La primavera di fuoco è cominciata. L’Europa è in subbuglio. In Francia gli operai creditori degli stipendi hanno cominciato a sequestrare i datori di lavoro.
In Grecia ogni giorno si contano disordini, dalla Tessaglia al Peloponneso, Atene compresa. Quelle poche agenzie che si leggono in merito, dicono che ce l’hanno ancora coi poliziotti che hanno ammazzato un ragazzino qualche mese fa. Ma in realtà i riottosi sono tutti disoccupati.
L’Ungheria è sul baratro. Il primo ministro si è dovuto dimettere. L’Austria è sull’orlo del precipizio. Le sue maggiori banche hanno crediti con i paesi dell’est di importi che vanno ben oltre la ricchezza totale annuale prodotta dal paese asburgico.
Lettonia e Lituania sono nel caos. La Romania vacilla assieme al governo bulgaro.
La Spagna ha il primato europeo di nuovi senza lavoro dell’ultimo anno. In Svezia chiudono decine di aziende e la disoccupazione si fa sentire, esattamente come in Norvegia.
In Italia ogni giorno ci sono dirigenti e capi azienda che fanno richiesta di cassa integrazione: 30 operai qua, 20 impiegati là e via di questo passo. Aziende senza commesse, cariche di debiti e di crediti che non riescono più a pagare gli stipendi ai loro dipendenti. E di conseguenza l’erario.
La cassa integrazione la paga l’Inps ma se all’Inps entrano meno soldi di quelli che devono uscire, fra un po’ la cassa integrazione non si pagherà più. Susanna Camusso, leader della Cgil, ha detto che il crack delle casse integrazioni avverrà fra 2 mesi.
Intanto i furtarelli di prosciutto e aranciate nei supermercati sono in sensibile crescita. I nuovi ladri sono giovani precari, madri con bebè a carico e pensionati.
In tutte le città ci si arrangia come si può. A Roma, addirittura a fianco del Senato dove si fanno le leggi, c’è un cantiere edile in cui lavorano, fra gli altri, pensionati a nero perché il loro introito “sociale” non basta per vivere.
Berlusconi si dice preoccupato. Alla buon’ ora. Quando è ormai tardi.
L’economia dovrà rivoltarsi come un calzino ma per farlo dovrà lasciare sul campo delle vittime. La storia lo insegna.
Io spero in una crisi forte, fortissima. Peggiore sarà, prima cadranno Berlusconi, Alfano, Dell’Utri e Schifani.
Viva la crisi.
Pino Maniàci, conduttore antimafia dell’emittente siciliana Telejato, è stato rinviato a giudizio per esercizio abusivo della professione giornalistica. Se l’Italia fosse un Paese normale un provvedimento di questo tipo dovrebbe riguardare centinaia di conduttori di notiziari non giornalisti, magari assieme all’editore Silvio Berlusconi che per anni ha fatto trasmettere Rete 4 senza concessione delle frequenze.
Comunicazione e informazione in una democrazia sono libertà, che non può essere sottoposta a tesserini. In un paese normale la libertà di comunicare è un diritto di tutti, e se fra loro c’è qualcuno come Pino Maniàci, (anzi l’unico in Sicilia) che fa nomi e cognomi di mafiosi e/o presunti tali su un’emittente locale, dovrebbe avere maggiori tutele in un’area difficile come la sua, e magari essere invitato su qualche canale nazionale. Invece viene rinviato a giudizio per un reato ridicolo e liberticida, mentre, magari, i mafiosi che cita se la ridono liberi o latitanti.
La mia solidarietà a Pino, in attesa che esca da questo processo da assolto.
Forza Italia è la P2 evoluta. E’ il partito del golpe bianco che ha vinto il consenso politico dell’Italia grazie alla manipolazione e al controllo degli organi di informazione.
