Feltri, Curzi, Giordano, Liguori… che imparzialità
Vittorio Feltri e Alessandro Sallusti, come Mimì e Cocò, lasciano la direzione di Libero per tornare al Giornale diretto da Mario Giordano, a sua volta in procinto di prendere il posto di Clemente Mimun alla direzione del Tg5.
Feltri ritorna a dirigere il quotidiano fondato da Indro Montanelli dopo quasi 12 anni, quando nel novembre del 1997 i fratelli Berlusconi lo cacciarono in seguito ad un articolo in prima pagina in cui il “grande orobico” come lo ha definito Giuliano Ferrara, ammise tutte le calunnie che scrisse di suo pugno, e fece scrivere fino al giorno prima dai suoi sottoposti, ai danni di Antonio Di Pietro. Sul Giornale Feltri scrisse che per Di Pietro provava grande stima. L’articolo uscì alla vigilia delle elezioni che vedevano candidati contrapposti nel collegio del Mugello l’ex pm di Mani pulite e proprio Giuliano Ferrara. Di Pietro vinse il confronto.
Siccome il 1997 è preistoria per la memoria degli italiani, Feltri può ritornare su quella poltrona di direttore perché per il corruttore stesso non è facile individuare cagnolini così fedeli.
Nella sua residenza privata romana, Palazzo Grazioli, il corruttore ha già deciso anche le nomine Raiset. Clemente Mimun, che finora ha solo mimato le gesta della vera informazione, passa dal teatro del Tg5 alla direzione del cinema di Rai Fiction che fu di Agostino Saccà, che il corruttore considera vero e proprio centro di orientamento dell´opinione pubblica.
Al Tg5 chi sperava nella direzione di Marco Travaglio rimarrà sorpreso, perché il nuovo capo sarà Mario Giordano, tappeto, zerbino e carta igienica personale del premier.
A palazzo Grazioli il corruttore ha nominato l’inviato al suo seguito Antonio Preziosi a dirigere il Gr1 al posto di Antonio Caprarica. Al Gr2 è stato piazzato Flavio Mucciante, in quota Udc, mentre al Gr3, per il Pd, il nuovo direttore sarà Marino Sinibaldi. Le nomine per Rai 3 e Tg3 slittano in settembre in attesa del congresso del Pd. Grillo è avvisato.
Per quanto riguarda la direzione delle testate regionali Rai Angela Buttiglione, sorella di Rocco, potrebbe essere sostituita dalla escort televisiva del premier Susanna Petruni, oppure da Alessandro Casarin, il direttore del Tg Lombardia in quota Lega.
Insomma, i lotti Raiset sono quasi tutti assegnati. Il corruttore può stare tranquillo e impunito ancora per un po’. Forse.
La Lega propone un test di dialetto agli insegnanti di scuola? Farebbe meglio chiedere un esame di inglese, francese o tedesco ad ogni aspirante votante. Un modo intelligente per impedire ai somari l’ingresso alle urne. Gli stessi che hanno portato la Lega al governo piduista che regala soldi a Catania. La Lega dei cafoni per antonomasia che vivacchia sugli applausi ipocriti di gente gnucca stile Madonna di Campiglio, che va in uno scompiglio della madonna davanti a un seno che allatta, ma che osserva senza vergogna le sembianze di Calderoli ministro. E’ qui che l’Italia rivela la sua stazza pornografica.
La Lega è la versione più prostituta dei padani, colei che ha trasformato i cigli delle strade in potenziali bordelli a misura di processo. Per il resto la vera sicurezza, la Lega l’ha già mandata a puttane assieme al corruttore, che ha commesso il reato di stampo leghista assieme alla D’Addario, abbordata su commissione tramite Tarantini. Tolto che quest’ultimo non sia un’aggravante, il coito a pagamento senza preservativo del presidente del consiglio è una delle poche sicurezze che abbiamo.
Galeotta è appunto la Lega degli annunci di fumo, feccia che risale i fossi e che ammorba le contrade padane in un’orgia di princìpi che si ficcano i crocifissi fra le gambe guardando “L’esorcista”.
