda all’oligarchia dei controllori del sistema di potere è quella che indurrebbe milioni di cittadini liberi e pensanti a convincersi che le banconote non valgono nulla.
Quelle stesse oligarchie che controllano i mezzi di disinformazione di massa continuano a drogare le genti con annunci fasulli come quello di oggi di “Confindustria che confida in una ripresa nel 2010″, unica strategia bugiarda rimasta per tentare di sedare tumulti e rivolte di massa.
Questa crisi economica nell’era di internet è invece un’occasione. Questa crisi ci dice che è arrivato il momento di reinventarci nuove forme di valore e di scambio, senza continuare a farci sottomettere. Se ci convinciamo che il nostro essere schiavi si traduce con l’impiego di 20 o 30 anni di vita per impossessarci di un misero appartamento, avremo fottuto gli oligarchi.
E’ una legge di numeri. Milioni di cittadini che si scambiano merci e servizi con primitive forme di baratto senza badare alle banche non potranno essere sfrattate tutte. Con la crisi che sta montando questo scenario non mi sembra più così utopico.
Del resto il lavoro sommerso è già più di un sintomo. E internet, a differenza di una volta, è il mezzo che ci può svegliare e indurre a ragionare da soli. Con la nostra testa. Non con quella degli oligarchi mafiosi.
Altro che cazzate, come ci raccontava qualche giorno fa Marcello Dell’Utri! Altro che presidente del consiglio che passerà alla storia per aver sconfitto la mafia! E’ cominciata la guerra civile, o meglio, penale. Per lui! il privato corruttore ed evasore fiscale Silvio Berlusconi. E’ cominciato un momento storico per l’Italia. Ora non so cosa succederà. O meglio, spero di sbagliare profezia. Se mi dicessero che Berlusconi si è già dato alla fuga col suo jet per qualche atollo sconosciuto non mi meraviglierei. Se mi dicessero che ha già allertato i servizi segreti deviati per far fuori determinati giornalisti e determinate voci libere (blogger compresi), piuttosto che oppositori politici o parenti di altri mafiosi, non mi meraviglierei altrettanto. Le minacce di morte al presidente del Senato Renato Schifani e sembra anche a Marcello Dell’Utri, non mi meraviglierei se si rivelassero deviate per creare confusione (un po’ alla Francesco Guzzardi). La crisi ha colpito anche i vertici della mafia. Si sono decisi a parlare in coro. Tengono tonalità e ritmo. Per il privato corruttore il ballo si fa difficile. Insostenibile.
Qui in rete è da tempo che discutiamo con allegra libertà ciò che aspettavamo in grande evidenza sui giornali. Ci siamo permessi il capriccio e in parte il lusso, di cantare da solisti e di anticipare ciò che oggi, alcuni di quei giornali scrivono. Benché pilotati quei giornali hanno ancora il loro effetto sulle masse. Come il quotidiano Repubblica, il più incisivo, oggi, nel costringere il governo a dimettersi o il presidente della Repubblica a prevedere di sciogliere presto le camere, e le forze dell’ordine di vigilare su Berlusconi affinché non scappi. Attendiamoci da un momento all’altro che il privato corruttore col riporto venga convocato in aula per rispondere di tutte quelle accuse coincidenti, di bel po’ di pentiti, che anziché darsi degli infami sono tutti concordi e tutti in reciproco rispetto. In doppia stereofonia dalle aule dei tribunali di Milano, Firenze, Palermo e Caltanissetta per le stragi di Firenze, Milano e di Roma del 1993. Quindi anche delle stragi dei giudici FALCONE e BORSELLINO.
Repubblica oggi in prima pagina titola “Cosa nostra e la resa dei conti del Cavaliere“. Inizia un lungo articolo che va a riempire le pagine 2 e 3, col resoconto degli interrogatori dei pentiti che inchiodano il presidente del consiglio piduista, assieme a Marcello Dell’Utri.
