Il corruttore viene contestato in ogni uscita pubblica, mentre i suoi servi in parlamento se la danno a gambe quando per la strada incrociano qualcuno che gli fa domande.
I media diretti da vegetali come Augusto Minzolini sono megafoni della suburra in doppiopetto che scorreggia leggi incostituzionali ogni giorno.
L’ultima, disegnata dalla valligiana Carolina Lussana, prevede che da internet scompaiano le notizie biografico-giudiziarie dei parlamentari condannati come Bossi, Borghezio o Maroni. Una legge semplicemente idiota perché inapplicabile.
Carolina Lussana è una parlamentare della Lega Nord che esegue gli ordini impartiti dalle escort del corruttore verdi ramarro che bivaccano nella suburra. Tutti firmati col fazzoletto verde sul giacchino, addestrati a dribblare le domande dei giornalisti dichiarando espressamente che non rispondono. Lo ha fatto con me oggi Roberto Simonetti, l’unico che ho visto uscire da Montecitorio durante le mie 2 ore di presidio. Quando ha visto la videocamera avvicinarsi ha tentato di coprirsi la faccia per la vergogna.
Invece il ministro della Pubblica vergogna Renato Brunetta appena mi ha visto mi ha cantato un sonoro buongiorno e alla vista della videocamera al servizio della rete è corso verso l’ingresso di Montecitorio come il topolino speedy.
Savino Pezzotta dell’Udc se avesse previsto l’intervista che gli ho proposto avrebbe cambiato direzione molto prima. Alla domanda su cosa ne pensa del fatto che 2 giudici della Consulta abbiano invitato a cena il corruttore impunito per discutere di Lodo Alfano ha risposto di non saperne nulla.
Il video è una modesta dimostrazione di quale classe dirigente abbiamo a Roma. Vorrei lo vedessero tutti i leghisti, tutti gli udicini e tutti quelli che sabotano le urne.
Vorrei che ogni giorno qualcuno, oltre a me, si avvicendasse al presidio perenne di Montecitorio e anche al Senato per sbugiardare i mercanti della suburra in giacca e cravatta.
Siamo oltre ogni limite tollerabile per qualunque civiltà. Ci facciamo pigliare per il culo da 4 servi che scappano pagati per rovinarci la libertà. Povera Italia di merda.
Il corruttore continua a ripetere che il suo governo è stabile. Dice che è logico cogliere l’invito di Napolitano a calmare le polemiche. Poi in merito al G8 parla dell’Iran. Dice che nei confronti del paese islamico potrebbero scattare sanzioni.
Intanto la procura di Bari indaga sui festini alla cocaina a Villa Certosa. Lo specialista in protesi Tarantini potrebbe aver detto al pm titolare dell’inchiesta qualcosa di molto pericoloso per il corruttore. Chessò, che la coca se l’è sniffata pure il presidente del consiglio, oppure che il presidente del consiglio sapeva e vedeva senza curarsi che in casa sua, durante i suoi festini, circolava la roba.
Se così fosse, per pura logica, dovremmo solo aspettarci che da un momento all’altro quel pm convochi il presidente del consiglio per chiedergliene conto, col rischio che esca da quella procura indagato pure per spaccio di sostanze stupefacenti. Se questo succedesse alla vigilia del G8, vorrei vedere la faccia di Obama in procinto di arrivare a L’Aquila, sapendo che si siederà al tavolo con un corruttore indagato dalla magistratura del suo paese per droga!
Ecco la paura folle del corruttore e dei suoi servi al governo. Ecco le frasi a pappagallo sulla stabilità di governo. Ecco l’apprezzamento dell’appello di Napolitano.
Il corruttore non entra nel merito dei festini a base di coca perché non sa cosa dire. Non può dimostrare di esserne estraneo. Perciò non si dimette da capo di governo per mettersi a disposizione dei giudici. Perché la loggia P2 è la campana di vetro che lo ha traghettato fin dov’è oggi. A capo di un governo alleato con la mafia che tira a campare, ben sapendo che ogni giorno che passa è un giorno guadagnato.