Tra i suoi protagonisti ci sono Borghezio, caricatura del mostro di Firenze, Bossi che pare la versione tragicomica di un pervertito malmenato, le deputate alla Lussana che, oltre alle brache, si sono calate nella parte di escort di corte padana per scrivere leggi liberticide contro Internet. I leghisti della Padania invece le brache le hanno quasi tutti di tela. Orribili e spudorati perché non possono nascondere tutti i loro vizi, prima che le loro virtù.
Il dialetto che abolisce l’italiano si dice sia cultura e tradizione. Ma sono puttanate. Cultura è sapere, tradizione del dialetto significa in realtà traduzione al popolo della rete, che vola low cost affamato di minorenni a Cuba Bangkok Bratislava Riga e Bucarest, giacché in Padania, tolta la tradizione delle nigeriane a 20 euro “bocca f…” va sempre buca. Non è un caso che la Lega ce l’abbia a morte con gli aeroporti come Malpensa, finestre sul mondo in osmosi.
La Lega con le sue leggi meretrici ha preferito trasformare poliziotti e carabinieri in magnacci da marciapiede armati di verbale. Guardoni a norma di legge che non comandano al cuore, ma solo al portafogli e al pubblico ludibrio dei leghisti timidi in cerca di intimità. Quelli che l’italiacano è la loro seconda lingua.
E’ grazie alla Lega se oggi siamo colpevoli di comprarci il coito. Che in dialetto non ha traduzione. Ecco perché la Lega lo vorrebbe in classe. Perché il suo imperativo è conservare per preservare dalla conoscenza. Unica via puttana per continuare a delinquere impunita con gli annunci che poi ritratta. Senza far capire.
Il dibattito sulla nascita del partito del Sud giunge nei giorni in cui Luigi De Magistris diventa presidente della Commissione controllo Bilancio dell’Unione europea.
Raffaele Lombardo, governatore della Sicilia nonché leader dell’Mpa ideatore e ideologo di questo partito, parla di “impegni disattesi” da parte del governo. Tradotto: soldi per il ponte sullo Stretto, soldi per la Salerno-Reggio Calabria, soldi per le aree sottoutilizzate (Fas) l’equivalente di 2 miliardi di euro deliberati dalla Conferenza delle Regioni e province autonome mai giunti al Cipe: per l’85% al Sud e appena il 15% al Nord. Il partito del Sud serve anche per rinnovare la richiesta di vantaggi fiscali per i lavoratori del settore turistico.
Peccato che la Sicilia, dopo 60 anni di finanziamenti e di miliardi che non si contano più, brulica di rifiuti ammassati in migliaia di strade. Molti treni sono laidi e devastati, le linee ferroviarie sono pericolose, malandate e senza manutenzione, le strade sono disseminate di buche, i cartelli stradali non esistono, le stazioni sono sguarnite, mancano gli orari alle fermate dell’autobus, gli ospedali sono di sabbia, i pronto soccorso vanno a rilento, la sicurezza è una chimera, regnano i cani randagi assieme ad arrendevolezza e omertà. Salvo rari casi di meridionali incazzati in una regione che, oltre il record di deputati e di personale assunto nel carrozzone pubblico serbatoio di voti, sarebbe il giardino d’Italia se solo la sua classe dirigente avesse impiegato con onestà un solo spicchio di fondi, che invece sono stati regalati alla malavita mafiosa collusa con la politica.
Intanto il corruttore che vive alla giornata, attanagliato dalle sue paturnie personali nell’intento di non far sapere e di dimenticare, annuncia una sorta di nuova Cassa del Mezzogiorno, per la quale dice di stanziare 18 miliardi entro il 2013. Ma i soldi non ci sono perché sono finiti. Il Cipe entro l’imminente autunno sarà a secco. Il Pdl chioccia dell’assistenzialismo siciliano non potrà garantire provvidenze a tempo indeterminato. Il rubinetto si chiude e il partito del Sud è un’inutile travestimento del Pdl che mira ad alimentare false speranze.