Sono proprio curioso di vedere cosa accade. Vorrei essere una mosca per vedere le facce di quei milioni di italiani che oggi, nonostante i filtri minchiolini, dovranno pur sapere qualcosa dai telegiornali. Mi piacerebbe vedere le facce di Emilio Fede, Littorio Feltri e Maurizio Belpietro. Oltre che di Claudio Brachino.
Riporto, di nuovo, in estrema sintesi, i punti focali che segnano la fine dell’incredibile personaggio camuffato da capo del governo di cui, forse, l’Italia potrà liberarsi molto presto. Ripeto: forse prima di quel famigerato 5 dicembre del nobday.
Ecco alcuni stralci di articolo pubblicati oggi (dai contenuti non nuovi per chi legge questo blog) assolutamente cruciali.
Gaspare Spatuzza indica nel presidente del consiglio e nel suo braccio destro (Marcello Dell’Utri) i suggeritori della campagna stragista di sedici anni fa.
…la famiglia di Brancaccio (fratelli Giuseppe e Filippo Graviano ndr) ha deciso di aggredire in pubblico e servendosi di un processo chi “non ha mantenuto gli impegni”. Ci sono anche i messaggi di morte. Al presidente del Senato, Renato Schifani, siciliano di Palermo (…) le “voci di dentro” di Cosa Nostra, avvertimenti che sarebbero piovuti su Marcello Dell’Utri…
Sono sintomi che devono essere considerati oggi un corollario della resa dei conti tra Cosa Nostra e il capo del governo… tra Cosa Nostra e gli uomini (Berlusconi, Dell´Utri) che, a diritto o a torto, è tutto da dimostrare, i mafiosi hanno considerato, dal 1992/1993 e per quindici anni, gli interlocutori di un progetto che, dopo le stragi, avrebbe rimesso le cose a posto: i piccioli, il denaro, al sicuro; i «carcerati» o fuori o dentro, ma in condizioni di tenere il filo del loro business; mediocri e distratte politiche della sicurezza; lavoro giudiziario indebolito per legge…(come dal Piano di rinascita piduista ndr).
La campana suona per Silvio Berlusconi perché, nelle tortuosità che sempre accompagnano le cose di mafia, è evidente che il 4 dicembre, quando Gaspare Spatuzza, mafioso di Brancaccio, testimonierà nel processo di appello contro Marcello Dell’Utri, avrà inizio la resa dei conti della famiglia dei fratelli Graviano contro il capo del governo…
È un fatto sorprendente che i mafiosi abbiano deciso di parlare con i pubblici ministeri di quattro procure. Vogliono contribuire “alla verità”. Lo dice anche Giuseppe Graviano, “muto” da quindici anni. Quattro uomini della famiglia offrono una collaborazione piena. Sono Gaspare Spatuzza, Pietro Romeo, Giuseppe Ciaramitaro, Salvatore Grigoli.
Racconta Gaspare Spatuzza: “Giuseppe Graviano mi ha detto che tutto si è chiuso bene, abbiamo ottenuto quello che cercavamo; le persone che hanno portato avanti la cosa non sono come quei quattro crasti dei socialisti che prima ci hanno chiesto i voti e poi ci hanno venduti. Si tratta di persone affidabili. A quel punto mi fa il nome di Berlusconi e mi conferma, a mia domanda, che si tratta di quello di Canale 5; poi mi dice che c´è anche un paesano nostro e mi fa il nome di Dell’Utri (…) Giuseppe Graviano mi dice [ancora] che comunque bisogna fare l’attentato all’Olimpico perché serve a dare il “colpo di grazia” e afferma: ormai “abbiamo il Paese nelle mani”».
