Lo spot Coca-cola rivisto oggi

SPOT COCA COLA

Questo celebre spot degli anni ’80, il più popolare della storia della Coca-cola, per ricordare la scomparsa del suo autore: l’inglese Bill Backer, passato alla storia per aver ideato lo spot antesignano del mondo multi-culturale e globale unito dalla Coca-cola, che era – ed è tutt’oggi – la bibita più famosa e più venduta al mondo. L’idea di uno spot “globale” gli venne diversi anni prima, nel ’71, osservando un gruppo di passeggeri dirottati in un aeroporto irlandese, che dopo gli imprechi per la nebbia che aveva impedito al loro aereo (su cui c’era pure Backer) di atterrare a Londra, si erano riuniti attorno a un tavolo aspettando il nuovo volo con una Coca-cola. L’idea che la Coca-cola potesse mettere d’accordo tutti, anche solo per pochi istanti, ispirò Backer a incaricare l’autore musicale dell’agenzia di marketing della Coca a trovare una melodia da associare allo spot della bevanda. Passati un po’ di anni, ecco l’impresa: 500 giovani reclutati in Gran Bretagna per realizzare lo spot natalizio sul dorso di una collina nei pressi di Dover. Budget: 150 mila dollari, che per l’epoca erano tanti. Ma dopo tre giorni di attesa per la pioggia incessante, lo spot non si potè più fare perché i soldi per trattenere le comparse e impegnare l’elicottero per le riprese finirono. La produzione decise di spostare il set a Roma, sul dorso di una collina della periferia nord, non lontana da Settebagni. Bill Backer partì da capo. Dovette reclutare 500 giovani di tutto il mondo nella capitale italiana da far sedere tutti vicini con in mano una candela. Tanto per cominciare, la ragazza in primo piano di inizio spot, fu reclutata in piazza Navona mentre girava con un passeggino. Per il resto fu un giro di reclutamento nelle ambasciate. Alla fine, ecco l’impresa: lo spot multi-razziale fu realizzato con una spesa lievitata a uno sproposito: 250 mila dollari. Ma ne valse la pena, data la popolarità planetaria che lo spot, e in particolare la melodia, acquisirono nel tempo. Tanto che le radio americane chiamavano l’agenzia per chiedere di realizzarci un singolo. Il singolo non fu mai fatto. Il fervore tecnologico di quegli anni – gli Ottanta proiettati ai Duemila con l’industria d’oro del pop – poteva permettersi anche qualche clamorosa rinuncia, o svista. Rimane l’idea-impresa di Bill Backer che se fosse da realizzare oggi, sarebbe un gioco da ragazzi: al posto delle ambasciate, basterebbe un giro a stazione Termini per trovare in mezza mattina l’intero mondo o un breve tam-tam su Facebook. Le costosissime telecamerone dell’epoca – il formato più in voga era il tre quarti, antesignano del Betacam – oggi sarebbero sostituite da videocamerine digitali che registrano su disco con pochi euro. Il montaggio che per l’epoca era un lavorone da studio su consolle analogiche in fase sperimentale e per specialisti che venivano assunti solo e soltanto nel ruolo di montatori, oggi verrebbe fatto in camera da letto da un ragazzino munito di Final cut o con Adobe-premier craccato. Il costosissimo elicottero necessario alla ripresa dell’albero natalizio umano che si vede a fine spot dall’alto, oggi sarebbe sostituito da un drone da 300 euro che in 5 minuti ti ripete la ripresa decine di volte. Lo spot della Coca-cola anni ’80, visto con gli occhi di oggi, fa proprio tenerezza. Noi che viviamo il mondo globale rimpicciolito dai telefonini e dall’immediatezza di internet. Noi che con la tecnologia fra le dita ci vediamo annullati i costi e l’economia ammazzata. Noi che quel mondo colorito e sorridente della multi-culturalità lo vediamo trasformato in ghetti di povertà e sfruttamento globale. Noi che invecchiamo ingobbiti su un tablet guardando la globalizzazione senza più emozioni, ri-guardiando e ri-ascoltiando quella melodia dello spot coca-cola degli anni ’80, riviviamo l’illusione del mito degli anni Duemila e ci chiediamo: ma siamo davvero migliorati? Addio a Bill Backer.