Forza Italia è il partito dopato dalle “bombe” che hanno eliminato anticorpi come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Berlusconi ha eseguito il sogno di Eugenio Cefis, numero uno di Eni e Montedison degli anni ‘60 nell’era post Mattei, secondo il Sismi il fondatore della Loggia P2, il primo a capire che per godere incontrastati del consenso nazionale non era necessario spargere sangue come fece fare per il suo predecessore Enrico Mattei nel 1962. Non era necessario andare a segno col “Piano Solo” progettato dai Carabinieri nel 1964. Non era necessario attuare il “golpe borghese” come si tentò di fare con la regia di Licio Gelli nell’inverno del 1970.
Bastava, appunto, conquistare “democraticamente” il controllo dei giornali.
Eugenio Cefis non riuscì a mettere le mani sul Corriere della sera di Piero Ottone, il “sinistroide” che dava spazio in prima pagina agli editoriali del “frocio comunista” Pierpaolo Pasolini. Pestato a morte da un commando composto dai fratelli Franco e Giuseppe Borsellino, fascisti militanti della sezione Msi del Tiburtino, come ha rivelato nel settembre scorso l’ex giovinetto marchettaro Pino Pelosi, l’unico ad aver pagato col carcere il violento omicidio di Pasolini, che con tutta probabilità, a 17 anni, magro e smilzo com’era, potrebbe non aver mai commesso. Pelosi sembra sia rimasto in galera dopo aver ceduto alle minacce che gli sarebbero state rivolte dai veri assassini del giornalista. I nomi dei fratelli Borsellino, Pelosi, li ha fatti soltanto ora che sono morti entrambi di aids, ma nel plotone di esecuzione potrebbe anche esserci stato Giuseppe Mastini, detto Jhonny lo Zingaro, (vivente) in una trappola premeditata. (Ansa)
Omicidio che risale al 1975, periodo in cui Pasolini stava completando “Petrolio” che faceva luce sul ruolo di Eugenio Cefis, personaggio chiave per capire a che punto era già arrivata la degenerazione della politica italiana. Periodo in cui il Corriere era già diretto dal piduista Franco Di Bella (tessera 1887) e che accettò passivamente il teorema della brutta storia tra froci.
Pasolini fu il primo a collegare l’attentato all’aereo di Enrico Mattei, alla strage di piazza Fontana, e ad altre stragi misteriose dell’Italia degli anni di piombo. Con la complicità silenziosa dei Giulio Andreotti e degli Amintore Fanfani, Pasolini era un personaggio scomodo come il giornalista Mauro De Mauro, rapito a Palermo 5 anni prima, nel 1970 e mai più ritrovato. Stava scrivendo i dettagli dei movimenti degli ultimi 2 giorni di vita siciliani di Enrico Mattei, da consegnare al regista Francesco Rosi, che stava preparando un film sulla vicenda. Enrico Mattei, decollato il 27 ottobre 1962 col suo aereo privato dall’aeroporto di Catania, morì assieme al suo pilota e a un giornalista americano nell’aereo che esplose in volo e andò a schiantarsi in fiamme sui prati di Bascapè, a pochi chilometri dalla pista di atterraggio di Linate.
Attentato dietro il quale si nasconderebbe Eugenio Cefis, ex compagno di partigianeria dello stesso Mattei che volle al suo fianco alla guida di Eni. Lo stesso Cefis che, da numero 2 di Eni, fu licenziato in tronco da Mattei 9 mesi prima del disastro, dopo averlo colto in flagrante a sbirciare documenti aziendali riservati nel suo ufficio.
Enrico Mattei era potente, era l’uomo del petrolio che stava indirizzando la politica del suo mercato col nord Africa e col Medioriente, in totale contrasto con l’alleata America tanto cara alla Democrazia cristiana. Che vedeva minacciato il suo dominio nell’Italia vaticana da un ricco industriale, poco docile ai ricatti e per nulla americanista.