Pietro Romeo, interrogatorio del 30 settembre 2009: «… In quel momento stavamo parlando di armi e di altri argomenti seri. [Fu chiesto a Spatuzza] se il politico dietro le stragi fosse Andreotti o Berlusconi. Spatuzza rispose: Berlusconi. La motivazione stragista di Cosa Nostra era quella di far togliere il 41 bis. Non ho mai saputo quali motivazioni ci fossero nella parte politica. Noi eravamo [soltanto degli] esecutori».
Salvatore Grigoli, interrogatorio 5 novembre 2009: «Dalle informazioni datemi (…), le stragi erano fatte per costringere lo Stato a scendere a patti (…) Dell’Utri è il nome da me conosciuto (?), quale contatto politico dei Graviano (…) Quello di Dell’Utri, per me, in quel momento era un nome conosciuto ma neppure particolarmente importante. Quel che è certo è [che me ne parlarono] come [del nostro] contatto politico».
E’ una scena che trova conferme anche in parole già dette, nel tempo. I ricordi di Giuseppe Ciaramitaro li si può scovare in un verbale d´interrogatorio del 23 luglio 1996: “Mi [fu] detto che bisognava portare questo attacco allo Stato e che c’era un politico che indicava gli obiettivi, quando questo politico avrebbe vinto le elezioni, si sarebbe quindi interessato a far abolire il 41 bis (?).
Si rispettano, sorprendentemente. Non era mai capitato. Senza considerarsi infami.
…ma la dirompente novità è nei cauti passi dei due boss di Brancaccio, i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, i più vicini a Salvatore Riina. Hanno guidato con mano ferma la loro “batteria” fino a progettare la strage, per fortuna evitata per un inghippo nell´innesco dell’esplosivo, di un centinaio di carabinieri all’Olimpico il 23 gennaio del 1994. Sono in galera da quindici anni. Hanno studiato (economia, matematica) in carcere. Dal carcere si sono curati dell’educazione dei loro figli affidati ai migliori collegi di Roma e di Palermo e ora sembrano stufi, stanchi di attendere quel che per troppo tempo hanno atteso. Spatuzza racconta che, alla fine del 2004, Filippo Graviano, 48 anni, sbottò: “Bisogna far sapere a mio fratello Giuseppe che se non arriva niente da dove deve arrivare, è bene che anche noi cominciamo a parlare con i magistrati”.
C´è un accordo. Chi lo ha sottoscritto, non ha rispettato l´impegno. Per cavarsi dall´angolo, c´è un solo modo: dissociarsi, collaborare con la giustizia, svelare le responsabilità di chi, estraneo all´organizzazione, si è tirato indietro.
Interrogatorio del 28 luglio 2009: Filippo Graviano durante il confronto con Gaspare Spatuzza gli dice: “Io non ho mai parlato con ostilità nei tuoi riguardi. I discorsi che facevamo erano per migliorare noi stessi. Già noi avevamo allora un atteggiamento diverso, già volevamo agire nella legalità. Noi parlavamo di un nostro futuro in un’altra parte d´Italia».
Filippo Graviano ai pm: «Mi dispiace contraddire Spatuzza, ma devo dire che non mi aspetto niente adesso e nemmeno nel passato, nel 2004. Mi sembra molto remoto che possa avere detto una frase simile perché, come ho detto, non mi aspetto niente da nessuno. Avrei cercato un magistrato in tutti questi anni, se qualcuno non avesse onorato un presunto impegno».
Filippo Graviano usa senza timore parole vietate come “legalità”, “cercare magistrati”. Si spinge anche a pronunciare: «dissociazione». Dice: «Da parte mia è una dissociazione verso le scelte del passato (?). Oggi sono una persona diversa. Faccio un esempio. Nel mio passato, al primo posto, c´era il denaro. Oggi c´è la cultura, la conoscenza. (?) Io non rifarei le scelte che ho fatto».
