Il bimbo amputato e il razzismo leghista

A Marostica il camionista ubriaco investe rovinosamente un bimbo di 14 mesi e la mamma. Sono entrambi ricoverati in ospedale e al bimbo i medici hanno dovuto amputare una gamba.

Il camionista ubriaco non è un marocchino o un nigeriano. Non si chiama Mohamed o Abdullah. Si chiama Pietro Del Santo, è un “venetista” Doc o Dop (visto che gli piace bere), di quelli che la Lega si terrebbe stretti e che rimanda alle pagliacciate veneziane sulla secessione degli anni ’90.

Mamma e bimbo investiti non sono veneti o leghisti. Sono albanesi. Il bimbo si chiama Thiago e la mamma Raiza Terziu. La donna dice ai giornali che «O la legge tiene dentro Del Santo o lo faccio a pezzi. Rimpiangerà il giorno in cui è venuto al mondo». Ha il braccio fratturato e il papà del piccolo è a sua volta ricoverato col polso rotto per aver sfogato la sua rabbia con un pugno sferrato al finestrino del camion dell’ex forcone “venetista”.

Non oso pensare il Can Can che quei pagliacci della Lega avrebbero messo su a parti invertite, (investitore straniero e vittime venete).

No, qui la Lega tace. La figuraccia di un suo elettore ideale (prima gli italiani) non le torna utile ai sondaggi. Rimane tutta nel silenzio anche l’iniziativa della Fondazione Banca Popolare di Marostica Volksbank, che ha aperto un conto corrente per raccogliere contributi a loro favore.

Chissà se inizieranno a donare qualcosa Matteo Salvini e il governatore leghista veneto Luca Zaia. Utopia di un partito che ancora nel 2019 non si può che definire sporco razzista.

Il macellaio saudita socio alla Scala

Secondo il quotidiano turco Hurryet, il corpo smembrato con una sega del giornalista Jamal Khashoggi, è stato bruciato in un forno per il kebab usato nei locali dell’Ambasciata saudita di Istanbul, dove il collaboratore del Washington Post entrò per ritirare i documenti del matrimonio senza più uscire.

Il mandante di questo delitto medievale ai danni dell’ex giornalista critico col regime di Riad, il principe saudita Bader bin Abdullah, è stato ospite d’onore al Teatro alla Scala di Milano in occasione dell’Attila, che ha inaugurato la stagione teatrale 2018-2019. L’occasione è stata ghiotta per il sovrintendente Alexander Pereira, che per garantirsi il rinnovo dell’incarico previsto nel 2020, ha accolto con entusiasmo il regalo di 10 milioni di euro da parte del principe, che gli permette di entrare nella Fondazione del Teatro alla Scala e prendere accordi con le maestranze per formare il personale teatrale, che dovrà guidare la direzione artistica nei nuovi teatri in fase di inaugurazione a Riad.

Aldilà dell’opportunità o meno di entrare in affari con un esponente di un clan di spietati criminali alla guida di un governo arretrato e monco dei più elementari concetti di democrazia e dei diritti, c’è solo da sperare che il Teatro alla Scala di Milano non diventi a sua volta un patibolo per altre possibili brutali esecuzioni di altri antipatici oppositori del regime saudita.

Milano, la pagliacciata sul razzismo

Mi ha proprio stupito la quantità di gente che ha partecipato alla marcia contro il razzismo di Milano. Io che credo di avere il barometro delle pulsioni sociali e politiche – davvero – non avrei mai scommesso sul fatto che l’emergenza italiana sia il razzismo così tanta gente. Non riesco a decifrare il pericolo che ha messo in scena la cosiddetta sinistra piddina nel giorno delle primarie dei morti del Partito democratico. I “volti noti” scesi in strada a manifestare contro il “governo razzista”, mi lasciano basito su quanto sia nullo il loro polso sul percorso politico intrapreso dal governo in carica.