Le inchieste sulla fine di Mattei sono finite tutte in nulla. Un rapporto della Guardia di Finanza citata dal pm di Pavia Vincenzo Calia, dice che una delle società accomodanti della Edilnord centri residenziali di Umberto Previti (papà del corruttore di giudici Cesare) già Edilnord Sas di Silvio Berlusconi & c. con sede a Lugano, si chiama Cefinvest.
Eugenio Cefis, intanto, ha guidato l’Eni prima, e la Montedison poi. L’azienda che ha cavalcato le mire federaliste della Lega Lombarda di Gianfranco Miglio, caro amico di Cefis.
Da Cefis a Gelli, fino al Berlusconi odierno: espressione liftata della degenerazione istituzionale e democratica che ha raggiunto l’Italia. Le decine di milardi in tangenti versate sui conti svizzeri di Bottino Craxi, di cui i figli deputati godono ancora oggi la rendita, sono servite a creare le televisioni del consenso Fininvest, assieme al controllo della Rai.
L’ultima nomina alla sua guida di Paolo Garimberti “gradita a Berlusconi” che non crea né scandalo né rivolte fra gli italiani, è la dimostrazione che il Piano di rinascita piduista è andato a segno senza divise e senza armi. Assieme alle bugie che testate allineate come “Il Giornale” e il Corriere stesso continuano a sfornare quotidianamente.
Ernesto Galli “della Loggia” oggi, in prima pagina, in merito al discorso di Berlusconi al suo congresso romano scrive che “Craxi, non a caso, è solo un amico personale del presidente del Consiglio che in pratica ha il solo merito di averlo anticipato nello sdoganamento della destra..” Galli della Loggia lo invito a un vaffanculo.
Intanto, alla luce di ciò che hanno scritto Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza in “Profondo nero” edito da Chiarelettere, la criminologa Simona Ruffini e l’avvocato Stefano Maccioni hanno presentato al Procuratore della Repubblica di Roma, Giovanni Ferrara, una istanza per chiedere la riapertura delle indagini sulla morte di Pierpaolo Pasolini. Richiesta che giunge al termine di una loro inchiesta che combacia con le conclusioni del libro, in cui si ipotizza una connessione tra l’omicidio di Pasolini, Mauro De Mauro ed Enrico Mattei.
Gli accertamenti tecnici scientifici che si possono fare oggi, permetterebbero di far luce su tanti aspetti mai chiariti dell’omicidio di Pasolini. A cominciare dalle macchie di sangue (secche) rimaste sulla sua camicia, custodita ancora oggi al museo di criminologia di Firenze.
Non capisco cosa si sia atteso finora ma capisco che ora Berlusconi predica pieni poteri per arrivare al Quirinale. Non capisco che tipo di libertà e di liberalismo abbia raccontato da quel palco della fiera di Roma Silvio tessera Loggia P2 1816, ma capisco che il golpe bianco, per ora, è andato a segno ed è ormai rodato. L’Italia è tutta da rifare. Forza Italia!
Gianfranco Fini e l’etica dei doveri che “dovrebbe” (condizionale) “essere i cittadini come esempio alla comunità nazionale”. Inizia così la parte finale del discorso del presidente della Camera al congresso del popolo delle laidità, dal pulpito dei governanti specialisti in leggi incostituzionali, che usano l’etica dei doveri per pulirsi il culo.
Gianfranco Fini e il “caro Silvio che gli chiede di riscoprire il ruolo dell’educazione civica”. Sì, lo stesso Silvio dei condoni che hanno favorito la diseducazione civica.
Gianfranco Fini e il suo uditorio di “fessi”. Detto proprio così, in faccia agli italiani vecchio-giovani. Insomma, il furbo che riconosce ai fessi di essere stati dalla loro parte. E infatti i fessi applaudono.
In quei “10 15 o 50 eroi anonimi che rispettano le leggi”, si sintetizza tutta la stima che Fini ha degli italiani e dei suoi elettori che lo applaudono. Non a caso l’inquadratura del video va subito sull’imputato Altero Matteoli.