Ecco perché ha paura Berlusconi. Quegli uomini della mafia non conoscono soltanto “la verità” delle stragi (che sarà molto arduo rappresentare in un racconto processuale ben motivato), ma soprattutto le origini oscure della sua avventura imprenditoriale, già emerse e documentate dal processo di primo grado contro Marcello Dell´Utri (condannato a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa). Di denaro, di piccioli minacciano allora di parlare i Graviano e gli uomini della famiglia di Brancaccio. Dice Spatuzza: “I Graviano sono ricchissimi e il loro patrimonio non è stato intaccato di un centesimo. Hanno investito al Nord e in Sardegna e solo così mi spiego perché durante la latitanza sono stati a Milano e non a Brancaccio. È anomalo, anomalissimo”. Se a Milano ? dice il testimone ? Filippo e Giuseppe si sentivano più protetti che nella loro borgata di Palermo vuol dire che chi li proteggeva a Milano era più potente e affidabile della famiglia.
Il privato corruttore ha detto che chi non sta col Popolo delle laidità è fuori dal governo. Attendiamo con ansia il presidente della Camera Gianfranco Fini al varco. Oggi, o al massimo domani. Salvo cazzate.
Il parlamentare Nicola Cosentino non sarà processato perché la Camera ha negato l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti.
La giustizia, e quindi gli italiani, non potranno mai sapere se Nicola Cosentino è il referente della camorra dei casalesi in parlamento.
La maggioranza dei parlamentari italiani non vuole sapere (e far sapere) se un loro collega è espressione di un’associazione mafiosa e criminale, dedita ad arricchirsi nel silenzio dell’illegalità. Tumore maligno di qualsivoglia forma di democrazia.
Se la maggioranza del parlamento nega a un magistrato di accertare collusioni camorristiche a carico di un deputato, significa che quella stessa classe dirigente teme a sua volta di essere scoperta collusa con la malavita mafiosa.
Se la maggioranza dell’attuale parlamento è espressione della mafia significa che l’Italia è governata dalla mafia: un associazione criminosa che mira ad appropriarsi del potere dello Stato tramite azioni illegali perpetrate nel silenzio e nell’omertà.
Se la maggioranza dell’attuale parlamento è espressione della mafia significa che la mafia si è già appropriata dei poteri dello Stato.
Quindi se l’Italia è così progredita rispetto alle definizioni dei vocabolari, significa che non esistono strumenti democratici per opporsi alle sue leggi e alle sue decisioni. Non esistono piazze del sabato. Non esistono raccolte firme che tengano per smuovere la mafia, espressione istituzionalizzata di estremi interessi personali su quelli collettivi, e quindi causa di paralisi del sistema.
Se l’estremo ha paralizzato il sistema, è ormai tardi per le proteste democratiche. L’unico sistema per cambiare non sono le firme. Sono le forche del presidio e della protesta. E’ giunto tempo di ricorrere ai mali estremi per tentare gli estremi rimedi.
Solo così ci sarà qualche possibilità che la stampa estera ci presti attenzione, e tramite lei, forse qualche italiano televisionaro sarà correttamente informato della realtà che ci riguarda. A quel punto, quando la maggioranza informata vorrà sovvertire la mafiocrazia in democrazia, non avrà a sua volta scelta: o si recherà alle urne per votare candidati senza condanne e senza indagini a carico, oppure si unirà ai blogger in perenne protesta in piazza. Altre forche di forza. Non vedo altre vie di uscita.
Ecco perché ribadisco e spero che il nobday del 5 dicembre sia il punto di inizio, e non una semplice giornata di comizi in un mercato di “libri girotondini”.
Siccome almeno noi della rete ci conosciamo e sappiamo ormai a menadito come vanno le cose, cerchiamo di trasformare quel giorno in un appuntamento fisso di tutti i giorni. Anche a tappe. Cerchiamo di non prestare il fianco ai giornali e telegiornali minchiolini controllati dalla mafia, per far parlare di noi solo quel sabato come girotondini impazziti che strillano al regime. Saremmo un piatto prelibato per quelli lì, di sabato e domenica, in cui non sanno cosa raccontare.