Ma, come scrivevo all’inizio, il partito del Sud nasce proprio nei giorni in cui Luigi De Magistris diventa presidente della Commissione controllo Bilancio della Ue. Politici e mafiosi col vizio di abbuffarsi di fondi pubblici da veicolare sui conti correnti dello Ior mettono le mani avanti. Si appellano al governo del corruttore per “prevenire” eventuali ammanchi derivanti dai controlli europei.
I ribelli siciliani, che col patto mafioso stretto assieme a Forza Italia tengono il partito azienda più votato dell’isola, intravedono nel corruttore un perfido nanetto potentissimo e avaro. Senza soldi da ingurgitare a sbafo, il centro destra siciliano si spacca in una rivolta che pare non placarsi. Per poter mantenere il potere, e i voti, bisogna garantire la politica dei 40 assunti per ogni sottopasso cittadino come accade in almeno 4 zone di Palermo.
Le barzellette di Renato Schifani, che fino al 2006 prometteva futuro trionfale e di benessere in Sicilia, puntualmente disattese, hanno acceso le ire di Raffaele Lombardo. Ma non quelle della Lega nord, passiva come una escort di basso bordo davanti ai 140 milioni di euro che il corruttore ha regalato al comune di Catania del suo medico Scapagnini, traghettato in parlamento dopo aver portato la città sul lastrico.
Insomma, il partito del Sud è l’ennesima, vergognosa e laida tentazione di un meridionalismo tutto politico e rivendicativo che, assieme alla Lega di Borghezio, si mostra nel suo lato più volgare di evidente maceria di un’unità d’Italia mai compiuta, perennemente e profondamente divisa. E ormai in bancarotta.
Giorni caldi questi antecedenti le ferie estive. Nonostante la politica dell’estate 2009 offra qualche guastafeste in più come Luigi De Magistris, l’esercito di ciambellani intento a rincoglionire gli italiani con telegiornali intrisi di mondiali di nuoto e improbabili avvistamenti di ufo o di leonesse nelle risaie piemontesi, continua la propria linea di silenzio e disinformazione a 2 velocità.
Quella più lenta e censurata riguarda il vicepresidente del Csm Nicola Mancino, nel mirino di quei pochi “eversori” che gli chiedono trasparenza. Come l’ex pm di Catanzaro, che definisce il suo silenzio “ambiguo e inquietante” relativamente al ruolo di ministro dell’Interno che Mancino ricopriva all’epoca delle stragi ai danni dei giudici Falcone, Borsellino e delle loro scorte.
Ma non solo. Mancino, in concorso col Csm, è il silente complice della messa in scena dello scontro fra le procure di Catanzaro e Salerno messo su dagli scribacchini dei giornali e delle tivù, che ha portato al trasferimento dei procuratori delle 2 città dopo che De Magistris si era visto sfilare dalle mani l’inchiesta Why not.
Ebbene 1 dei 2 ex procuratori, Luigi Apicella, che ricopriva l’incarico a Salerno competente su Catanzaro per far luce sulle ragioni del passaggio di mano dell’inchiesta, si è dimesso dalla magistratura “deluso dal troppo silenzio che aleggia attorno al suo caso da parte dell’Associazione nazionale magistrati, di tutte le istituzioni, della politica e dei giornalisti sui gravissimi fatti documentati, riscontrati nelle 1.418 pagine dell’incriminato provvedimento di sequestro, compiuti da magistrati indagati per corruzione in atti giudiziari e falso che avevano, tra l’altro, tolto con procedure illegittime al magistrato inquirente la trattazione di 2 gravissimi procedimenti penali“.
Anche il presidente Giorgio Napolitano tace. E pretende che tacciano tutti in nome di non si sa quale tregua.
Ricapitolando: tace Mancino, tace l’Anm, tace il Csm, tace il governo, tacciono i giornalisti, tace Napolitano. Meno male che in questo silenzio mafioso parlano solo i fatti. Unico colpo sinistro, o se preferite mancino, che gli scribacchini a libro paga del corruttore cercano di dribblare.