Per Fini la società che verrà avrà bisogno di istituzioni laiche ma rivendica subito l’identità cattolica. Un affastellamento di frasi contradditorie in cui Fini sogna “uno stato laico che non c’è perché il piduista ha stretto il patto di sangue col vaticano”. La legge bastarda che vieta alle persone di rifiutare le cure, targata Maurizio Lupi e Paola Binetti, è soltanto l’ultimo affronto all’etica dei doveri, all’educazione civica, e alla civiltà.
Fini, in piena crisi economica, parla di Dio e di laicità come “garanzia anti ideologica” e ammette di essersi piegato a 90 gradi per i piaceri di comunione e liberazione, votando la porcata sul testamento biologico di stato mafiocratico, che consegna ai tubicini il compito di fare da trat d’union fra la morte nel letto e la morte con degna sepoltura.
Fini riconosce che la legge sul testamento biologico di stato ha imbalsamato la libertà dei cittadini sovrani, di decidere che fare della propria esistenza.
Mister parrucchino piduista, seduto in prima fila, annuisce sorridente.
Fini riconosce “l’enorme consenso e di capacità organizzativa grazie al carisma del suo leader”, ma omette di ricordare le tangenti che quel kapo carisma pagò a Bottino Craxi, al fine di permettergli di costruire il consenso televisivo in barba alle leggi e alla Costituzione.
Nel dire “dobbiamo impegnarci per avere le idee giuste dell’Italia di domani” Fini riconosce ai suoi di essere fuori strada. Rivendica la “lealtà” che egli stesso, piegandosi a 90 gradi, ha dato al piduista e alla chiesa in tutti questi anni.
E chiude il suo triste epitaffio con un “viva il popolo della libertà” tradotto “viva i fessi che fino a 120 anni voteranno anche da vegetali attaccati a tubicini e cannette.
Il commiato di Gianfranco Fini dal pulpito delle laidità non poteva che finire con un “vasa vasa” sul cerone del piduista, che saluta l’uditorio di fessi con una bella frase sgrammaticata sugli ideali.
Frittata è fatta.
Si informi! E’ l’ordine che mi impartisce Pierferdinando Casini, leader dell’Udc (unione dei condannati) al famigerato ingresso di Montecitorio, dopo che gli ho chiesto conto dei motivi che l’hanno spinto a traghettare in Senato il condannato favoreggiatore (di indagato di mafia) Totò Cuffaro, oltre che per aver dato copertura parlamentare a pregiudicati come Vito Bonsignore e inquisiti come Aldo Patriciello e Lorenzo Cesa. Quest’ultimo, secondo Casini, il vero leader del suo partito di ispirazione cattolica.
La tecnica dell’ex presidente della Camera è quella tipica dei ciellini. Di fronte alle domande gridacchia e starnazza senza rispondere nel merito.
La tecnica prevede di deviare con le balle come accade a Ballarò. Ma Aldo Patriciello “passato al Pdl come Vito Bonsignore” hanno avuto guai con la giustizia quando militavano nell’Udc. Non a caso il passaggio al popolo delle laidità è il premio benedetto di Berlusconi per condanna ricevuta, o per santa inquisizione.
Casini predilige il casino, non il confronto. Davanti alle domande fa il paonazzo e quando non sa cosa rispondere scomprare dietro la solita porticina magica di Montecitorio. Con la benedizione di Cesa, corriere delle tangenti dell’ex ministro Prandini.
A proposito: l’Udc cerca un nuovo leader, possibilmente giovane. Informatevi! che Alcide De Gasperi, nella sua tomba, si è già rivoltato.
Roma, piazza Montecitorio, l’attore e deputato Luca Barbareschi si dirige verso l’ingresso della Camera. Io lo scorgo all’ultimo istante, accendo la videocamera per registrare un’intervista volante senza copione.
La prima curiosità che mi viene di soddisfare è di sapere se l’onorevole attore intende perdere altro tempo per querelare Youtube.