Del resto di sabato i parlamentari sono a casa o in qualche centro benessere. Lontani da Roma. Per produrre effetti bisogna che la protesta sia continua: dal lunedì alla domenica. Potremmo cominciare a coinvolgere anche i disoccupati per intasare via del Corso, piazza Colonna, piazza Montecitorio e tutte le strade, che dal Pantheon conducono al Senato. Dobbiamo costringere i poliziotti a mettersi in assetto antisommossa ogni volta che passano onoervoli apparentemente innocui come la Binetti.
Non basta un sabato per sovvertire la mafia. Perché un solo giorno non fa democrazia.

Passare in rassegna le notizie locali ci si accorge di quanto sia cambiata la nostra società in tema di libertà di espressione. Contestazione e satira, strumenti di democrazia, in Italia si impediscono non soltanto in tivù, ma anche per strada. Soprattutto se riguardano un fantoccio come Silvio Berlusconi. Chi manifesta in libertà la propria contrarietà a qualsivoglia forma di politica del suo governo, deve fare i conti con la prepotenza dei militanti di partito locali, che hanno il compito di censurare senza pudore ogni forma di espressione politica. Di esempi ce ne sono tanti, ne elenco solo alcuni.
A Castiglione della Pescaia (Gr) i vincitori dell’ultima edizione del Palio remiero sono stati radiati dalla kermesse e si sono visti tagliare i fondi di otto mila euro. Si tratta della famiglia Giovannelli e alcuni vicini del rione vincitore “Portaccia”, tutti vogatori, che avrebbero vinto la kermesse stimolati dal retro delle loro magliette raffiguranti una beffarda caricatura di Berlusconi col simbolo del divieto.
La sindaca di Castiglione Monica Faenzi, deputata incompatibile del Pdl nota per aver dato del maleducato a Romano Prodi quando si recò in vacanza nel suo paesello senza averla salutata, ha detto che quei ragazzi “sono profanatori del Palio, che non è solo una gara, ma è una tradizione religiosa benedetta dal vescovo“. I vincitori sono simpatizzanti del Pd. Uno di loro, Mauro, 27 anni, idraulico neosposo e ideatore della beffa, motivando la mossa come una goliardata esterna alla politica, ha detto di temere di vivere in un regime. Sua madre Ilaria ha aggiunto che se su quelle magliette ci fosse stata la faccia di Prodi la sindaca avrebbe offerto una cena a tutti.
Il puttaniere “mascarato” non si può toccare nemmeno in maschera. All’edizione 2010 del carnevale di Viareggio non potranno sfilare i carri su Berlusconi, le veline e suoi rapporti con le prostitute. La commissione direttrice della sfilata ha con giustificato “motivi tecnici” il blocco di due bozzetti di carri chiedendo all’autore Enrico Vannucci di rivedere i progetti.
Per la stessa manifestazione la coppia francese Gilbert Lebigre e Corinne Roger, non ha avuto l´ok al bozzetto che irride la politica anti immigrazione della Lega prendendo di mira Roberto Calderoli, Roberto Maroni, Mario Borghezio e Matteo Salvini.
Nella civilissima Milano in questi giorni è stato emesso un comunicato così: “Si delibera l´interdizione perpetua dell´associazione dalla sagra annuale e la sua cancellazione per indegnità dall´albo zonale“. Firmato consiglio di zona 7 di Milano Baggio, a maggioranza di centrodestra, che ha così cancellato dall’Albo l´associazione “Dimensioni Diverse” col divieto di partecipare alle sagre di quartiere. “L’interdizione per indegnità” dopo aver esposto uno striscione che raffigura Bossi, Berlusconi e altri politici su una barca che affonda, “come critica ai respingimenti e alle campagne contro gli stranieri” e per aver contestato i progetti connessi a Expo 2015.