Nella repubblica ribaltata del silenzio la mafia è d’oro. Soltanto chi parla è un terrorista.
Il ministro Ignazio La Russa ad Orvieto viene applaudito quando ammette che “An ha disatteso il proprio statuto” per fondersi nel Pdl, la coalizione di stupratori della Costituzione e dei fondamenti della Democrazia.
A questo nobile obiettivo, La Russa giunge dopo aver detto che il soggetto politico (l’establishment di An sceso a patti col corruttore) è “colui che interpreta le aspettative dei militanti“. E li contraddice subito tutti dicendo che “toccava a noi al massimo decidere (se venderci) ma sapevamo che c’era una riserva politica culturale umana che avrebbe potuto consentire, volendo, di battere cassa di dire no…“.
Insomma, da oggi abbiamo una prova in più per dire che Alleanza nazionale per vendersi al corruttore ha battuto cassa. Corrotto come Bossi assieme a tutta la Lega nord al sultano puttaniere. Col dettaglio che missini e aennini elettori di Fini e La Russa, ne sono usciti cornuti e mazziati. In quella fusione hanno visto sciogliere i loro ideali senza nemmeno un centesimo in cambio.
Ma La Russa insiste: “Noi siamo riusciti a ottenere consenso con l’altro metodo (olio di ricino?) anche se loro (Forza Italia) sono stati altrettanto bravi a raccogliere consenso” (non cita Raiset). Poi il ministro della difesa delle tangenti si incarta. Ammette di fare confusione e comincia ad affastellare una sequela di idiozie “a prescindere“.
Poi, nel tentativo di rientrare in carreggiata dice che An si è venduta al corruttore per fare la “rivoluzione copernicana e andare oltre” trastullandosi nelle sue “nuove intelligenze“. Chi sono? Il condannato Nania? Il finto malato ottantenne Selva che raggiunge le tivù in ambulanza a sirene spiegate? Alemanno? Gasparri? La Russa le nuove intelligenze non le identifica ma ammette: “abbiamo bisogno di un partito serio che non sia solo espressione di consenso“. Infatti non lo è. An è espressione comprata di un’oligarchia ai piedi del corruttore che ha reso l’Italia un sultanato deriso da tutto il mondo.
Il ministro La Russa su questo ha le idee chiare. Non fa confusione e se la facesse, dopo il proprio statuto, sarebbe pronto a disattendere i fatti e le parole. Tanto gli aennini e i missini sopravissuti applaudono a prescindere. Come tanti pinguini.

Davvero ridicole le boutade trevigliesi del presidente della provincia di Bergamo Ettore Pirovano e dell’ex guardasigilli Roberto Castelli alla “Festa dé Treì” organizzata dalla Lega nord. Il primo ad attaccare in maniera strumentale il sindaco di Treviglio Ariella Borghi, il secondo ad addossarsi i meriti di Brebemi e Pedemontana. Comizi “a sorpresa” alla festa verde in un clima da bocciofila rivolte all’uditorio passivo e dedito all’applauso, che si rendono doverose di alcune precisazioni. Partendo dai fatti.
L’incompatibile presidente a doppio incarico Ettore Pirovano, deputato oltre che presidente di provincia, istituzione che la Lega Nord ha attaccato per anni prima di vendersi tout-court al presidente del Consiglio definito corruttore dalla sentenza di primo grado del processo Mills, ha bollato il Ramadan “pericolo” senza rendersi conto di aver commesso un attentato alla sicurezza in piena regola di stampo leghista. Il Ramadan è una pratica religiosa di una minoranza musulmana garantita dalla Costituzione italiana all’articolo 8. “Confessioni religiose libere e con eguali diritti di organizzarsi secondo i propri statuti“.