Ma è solo un’illusione. Perché ogni giorno che passa è sempre peggio per questo governo. Gli italiani che si svegliano in rete, oppure accecati dai morsi della fame che sta portando la crisi economica, aumentano tutti i giorni.
Avanti cara procura di Bari! Attendiamo di vederne delle belle.
Proseguono con cadenza settimanale le udienze del processo d’appello al tribunale di Palermo per Marcello Dell’Utri, imputato di concorso esterno in associazione mafiosa, per il quale nel dicembre del 2004 in primo grado è già stato condannato a 9 anni di carcere e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici.
Venerdì scorso il procuratore Antonino Gatto aveva depositato i verbali di 2 intercettazioni telefoniche distinte, nelle quali alcuni indagati per mafia dicevano che Dell’Utri era un nome da non pronunciare in nessuna occasione, era una figura chiave per ottenere appalti, e richiesto l’acquisizione delle bobine come materiale probatorio.
Ebbene, in questa udienza i giudici, dopo 2 ore di camera di consiglio, hanno rigettato le richieste del procuratore perché ritenute irrilevanti. Nell’ordinanza si legge che non c’è prova che quei colloqui abbiano portato a sviluppi ulteriori.
Questo significa che il processo continuerà col materiale probatorio già acquisito e che ha già portato alla condanna in primo grado.
Alla prossima udienza, prevista il 10 luglio, se non si presenterà in aula a sorpresa Marcello Dell’Utri per rilasciare dichiarazioni spontanee, ci sarà la requisitoria del procuratore Antonino Gatto. Quindi pausa estiva fino all’udienza del 25 settembre, cui ne seguiranno almeno altre 10 già calendarizzate fino a dicembre, sempre di venerdì.
La sentenza d’appello di questo processo potrebbe arrivare entro Natale.
Dall’inizio del 2009 sono 516 i giornalisti prepensionabili, 1.950 quelli che hanno 59 anni di età e 35 anni di contributi. Perciò i conti dell’Inpgi (L’Inps dei giornalisti) sono a rischio assieme agli editori, che con tutta probabilità si vedranno aumentare di almeno 6 punti percentuali il gettito previdenziale per i loro dipendenti.
La crisi dei giornali è sempre più grave. Il quotidiano Il Messaggero, per esempio, da oggi è uscito senza le firme dei suoi redattori che protestano per la rottura delle trattative sul piano di crisi imposta dall’azienda. Nel quotidiano del suocero di Casini sono a rischio 48 posti di lavoro, la chiusura di 2 redazioni e pesanti sacrifici economici per l’intera redazione.
Quanto a Repubblica e Corriere Carlo De Benedetti ha annunciato che “dai primi di luglio partirà una riduzione del personale“.
Le entrate pubblicitarie calano senza spiragli di ripresa. Si vendono meno giornali, quindi gli editori sono costretti a diminuire i costi con meno pagine e meno giornalisti.
A Bari il presidente dell’associazione italiana stampatori di giornali Paolo Paloschi, nella giornata di apertura della 12esima conferenza internazionale per l’industria editoriale e della stampa italiana, ha detto che gli articoli sui giornali dovranno essere per forza più incisivi e sintetici, scritti da pochi collaboratori in redazioni snelle, in un contesto di distribuzione razionalizzata e con costi di agenzie per le foto ridotti al lumicino.
Intanto il governo, per voce del capo del Dipartimento per l’informazione e l’editoria della presidenza del Consiglio Elisa Grande, consapevole della necessità di assicurare al mondo dell’editoria “una riforma strutturale di sistema condivisa” ha detto che “la presidenza del Consiglio sta facendo i salti mortali per trovare i fondi necessari per assicurare il pagamento dei contributi diretti per il 2009″. Proprio nelle ore in cui a Montecitorio è stato approvato il reintegro di 70 milioni per il fondo per l’editoria per il 2009 e altri 70 per il 2010.