Il conflitto d’interessi del cardinal Bagnasco

angelo bagnasco

Papa Francesco raccomanda a parroci e vescovi sobrietà e ammonisce: “Bruciate le ambizioni di carriera e di potere. Rinunciate ai beni non necessari”. Il Papa parla all’assemblea della Cei presieduta dal cardinal Angelo Bagnasco. Che in tutta risposta cosa fa? Da presidente dell’Ente Ospedali Galliera di Genova, l’arcievescovo presenzia alla seduta in cui si delibera di destinare 25 mila euro a “Tv Sat 2000”, la televisione della Cei presieduta da Angelo Bagnasco. Perché questi soldi? Per la co-produzione di 10 puntate del programma “Il mio medico” condotto da Monica Di Loreto. “La produzione – si legge nella delibera – potrà essere usata dall’ente in sede locale ed il costo del progetto (25.000 euro) sarà finanziato con il fondo dedicato al Nuovo Ospedale, costituito essenzialmente dalle somme derivanti da lasciti e donazioni”. In sintesi, l’ospedale del cardinale paga spazi alla tivù del cardinale in pieno e palese conflitto d’interessi. Alla faccia della sobrietà e della povertà.

Le caxxate di Nadia Urbinati

NADIA URBINATI

Sarà servilismo, o forse la menopausa! Fatto sta che c’è da strabuzzare gli occhi a leggere la sessantenne Nadia Urbinati, sconosciuta ai più, ma assai riverita tra gli opinionisti dei giornali finanziati con i soldi dei cittadini e al servizio di editori in conflitto di interessi. Vikipedia definisce Urbinati un’accademica politologa che insegna Scienze politiche alla Columbia University di New York. Non appena su Repubblica scrisse “La retorica delle riforme“, l’ex premier Letta la nominò fra i 35 saggi delle riforme costituzionali. Sulle pagine del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari che definisce Urbinati “nostra autorevole collaboratrice che ha difeso con buoni argomenti il finanziamento pubblico dei partiti…”, ha alternato fondi di scienze politiche ad articoli di scemenze politiche. Da apprezzabili osservazioni su “La costituzione fatta a pezzi” (da Berlusconi), per via del “Cesarismo democratico” (di Berlusconi), contrapposto alla “virtù del dissenso” (Berlusconi al tramonto e ascesa dei sindaci rossi con Pisapia in testa), la Urbinati non s’è mai nascosta dietro una falce o un martello: lei gode quando vede rosso (comunista e di sinistra). Anzi, appena sente l’odore del rosso perde le staffe: da “Bersani diventerà l’Obama italiano“, fino alle sbausciate sulle chiappe di Renzi quand’era in procinto di sostituire Letta a Palazzo Chigi senza voti: uno che per Urbinati era “contro le dirigenze logore e attempate“, perché “Renzi interpreta meglio degli altri quel modello di ‘democrazia personale’ che non va confusa con autoritarismo“. Ora che Renzi vota in maggioranza con Verdini e che il cesarsmo renziano sulle riforme costituzionali ha preso il sopravvento su un parlamento screditato, incostituzionale e non votato da nessuno, Urbinati ha scoperto che Renzi non è di sinistra e qundi glissa, trasecola su Grillo e il Movimento 5 stelle. Il dissenso di pisapiana memoria che sfociava ne “La regola dell’insulto” (Moratti che accusava Pisapia di essere un ladro) Urbinati l’ha trasformato ne “Il cortocircuito dell’insulto” di Grillo, che ahime per la Rossa Nadia “sale nei sondaggi fino a quando un esagitato tira una statuina del Duomo di Milano contro Silvio Berlusconi…” (3.9.2012). Ha scritto proprio così!! Dando del grillino a Tartaglia. Alla vigilia delle politiche del 2013, Urbinati si preoccupava del “populismo in Parlamento” e della “demagogia che non si traduce facilmente in rappresentanza parlamentare“. Come politologa, da quando sono scomparsi i comunisti, Urbinati sbrocca senza controllo. E’ diventata lei “Odio e violenza verbali“, quelli che “scandiscono la nostra storia politica in questi anni di transizione“. Cioè quando credeva che Berlusconi sarebbe stato sostituito da Bersani-Obama. Ora invece che il Pd è diventato un bordello di lacché, mafiosi, delinquenti e imputati, Urbinati dice che «Le 5 Stelle Sembrano sempre più una metastasi», e raggiunge il top oggi in prima pagina su Repubblica: “Le vicende di corruzione, presunte o reali, che lo interessano a Livorno come a Parma o altrove, mettono a nudo la fortissima debolezza della retorica incendiaria della purezza“. Qualcuno dica a Urbinati che a Livorno e Parma non c’è nessuna vicenda di corruzione. Molli tutto, come ha promesso di fare coi saggi “Se il Pd salva Silvio“. Vada a dare il becchime ai piccioni e pensi alla menopausa, che sui giornali scrive solo cazzate.