Il presidente Pirovano che affastella Ramadan e sicurezza, dimentica di precisare che se il comune di Treviglio ha negato le luci natalizie ai propri cittadini, lo ha fatto per risparmiare qualche soldo perché la legge sul patto di stabilità, che la Lega nord ha votato compatta assieme all’onorevole Pirovano, impedisce al sindaco Borghi e a migliaia di giunte comunali di tutta la Padania di utilizzare i propri fondi come meglio credono. Anche per la sicurezza.
Quanto alla legge sui clandestini che trasforma i medici in sceriffi, ricordo all’onorevole presidente Pirovano che quella legge è alla lente della Corte europea dei diritti dell’Uomo, perché dal sapore incostituzionale anche per l’Italia. Come già bocciato è stato il lodo maccanico votato dal governo Berlusconi e dalla asservita Lega Nord con l’onorevole Pirovano in veste di senatore, lo sarà con tutta probabilità anche il dolo alfano, che la Consulta si appresta a giudicare il 6 ottobre prossimo. Votato ancora a capo chino dalla Lega Nord. Esattamente come la legge sulle intercettazioni, ultimo baluardo liberticida a sua volta al vaglio della Corte europea dei Diritti dell’Uomo.
Ebbene nessuno da quel palco ha ricordato al presidente deputato Pirovano che se il Senato la approverà così come l’ha votata lui assieme a Roberto Castelli, romeni e albanesi saranno liberi di delinquere impunemente nelle ville dei leghisti di tutta la Padania! Gli stessi che dovrebbero sapere che il magistrato potrà intercettare solo in base a gravi indizi di colpevolezza, anziché a gravi indizi di reato come è stato finora. Cosa significa? Significa che se la villa svaligiata del leghista fa supporre al magistrato ci sia grave indizio di reato (furto con scasso) finora ha acciuffato i malviventi perché ha potuto intercettare utenze telefoniche. Col nuovo e inedito grave indizio di colpevolezza votato dalla Lega per garantire impunità alle corruzioni telefonihe dei parlamentari, il magistrato potrà intercettare solo se saprà già chi è il colpevole. Ma se così fosse l’intercettazione sarebbe inutile. Ecco il punto. Il magistrato dovrà avere la lampada di Aladino per farsi svelare l’identità dei ladri altrimenti il leghista derubato la giustizia se la sognerà. I ladri avranno una certezza in più di rimanere liberi e impuniti, con buona pace per la sicurezza.
Di fronte a questi fatti le parole di Pirovano rivolte ai trevigliesi si trasformano in patetiche bugie da osteria. Come patetico e strumentale è stato l’intervento del viceministro Castelli. Sostenere che l’autostrada Brebemi “rientra nell’evoluzione della Padania” sarà tutto da dimostrare. L’unica evoluzione certa sarà per i conti correnti di un gruppo di banche e di Camere di commercio, che dalla Brebemi trarranno profitti coi pedaggi. L’occupazione che ne conseguirà sarà temporanea per i lavoratori ma soprattutto eterna per il territorio, già fortemente antropizzato.
Che Castelli e il suo partito verde-romano vogliano “addossarsi il merito di tutto ciò” lo si era capito con l’inutile presenza del corruttore a Urago d’Oglio alla posa della prima pietra dell’opera. Il suo governo nell’affaire Brebemi c’entra come i cavoli a merenda perché la firma al progetto fu messa da Antonio Di Pietro e Roberto Formigoni in Regione Lombardia nel 2007, durante il governo Prodi, quando Di Pietro era ministro delle Infrastrutture.
L’unico merito istituzionale, se merito sarà asfaltare le campagne da Travagliato a Melzo, non è del corruttore tantomeno della Lega. Ma del Cipe, che ha approvato i finanziamenti al progetto senza dire dove sono i soldi.
Non a caso l’inaugurazione a Urago che “allunga la vita” è solo una sceneggiata che in realtà allunga l’attesa perché i lavori, se cominceranno, vedranno i primi cantieri soltanto nel 2010.
Ecco la parola magica: sceneggiata. Ma i fatti sono altra cosa. Qualcuno informi gli onorevoli Pirovano, Castelli e anche l’uditorio dell’applauso a prescindere.