Con la scusa che la crisi sia “occasione per riflettere sul complesso di inferiorità che la stampa vive rispetto a Internet e alla tivù“, si è ormai preso atto che è cambiata la tempistica delle notizie e anche le modalità. Il ruolo di Twitter nelle vicende dell’Iran è soltanto l’ultimo esempio.
Intanto, di seguito, l’elenco degli esuberi (in leggero difetto) in alcune redazioni italiane:
Corriere della Sera 91
Periodici Rcs 90
Mondadori 90
Repubblica 60
La Stampa 60 (34 prepensionati)
Il Messaggero 48
Poligrafici 34
Il Sole 24 Ore blocco del turnover per 30 posizioni.
Il Mattino 33
Apcom 30
Agi 21
Tuttosport 19
Gazzettino 17
L’Unità 17
Liberazione 19
L’Arena e Giornale di vicenza 12
Telereporter 12 redattori su 23 in cassa integrazione
Conti Editore 12
L’Eco di Bergamo 9
Provincia di Como 9
La Prealpina 6
La Cuba editori 10 contratti di solidarietà
Olympia 4
Agr 6
Il giudice Giacomo Barbarino del tribunale di Partinico “assolve Maniaci Giuseppe dal reato di esercizio abusivo della professione giornalistica perché il fatto non sussiste“.
Si chiude così uno dei processi italiani più stravaganti, con protagonista il conduttore dell’emittente siciliana Tele Jato, noto per il suo essere “in prima linea nel diffondere la cultura della legalità e dello Stato, in una regione come la Sicilia densamente mafiosa ed impregnata di sotto cultura mafiosa” si legge nelle motivazioni della sentenza.
L’inchiesta della Pm Paoletta Caltabellotta era partita dopo una denuncia anonima, in cui si accusava Maniaci di svolgere abusivamentre il ruolo di giornalista perché sprovvisto del tesserino professionale e di conseguenza dell’iscrizione all’Albo dei giornalisti.
Maniaci è uno dei pochi personaggi televisivi che durante le sue dirette snocciola nomi e cognomi, fatti e antefatti di Partinico e di tutto il bacino di comuni fra Palermo e Trapani, ad alta infiltrazione mafiosa. Zone coperte da Tele Jato.
Le sue denunce senza sconti gli sono costate numerose querele, intimidazioni, minacce, atti vandalici alla sua auto, e in un caso anche un aggressione fisica vera e propria, da parte di esponenti di famiglie coinvolte in indagini e inchieste di mafia.
Per questi motivi da ormai molti mesi Pino Maniaci è scortato da due carabinieri che presidiano l’ingresso all’emittente da quando entra fin quando esce.
Nonostante il processo si sia risolto con rito abbreviato in sole 3 udienze, Maniaci non ha mai interrotto le sue trasmissioni. Anzi, anche oggi, dopo la sentenza, non ha atteso tempo per annunciare in diretta la sua assoluzione da ogni accusa di giornalista abusivo.
Il giudice scrive che “l’attività di Tele Jato si è caratterizzata per le sue campagne contro Cosa Nostra e per la sua opera di informazione in settori come l’ambiente, le speculazioni sul territorio” e scagiona da ogni accusa Maniaci “in virtù di una sentenza della Corte costituzionale del 23 marzo 1968, che chiariva che l’appartenenza all’Ordine dei giornalisti non è condizione necessaria per svolgere l’attività giornalistica“.
L’Italia brulica di uffici complicazioni cose semplici. Un elenco sterminato, impossibile da raccontare tutto in un giorno. Leggi e normative, spesso, servono proprio a questo.
Un esempio lo racconto oggi nel video. Quello dei cianciaoli di Palermo. Il governo delle puttane e delle leggi incostituzionali, col decreto emergenza rifiuti in Campania, li ha messi tutti fuorilegge.