Niente più spazi comunali gratuiti e niente più fondi per l’associazione, che scompare dopo vent’anni. Tra le sue colpe quella di aver esposto uno striscione con scritto “Crisi, mafia, corruzione, il solo reato è l´immigrazione. Questa sicurezza è un pacco, mandiamola a picco“.
Le illazioni su Expo 2015, secondo la delibera del consiglio zonale milanese, stanno nel fatto che non si può portare la politica nelle feste di quartiere, tantopiù offendendo il presidente Berlusconi. Censurato anche uno striscione dedicato alla sindaca Moratti con scritto: “Il Parco agricolo Sud, tra speculazione e bene comune“.
In compenso in Italia si portano in palmo di mano corruttori, latitanti e truffatori. Bottino Crac(si) è stato insignito “alla memoria” del Premio Salvador Allende durante il recente festival del cinema latino americano di Trieste, che ogni anno assegna il premio a quanti, con il proprio impegno culturale o sociale si siano distinti nel “riscattare la memoria e la storia dei popoli latinoamericani“. Nelle motivazioni spiegate dal direttore del festival Rodrigo Diaz, si dice che “prima come segretario del Psi e poi come premier, Craxi operò a supporto del Cile e della grande esperienza democratica avviata da Allende“.
Tutto ciò in un paese normale farebbe ridere. In Italia guai a chi lo manifesta!
Pietro Romeo, ex soldato dei boss Filippo e Giuseppe Graviano, è un gigante che pesa più di un quintale. Il suo ruolo nei delitti di Cosa nostra era quello di torturare con ferocia e strangolare a mani nude. Tra le sue fauci sono morti Gaetano Buscemi dopo otto ore di interrogatorio e scioglimento nell’acido risparmiato “per permettere a mia moglie di venirmi a trovare sulla tomba” e un giovane di Villabate, fatto a pezzi e buttato giù per le scarpate dell’entroterra palermitano.
Dopo la condanna per la strage di Via Georgofili a Firenze, fra l’ergastolo e la collaborazione Pietro Romeo ha scelto quest’ultima. Da quando collabora con la giustizia Romeo ha fatto catturare latitanti e scoprire depositi di manette, corde, lacci, fil di ferro, guanti ma soprattutto quintali di esplosivo, in particolare T4 e Semtex, destinati nell’ambito della “trattativa” del 1993, a “Pisa che doveva ritrovarsi senza la torre“.
Ebbene, Pietro Romeo nell’interrogatorio del 30 settembre scorso, ai pm di Firenze Crini e Nicolosi ha detto che Berlusconi fu il mandante delle stragi di Roma, Firenze e Milano del ‘93. Confermando e rafforzando quando dichiarato da Gaspare Spatuzza.
Romeo, già interrogato nel giugno del ‘96, ha sostenuto di aver appreso del ruolo dell’attuale presidente del consiglio dei piduisti da un altro killer. Per queste dichiarazioni Berlusconi e Dell’Utri sono di nuovo indagati.
Ecco alcuni passaggi dell’udienza.
Pm chiede a Romeo: “Spatuzza vi ha fatto il nome di Berlusconi, cioè qual è il motivo, il movente suo per fare questi attentati? Ne avete parlato? Giuliano (altro componente del commando stragista ndr) glielo ha detto?” .
Romeo conferma e risponde: “Ricordo che Spatuzza rispose a Giuliano che il politico che diceva a Giuseppe Graviano di continuare a mettere le bombe era Berlusconi. Non si trattava di una battuta. Stavamo parlando di armi in quel momento e di altri argomenti seri. Giuliano chiese se il politico dietro alle stragi fosse Andreotti o Berlusconi e Spatuzza rispose Berlusconi. La motivazione stragista di Cosa Nostra era quella di far togliere il 41 bis. Non ho mai saputo quali motivazioni ci fossero nella parte politica. Noi eravamo esecutori. Giuseppe Graviano aveva fatto questi discorsi, che si doveva fare attentati con bombe, perché lo aveva detto un politico di farle. Il politico diceva di fare questi attentati a cose di valore storico artistico. Gaspare Spatuzza mi disse che era Giuseppe Graviano che andava a trovare il politico con il quale aveva i contatti“.