Quei sinistri lì (finti, tra un po’ dirò il perché), non hanno recepito il cambiamento avviato dai gialloverdi col reddito di cittadinanza, quota cento, decreto anti-corruzione, taglio ai vitalizi, taglio dei parlamentari, visite ospedaliere più veloci, ecobonus e ecotassa (sì, una buona tassa), e tanto altro ancora. Quel fiume umano che ha invaso le strade di Milano, è la sinistra radical chic. Quella delle Ornelle Vanoni ingioiellate che stanno alla povertà come il partito democratico sta alla democrazia. Quel marasma ossessionato dal nazismo ha perso un’occasione per stare dalla parte dei veri ultimi. E’ stata una pagliacciata, che al confronto il Gay pride pare una parata militare.

A Torino il Renzi-Grisù spudorato

Ho dato una sbirciata all’incontro per la presentazione del libro di Matteo Renzi a Torino. Mi sono sciroppato il suo discorso tanto per misurarne la faccia di tolla. In estrema sintesi: io se avessi papà e mamma condannati per bancarotta dopo aver fatto fallire società nei debiti, aver distratto oltre un milione di euro, magari senza aver nemmeno pagato i dipendenti (perlopiù negri), non sarei tanto orgoglioso di essere il loro figlio. Aspetterei l’esito dei processi prima di rivendicare la stima per dei potenziali bancarottieri ai domiciliari. Soprattutto aspetterei di farlo in pubblico.

Peggio ancora se gli interessati hanno 70 anni, età che dovrebbe far rima con la saggezza, non un momento per essere considerati dei pericolosi reiteratori di reato costretti al gabbio domestico per gli effetti di una serie di porcherie o furbetterie illegali. Del resto, Tiziano Renzi e Laura Bovoli non sono mica gli unici di quella generazione lì: basti guardare Formigoni, Dell’Utri, Previti, e poi Cosentino, Matacena, Maroni, Galan, Iorio Lombardo (Sicilia), l’alleato turborenziano Verdini, per non dire di Scajola, Brancher, Frigerio, la buonanima di Matteoli, Angelucci… tanto per stare sui principali. Tutti 70enni santi nelle patrie galere a causa di un bel ventaglio di reati e reatucci.

E poi, Renzi dovrebbe farsi qualche domanda: un senatore recordman di autorottamazione politica, ridotto a fare propaganda con un patetico “firma querele” ai danni di un giornalista (Travaglio) per esaltare la nullità dei contenuti di un libro, quali prospettive ha? Da quel discorso trapela solo che Renzi è sul rettilineo d’arrivo della sua avventura politica e anche pubblica. Devo dire, ottimisticamente, assai più veloci delle previsioni.

Come barzellettiere è talentuoso tanto quanto la sua capacità di autorottamarsi: riesce a rendere antipatica la cadenza fiorentina senza mai far ridere in un’ora intera di chiacchiere vuote, benché lui, il rottamatore di sé stesso, cerchi di scimmiottare il piglio comico di Grillo. Insomma, il fascismo sta alla democrazia come Renzi sta alla credibilità. Mi ricorda Grisù, il drago che voleva fare il pompiere. Con oppositori così, il governo SalviMaio ha davanti l’eternità. Poraccio.

Diciotti, ipocrisia e addii tra i 5 stelle

Gli appelli inutili per il voto favorevole al processo per Salvini da parte di sindaci autorevoli come Raggi, Appendino e Nogarin. Il voto su Rousseau che nega a maggioranza assoluta la possibilità per i giudici di processare il ministro dell’Interno. La sottosegretaria Laura Castelli che avverte i contrari così: «Io non me la sentirei di rimanere a lungo in una forza politica dove troppo spesso finisco in minoranza». Dovrebbe allora lasciare il presidente della Camera Roberto Fico, che ha detto chiaro “Io mi sarei fatto processare”. Dovrebbe mollare la deputata bergamasca Guia Termini che dice: «Nessuna azione di governo può essere considerata legittima e immune dalla legge a prescindere solo perché portata avanti da una linea politica e da un esecutivo. Bisogna essere imparziali, non si può cambiare linea solo perché il governo è il nostro. Negare l’autorizzazione a procedere non fa parte della storia del Movimento».