Barbareschi, finge di non sentire, poi, all’ingresso della Camera, nella gentile insistenza riconosce la mia voce. Si gira e mi viene incontro per dirmi che si ricorda che “gli ho dato dell’imbecille“. Ma si sbaglia, forse in malafede. Glielo dico subito che io, imecille, non l’ho mai detto a nessuno. Men che meno a lui, che a differenza di un imbecille ha trovato il modo per arricchirsi alle spalle degli italiani, non solo da deputato fra i più assenteisti, ma anche da starletta per flop Rai.
Semmai, ora che ci penso, imbecille me lo ha detto il suo collega “fuso di partito” Maurizio Gasparri all’aeroporto di Cagliari.
In realtà Luca Barbareschi con quel comportamento mostra un arrogante imbarazzo, e siccome non sa come affrontarmi recita. Come sul set. Lui, da perfetto incompatibile compatisce me. Crede che i riflettori della mia videocamera valgano una carezza, come se il sottoscritto fosse un bimbo. Ma purtroppo è costretto a rendersi conto che il sottoscritto non perde il filo del discorso. Quindi Barbareschi riprende la strada verso l’ingresso di Montecitorio come fosse una passerella. Senza rispondere alla mia domanda.
Il tempo che rimane prima che il divo di mia nonna scompaia dietro la porta è troppo breve per incalzarlo ulteriormente. Mi sarebbe piaciuto un dialogo sereno e senza ciak prestabiliti, ma la Camera (senza video) lo ha messo al riparo da figuracce.
Non si lagni Luca Barbareschi, ci sarà una nuova occasione per riprendere il filo delle domande. Nella speranza che non ricordi solo i copioni delle fiction, ma anche di essere un comune attendente di Berlusconi, oltre che un dipendente degli italiani col preciso dovere di rispondere delle sue azioni da parlamentare. Perché Luca Barbareschi deve sapere che nemmeno gli italiani, se correttamente informati, sono imbecilli.
Strigliamo Luca Barbareschi. Invitiamolo a scegliere se fare l’attore o il deputato, possibilmente non a carico nostro. Da deputato ricordiamogli che controlleremo ogni sua mossa da cittadini vigili e dotati di pensiero. Invitiamolo a rendersi utile invece che sprecare energie per fermare la Rete, votando leggi liberticide e incostituzionali che finora sono servite soltanto a riparare dai processi il corruttore Silvio Berlusconi.
Ecco il suo indirizzo mail: barbareschi_l@camera.it

Galeotta fu una mail inviata ad una quarantina di persone in cui R. I. iscritto ad un’associazione culturale no profit, contestava la rinuncia di un altro membro. Che secondo quest’ultimo era stata scritta in maniera diffamatoria perché tra le righe si leggeva di “persona affetta da insanità mentale“, bisognosa di “aiuto e compassione” attribuendogli un “furto di idee“.
La vicenda, sfociata in una querela per diffamazione è finita in nulla. Il pm non ha ravvisato estremi del reato e il gip Vincenzo Alabiso ha accolto la richiesta di archiviazione. “Trattasi – scrive Alabiso – di forzature espressive che in una comunità intellettualmente evoluta, come quella degli iscritti all’associazione, sono prive di valenza diffamatoria dal momento che i destinatari potevano comprendere senza difficoltà il carattere iperbolico delle espressioni, qualificando perlopiù i limiti espressivi della fonte piuttosto che la personalità del querelante“.
Al querelante e a diversi componenti dell’associazione la sentenza è andata di traverso. Dicono che per offendere qualcuno e passarla liscia basta far parte di una “comunità intellettualmente evoluta“. Via libera dunque, paventano, alle diffamazioni come se le persone prese di mira nei circoli fossero mentalmente più progredite e, dunque, più capaci di “comprendere senza difficoltà“ affermazioni enfatizzate e non diffamanti.