Licio Gelli
La mossa di Casini di dichiarare apertamente guerra a Di Pietro ha un messaggio politico scontato: assorbire parte del moribondo Pd nell’Udc.
Il congresso del Pd di ottobre con i soliti cadaveri candidati a presiedere questa bocciofila a carico dei contribuenti italiani, non sarà altro che il suo funerale. Enrico Letta lo ha già annunciato. “Se falliamo è finita davvero“. L’esclusione di Grillo dalla candidatura alla sua segreteria è già un’ulteriore batosta alla sua carboneria di filibustieri, in cerca di altri lidi per vivacchiare le loro giornate di finti oppositori.
L’attuale assetto politico italiano è a maggioranza bulgara non solo grazie al Pdl-Lega, ma anche al contributo di Pd e Udc che fanno blocco unico contro Di Pietro per mantenere congelato il piduismo attuale senza cambiare nulla.
Il totale isolamento dell’Idv sancito non solo da Casini, ma anche da Cialtroni, D’Alema e Bassolino pone il partito dell’ex pm quale unica alternativa di cui si dovrebbero accorgere quegli astensionisti che credono che non votare sia l’unica soluzione possibile. Ma anche una parte di quel Pd che si sente tradito, che non si riconosce nelle riabilitazioni di Craxi, che non ha perso la memoria, fornito di qualche anticorpo in circolo e che non trae nessun giovamento personale ed economico dal voto di scambio.
Il Pd così concepito, l’ho sempre sostenuto, è un calderone non molto diverso da tutta la famosa Unione del defunto governo Prodi. C’è di tutto: dai timorati di Dio a quelli che approverebbero le adozioni gay, dai democristiani tiepidi ai socialisti nostalgici di Bottino Craxi. Tutti assieme da separati in casa perché ognuno di loro bada alla propria corrente e al proprio stipendio. Senza unità di idee. Nessuno di loro oserebbe sfidare il corruttore perché quest’ultimo garantisce loro visibilità nei telegiornali e nei dibattiti televisivi. La politica dell’applauso li ha trasformati in divi alla stregua di attori da tanto a gettone. Girare per strada ed essere riconosciuti come personaggi della televisione è la loro missione politica compiuta, che si chiude con la pubblicazione di qualche libro e la presenza pagata a qualche dibattito fritto di provincia.
La mia osservazione, sia chiaro, non è da giornalista schierato. Anche se realizzo i servizi di giudiziaria che finiscono sui siti del partito di Di Pietro il mio giudizio rimane lucido e senza pregiudizi. La comunanza di vedute a quelle di Di Pietro non è il prodotto di un mio modellamento personale frutto di chissà quali interessi. E’ semplicemente una comunanza di idee che si sono incrociate in Rete. Senza forzature e senza promesse reciproche. Questo vorrei fosse chiaro.
Fin che l’Idv continuerà ad essere com’è, con tutte le sue imperfezioni, rimarrà l’unica via d’uscita da questa impazzita dittatura massonica sorridente. Il suo rischio perenne rimarrà sempre quello di imbarcare mele marce e riciclati perché la sua struttura scarna, con pochi filtri e con poca brava gente disposta a scendere in campo, espone il movimento a forme di pirateria da parte di tanti veterani del sottobosco politico che potrebbero vanificarne l’affidabilità.
Di Pietro col suo partito ormai prossimo al 10% non potrà controllare sempre tutto e tutti senza mai sbagliare. Prima o poi sarà costretto a delegare e ad assumersi il rischio che qualche nuovo De Gregorio o qualche nuovo Pisicchio si affaccino.