Insomma, per queste dichiarazioni Pietro Romeo sarà sentito anche dai magistrati delle Procure di Palermo e Caltanissetta, che indagano sulle stragi e sulla “trattativa”. Non è da escludere che possa apparire in aula anche al processo Dell’Utri, in una delle prossime udienze. Dopo Spatuzza.
Il pentito Gaspare Spatuzza nell’udienza del 18 giugno scorso ai pm di Firenze Alessandro Crini e Giuseppe Nicolosi, ha parlato di “patto” che il boss Giuseppe Graviano strinse nel ‘94 con Berlusconi e Dell’Utri. Senza mediazioni. L’incontro avvenne nel gennaio del ‘94 al bar Doney di via Veneto a Roma, durante il piano del fallito attentato ai Carabinieri allo stadio Olimpico. Ecco le parole di Spatuzza:
“Non so quale fosse il proposito che Berlusconi e Dell’Utri avessero in mente stringendo questo patto. Dalla mia esperienza in queste vicende deduco che Berlusconi e Dell’Utri, che in primo momento hanno fatto fare le stragi a Cosa Nostra, si volevano poi accreditare all´esterno come coloro che erano stati in grado di farle cessare. E quando poi li vedo scendere in politica, partecipando alle elezioni e vincendole, capisco che sono loro direttamente quelli su cui noi (Cosa Nostra-ndr) abbiamo puntato tutto“.
Spatuzza ha rivelato un rapporto diretto tra la mafia e gli allora astri nascenti di Forza Italia.
“Ritengo di poter escludere categoricamente, conoscendo assai bene i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, che si siano mossi nei confronti di Berlusconi e Dell’Utri attraverso altre persone. Non prendo in considerazione la possibilità che Graviano abbia stretto un patto politico con costoro senza averci parlato personalmente“.
Giuseppe Graviano, che col fratello è in carcere a scontare l’ergastolo per stragi e omicidi, tra i quali quello del sacerdote Don Pino Puglisi e del figlioletto del pentito Di Matteo, non ha smentito Gaspare Spatuzza. Anzi, ne ha chiesto rispetto. Fatto insolito fra mafiosi. Spatuzza, parlando di quell’incontro al bar ha aggiunto:
“Graviano era euforico e gioioso, sprizzava felicità, normalmente era una persona abbastanza controllata, quindi era difficilissimo che si lasciasse andare in quel modo. Mi disse ‘tutto si è chiuso bene, abbiamo ottenuto quello che cercavamo, le persone che hanno portato avanti la cosa non sono come quei quattro crasti (montoni-ndr) dei socialisti che prima ci hanno chiesto i voti e poi ci hanno venduti. Si tratta di persone affidabili’. A quel punto Graviano mi fa il nome di Berlusconi e mi conferma che si tratta di quello di Canale 5. Poi mi dice che c´è anche un paesano nostro e mi fa il nome di Dell’Utri e aggiunge che grazie alla serietà di queste persone “ci siamo messi il paese nelle mani“.
Venerdì 4 dicembre il processo Dell’Utri traslocherà momentaneamente a Torino, giornata in cui Spatuzza, in aula, potrà chiarire il significato delle attribuzioni bomba riguardanti il presidente del consiglio dei piduisti e l’ex numero uno di Publitalia.
Questo post è uno spunto per Augusto Miserini e collegni zerbini dei telegiornali megafoni del grande fratello. Non so davvero cosa debba ancora accadere per arrivare alle dimissioni di questo governo.