Secondo il gip Vincenzo Alabiso, “ci sono modi di esprimersi che rientrano nel diritto di critica, costituzionalmente garantito, e non comportano offesa alla reputazione. Una persona di buon livello culturale è perfettamente in grado di distinguerli e di cogliere il senso figurato di una frase“.
Oggi a Roma ho incrociato Pierferdinando Casini e Luca Barbareschi. Il primo mi ha detto di essere un martire per aver portato in Senato il condannato Totò Cuffaro “votato dagli italiani” mentre l’attore, alla mia domanda se è vero che vuole querelare Youtube, mi ha riconosciuto dicendomi “ah lei è quello che mi ha dato dell’imbecille“. Ma si sbaglia.
Sotto, il video che gli dedicai la scorsa estate senza mai dire imbecille.
Presto il video dei 2 incontri.
Consiglio comunale di Mestre blindato dalle forze dell’ordine per un gruppo di cittadini che protesta contro un provvedimento a favore di una comunità Sinti, ai quali il comune vuole assegnare delle abitazioni.
Il referendum comunale che darebbe potere ai cittadini di scegliere se assegnarle non viene consentito. Ci pensa l’assessore comunale ai Servizi sociali a definire la protesta strumentale.
Vanno chiariti alcuni aspetti del problema partendo da un dato scontato: ossia che nessuno qui tollera forme di razzismo. Peccato però che il popolo si contaddica forse senza rendersene conto.
Il primo punto riguarda la paura del diverso. Il pregiudizio nei confronti del diverso è tipico di chi vive la realtà del proprio villaggio, credendo che tutto il mondo ruoti attorno al proprio villaggio. La paura del diverso è sintomo di ignoranza. Molto diffusa soprattutto al Nord.
Se la paura del diverso nasce dalla convinzione che è il primo a delinquere, significa che sa di poterlo fare e rimanere impunito. Perché sa di poterlo fare? Perché l’attuale casta che governa l’Italia non può permettersi una giustizia efficiente. In tal caso, la casta, sarebbe la prima a finire in galera assieme ai mafiosi, agli spacciatori di droga e ai delinquenti. Italiani e stranieri.
Chi è complice di questa casta che non si può permettere una giustizia che funzioni? La Lega nord, che con la Liga Veneta condivide la stessa radice politica nata nell’Italia del Nord: Roma ladrona, via gli stranieri, padroni a casa nostra.
Va detto che in Italia, con tanti bravi stranieri, purtroppo confluiscono i peggiori romeni, i peggiori albanesi, i peggiori arabi e i peggiori latinoamericani. La legge Bossi-Fini è rimasta inapplicata e inapplicabile per tutti i primi anni 2000, durante i quali la peggiore immigrazione clandestina in Italia ha fatto boom. Se le leggi che regolano i provvedimenti di espulsione sono stati fatti apposta per permettere ai clandestini di rimanere in Italia a delinquere impuniti, è merito anche della Lega.
Non mi risulta che qualche italiano abbia urlato “vergogna” all’ingresso di Palazzo Madama quando il governo Berlusconi ha regalato 140 milioni al comune di Catania, ha sbloccato altri 500 milioni al comune di Roma, senza considerare il comune di Taranto, con la compiacenza della Lega e della Liga (per ciò che ne rimane) alla faccia dei fondi che i sindaci del Nord non possono utilizzare per rispettare il patto di stabilità.
Non mi risulta che qualche italiano abbia chiesto la testa di quelli che hanno rubato i miliardi che dovevano servire a ricostruire le case distrutte dal terremoto dell’Irpinia. Case destinate a italiani.
Ecco, forse quella comunità Sinti senza casa, che parla con accento veneziano, rischia di pagare una matassa di equivoci frutto dell’ignoranza e della poca memoria di quegli stessi veneziani che hanno votato Lega e Liga, ergo Berlusconi, ergo mafia, ergo caos, ergo niente giustizia, niente leggi uguali per tutti e tanta impunità. Assieme a tanti italiani.