L’esordio di giovani indipendenti come Luigi De Magistris e Sonia Alfano tracciano tuttavia il preludio al rinnovamento. La loro credibilità politica sta per essere messa alla prova nel parlamento di Bruxelles di qui a qualche anno. Quanto all’esclusione di Carlo Vulpio ritengo dovrebbe ripercorrere la sua condotta tenuta in campagna elettorale, che ha creato qualche malumore dentro le correnti dello stesso partito di Di Pietro. Imputare forme di responsabilità alla società Casaleggio, come scritto nel suo blog, è uno sbaglio madornale. Beppe Grillo ha scelto di sostenere De Magistris e Alfano a titolo personale, senza che qualcuno di Casaleggio ci abbia messo becco. Lo dico pur non avendo perso la stima nei suoi confronti visto che l’ho votato, e visto che fallita l’impresa europea non ha accettato incarichi di ripiego. A dimostrazione della sua indipendenza e della sua buona fede e col rimpianto che Bruxelles è orfana di un giornalista italiano valido.
Per il resto la via del patibolo al piduismo e alla mafia istituzionale sono nelle mani dei giovani che si informano in Rete. Sono loro che devono scendere in campo ed esporsi per dare il proprio contributo a ricostruire questa società malata di televisione e di corporazioni corrotte. A partire dai giornalisti.
Ci sono intere generazioni e intere borgate da alfabetizzare, alle quali insegnare che non si butta la carta per terra perché l’educazione civica è la base per garantirsi rispetto necessario alla convivenza sociale.
Ci sono giovani che non conoscono i loro diritti di cittadini pensanti. Addomesticati da Maria De Filippi credono che i problemi siano le vicende sentimentali di quei loro coetanei che spacciano la chiave della felicità nei muscoli e nelle mascelle dopate in primo piano.
Gli italiani hanno bisogno di capire che per vivere in società bisogna pensare agli interessi della collettività, non solo al proprio tornaconto personale. Gli italiani non sono stupidi. Troppi di loro sono disinformati. Potrebbero ragionare e capire da soli se fossero informati. E’ sempre questione di numeri.
In una società in cui anziché leggere si guarda la televisione ci vuole pazienza. A meno che qualche editore puro voglia investire ancora qualche anno nel tubo catodico finché detiene la maggioranza dei numeri. Giusto per alfabetizzare i telespettatori della De Filippi all’uso della Rete e ai loro diritti costituzionali fondamentali. Con la sola rete ci vorrà più tempo. Casini e il Pd tutto ciò lo sanno. Fin che possono si parano il culo con l’ignoranza e l’egoismo dei loro elettori. Mentre il corruttore fa impunemente il virile senza preservativo.
…vedi che Berlusconi non usa il preservativo…
I magistrati di Milano non potranno utilizzare le intercettazioni telefoniche del 2005 contro i senatori Nicola Latorre (Pd) e Luigi Grillo (Pdl): il primo come persona a conoscenza dei fatti Bnl-Unipol, il secondo indagato nell’ambito della cessione della Banca Popolare di Lodi e sul ruolo svolto dal governatore dell’epoca di Bankitalia, Antonio Fazio.
L’Assemblea del Senato ha approvato, con i voti contrari dell’Idv, la restituzione degli atti alla magistratura ordinaria.
La decisione ricalca quella del parlamento europeo nei riguardi di Massimo D’Alema, europarlamentare all’epoca delle intercettazioni autorizzate da Clementina Forleo.
Insomma, mentre i parlamentari la fanno franca, l’ossessione del governo piduista di vietare col ddl alfano le intercettazioni e il loro utilizzo da parte dei giornalisti sarà oggetto di esame da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo
A darne notizia sono 3 ricercatori della facoltà di giurisprudenza della Università Federico II di Napoli: Luigi Della Corte, Raffaele Paudice, e Irene Vozzo.
Lo hanno annunciato in un incontro pubblico cui hanno preso parte alcuni docenti universitari ma anche il segretario dell’Usigrai Carlo Verna, promotore dell’iniziativa, il presidente della Fnsi Roberto Natale, il presidente dell’Unione cronisti Guido Columba, il portavoce di Articolo 21 Giuseppe Giulietti e il segretario nazionale dell’Odg Enzo Iacopino, che ha annunciato disobbedienza civile.
Nel nuovo secondo comma dell’articolo 115 c.p.p. è prevista la sospensione dalla professione, concepita in modo da cancellare le garanzie previste dalle norme generali a favore dell’incolpato.