Quanti tanti (inutili) anti

Dal presidente di Confindustria Sicilia Antonello Montante, delega alla legalità, indagato per mafia, passando per il paladino della trasparenza Roberto Helg, presidente della Camera di Commercio di Palermo arrestato per estorsione aggravata con in tasca 30 mila euro e un assegno. Senza dimenticare l’ipocrisia del giudice antimafia Silvana Saguto, che di Manfredi Borsellino diceva al telefono «ma perché minchia ti commuovi a 43 anni per un padre che ti è morto 23 anni fa? Che figura fai, ma vaffanculo», indagata a Caltanissetta per aver costruito un sistema di raccomandazioni e favori attorno alla gestione dei patrimoni sottratti ai boss. Considerando pure don Ciotti, il paladino degli ultimi con un’agenda fitta di presentazioni e comparsate tv a nome di Libera, l’associazione appesa a lauti finanziamenti pubblici e dai toni addomesticati con le coop rosse coinvolte in Mafia Capitale, dunque pubblicamente scaricata dal figlio di Pio La Torre (il segretario del Pci siciliano ucciso dalla mafia nell’82). Coinvolgendo Mimmo Costanzo, imprenditore catanese e firmatario di decine di protocolli pro-legalità, arrestato per condizionamenti da parte di Cosa Nostra “alla quale garantiva ingenti risorse economiche e l’infiltrazione nel settore degli appalti pubblici” dice l’accusa. Fino ad arrivare a Pino Maniaci, il tele-predicatore contro la mafia indagato per estorsione aggravata a un paio di sindaci e finta vittima di intimidazioni dopo che i suoi cani sarebbero stati impiccati dall’ex marito della sua amante.
Ecco: non mi hanno mai scaldato il cuore i paladini dell’antimafia, dell’anti-qua e dell’anti-là, soprattutto se sostenuti da progetti editoriali. Ora non ci credo proprio più.

Roma, Virginia Raggi senza rivali

virginia raggi

A Roma ferve l’attesa delle elezioni amministravive dopo le dimissioni indotte dal Pd al Pd Ignazio Marino. Se la cosiddetta sinistra del Pd punta su Roberto Giachetti che non gode tutta la stima del partito, la destra è ancora più squagliata. Di seguito la sintesi dello spessore dei 4 (quattro!) candidati più in svista dagli elettori:

Giorgia Meloni: già ministro della Gioventù del governo Berlusconi, è tra le più giovani votanti delle leggi vergogna che hanno salvato dai processi l’ex premier condannato per frode fiscale. Scaricato Berlusconi per fondare Fratelli d’Italia, ha imbarcato Gianni Alemanno, ex sindaco di Roma indagato in mafia capitale. Decisa a non candidarsi fino a pochi giorni fa in quanto incinta e prossima all’allattamento, ora eccola col motto: “Io sindaco con due meloni così“.

Guido Bertolaso: già scaricato dall’ex sindaco Gianni Alemanno (Alemanno! )per fargli da vicesindaco, Bertolaso è imputato in due processi: uno da capo della protezione civile per aver organizzato un’operazione mediatica di bugie indotte e finte rassicurazioni alla vigilia del disastroso terremoto dell’Aquila che ha fatto oltre 300 morti. L’altro da Commissario del G8 per gli appalti milionari di opere incompiute (tipo La Maddalena) in occasione del G8 del 2009.

Francesco Storace: ex governarore del Lazio, ha il merito di aver portato il buco record della sanità pubblica a 7 miliardi euro. Già ministro della Salute del governo Berlusconi, ha una condanna a un anno e 8 mesi per accesso abusivo a sistema informatico, e una più “naif” per vilipendio al capo dello Stato. Attualmente è già vicepresidente del Lazio guidato da Nicola Zingaretti. Vorrebbe togliere la parola “fascista” dalla lapide che ricorda i morti delle bombe alla stazione di Bologna.

Alfio Marchini: è l’eterno candidato sindaco di Roma, ingegnere “er piacione” e “beautful”, pupillo di Gianni Letta, erede di una famiglia comunista “calce e martello” con passioni a destra. Già socio degli Angelucci e di Francesco Caltagirone, già amico del banchiere Enrico Cuccia (che ebbe a ricevere pure a casa), amico di Luca Gramazio (ergo Carminati-Banda della Magliana), è socio di società citate segnalate da Bankitalia ai pm per transiti sospetti di fondi milionari dal Lussemburgo alla Popolare di Vicenza. Parliamo di un gruppo esposto per 75 milioni.

Tutti questi si sono serviti di Berlusconi finché gli è servito.

Con candidati così, la candidata 5 stelle Virginia Raggi può solo sperare di vincere le elezioni capitoline al primo turno.