I cianciaioli, 400 piccoli imprenditori con partita Iva censiti nel solo capoluogo siciliano, sono come i rottamai o gli straccivendoli del Nord. Si occupano di differenziare i rifiuti ammassati nelle strade per rivenderli ai consorzi come materia prima. Latta, ferro, cartone, stoffa sono oro per questi autentici operatori ecologici.
Da quando rovistando i cassonetti rischiano l’arresto e il sequestro del loro moto Ape a Palermo l’emergenza rifiuti è scoppiata.
Il sindaco berlusconiano Diego Cammarata ha revocato anche l’ordinanza che prorogava di 6 mesi la loro posizione.
Gabriele è uno di loro. Un cianciaiolo che ho conosciuto per caso venerdì scorso, mentre stavo documentando le discariche sparse per Palermo e quella gigantesca, nascosta in cima a un monte sopra la città dove a fianco ci pascolano pure i bovini che poi arrivano sulle nostre tavole.
Mi ha raccontato la sua storia e quella di centinaia di famiglie disperate, rimaste senza il loro lavoro perché un decreto governativo votato da parlamentari condannati per collusione con la mafia, li ha resi fuorilegge.
Dimenticato il fallito referendum dello spreco, oggi i giornali danno gran visibilità ai ballottaggi comunali e provinciali che si sono filati soltanto una sparuta minoranza di italiani.“Milano e Venezia al centrodestra” scrive il Corsera a tutta pagina, come a voler restituire una “serenissima” pace al corruttore e ai suoi servi tutti nascosti dall’imbarazzo e dalla vergogna. Compreso quel Bossi il cui partito ha piazzato una delle sue candidate nella provincia del capoluogo veneto. Repubblica sceglie la finta par condicio con “Milano al Pdl, Pd vince al centrosud”.
Ma si tratta di governi di provincia, enti inutili, farraginosi, costosi e per burocrazia da salotto, che come per i candidati sindaco si legano alle persone e alle loro promesse locali. Per altro a Milano il berlusconiano Podestà ha spodestato Penati solo dopo aver penato la poltrona per meno di mezzo punto di vantaggio. Fin troppo ottimista ieri il nuovo presidente a fregarsi le mani in anticipo perché “i leghisti si erano recati tutti alle urne”. Se aggiungiamo che Penati ha avuto più voti a Milano città la sindaca Moratti si preoccuperà.
Per il resto delle 62 province governate dal centrosinistra ne sono passate altre 24 al centrodestra, mentre nei 30 comuni capoluogo la tendenza si è invertita: da 14 i nuovi sindaci di centrosinistra sono diventati 25. Il verbo trionfare ha un altro significato: “ottenere una grande vittoria” o “godere gli onori del trionfo” scrive lo Zingarelli.
Nessun collega ha avuto la decenza di scrivere ciò che è stato davvero. In questi ballottaggi non si è fatto altro che spiluccare qua e là una poltrona in un tiro alla fune disertato dalla trionfante insofferenza degli italiani al ciarpame politico. Sfregiati dalla censura e violentati dalla disinformazione. Augusto Minzolini (o Menzognini) in questo si rivela un maniaco imbattibile al Tg1.
Ma si sa che già da oggi il tutto servirà ai soliti tronisti dei dibattiti televisivi per auto celebrarsi. Soprattutto a quelli del corruttore, dal cui harem di villa Certosa spunta pure un transessuale. Chissà, forse tradito a sua volta da qualche promessa non mantenuta in tema di Pacs o Dico per le coppie di fatto. O forse solo un ambiziosa controfigura di Luxuria.
Rimane il ricordo del baccano che fece Raiset ai danni di Silvio Sircana, portavoce di Prodi durante il suo governo, quando fu pizzicato su un viale romano a parlare con un trans dalla sua macchina. Si indignarono tutti i ciellini: da Maurizio Lupi a Maurizio Belpietro col suo organo sessuale. I pennivendoli servi del corruttore scordano che quando si è personaggi pubblici lo si è sempre. Sia nel proprio letto che al cesso. A proposito, dicevo di Menzognini…