La deputata toscana Gloria Vizzini ha votato a favore del processo, perché “ci si deve difendere nei processi e tutti sono uguali di fronte alla legge. E questo è sempre stato un principio cardine del Movimento. Però mi stupisce un fatto: i nostri colleghi del M5S che fanno parte della Giunta per le autorizzazioni avevano spiegato di non potersi esprimere senza prima aver letto le carte sul caso Diciotti, e ora invece hanno fatto decidere chi le carte non poteva proprio leggerle… Il malcontento più diffuso tocca almeno una decina di miei colleghi”. In bilico sul da farsi i consiglieri torinesi Damiano Carretto e Marina Pollicino. A Napoli l’addio dell’ex consigliera Francesca Menna, e il bilico dell’ex candidato sindaco Matteo Brambilla, secondo cui «ho votato no per non dare l’immunità parlamentare a Salvini. Negli anni ’90 raccolsi le firme con il movimento “la Rete” per abolire l’immunità parlamentare, e non ho cambiato idea… Sui principi per me non si fanno calcoli politici». «Ritengo che il voto sia stato inopportuno» dice invece la senatrice stellata Paola Nugnes alla trasmissione Circo Massimo su Radio Capital.

Per Luigi Gallo, presidente della Commissione cultura della Camera: «Il 41% degli iscritti al M5S chiede ai vertici un cambio di passo e il ritorno ai principi. È un numero enorme di chi è pronto a mobilitarsi e vuole chiedere conto della direzione di questo governo. Vuole più coerenza». La deputata Doriana Sarli ricorda l’assemblea del giorno prima: «Talebani. Così ci hanno definito. Io non sono talebana. Forse mi definirei più coerente con dei principi che mi sembrano alla base del nostro progetto politico». Dice addio ai 5 stelle Vittorio Emanuele Iervolino, fondatore dell’associazione di volontariato “Diamounamano”, affermando che «questa volta, su un tema così spinoso fanno decidere la rete perché a oggi con un clamoroso salvataggio di Salvini noi altri possiamo solo prendercela con lei. Hanno fatto una genialata, non c’è mai fine al peggio».

E che dire della scusa un po’ ipocrita del leader dei 5 stelle siciliani Giancarlo Cancelleri? «Io ho votato no, perché secondo me un ministro dovrebbe farsi processare, non dovrebbe mettersi al riparo. Avremmo dovuto dare l’autorizzazione al tribunale per consentire il giudizio a Salvini come a chiunque. Questa è la mia posizione, che non ho espresso prima perché non volevo influenzare nessuno con il mio voto. Ma io accetto la decisione del popolo». Per il consigliere Ugo Forello, il risultato «sorprendente» del voto spazientisce il deputato Giorgio Trizzino: «È da mesi che il “deputato” Forello sente l’esigenza di dare lezioni di vita ad attivisti e portavoce…». Dunque Forello replica: «Trizzino infanga la dignità e la libertà di tantissimi attivisti ed elettori 5Stelle ai quali mi sono limitato di dare voce».

Quanto alla libertà, il probiviro Riccardo Fraccaro ha le idee chiare: «Espellere chi non si allinea? Si valuterà». Gli eletti sono avvisati.

Diciotti, 5 stelle mai così in basso nell’attesa dei SI’ al processo

Cari iscritti alla piattaforma Rousseau, volete che il ministro Salvini sia processato per sequestro di persona sulla nave Diciotti? Dovrete cliccare “No”. Volete che il titolare del Viminale non sia processato? Dovrete cliccare “Sì”. Il quesito referendario – fazioso quanto partigiano in favore di Salvini – redatto dalla “comunicazione” grillina, viaggia ai confini dell’inganno. E’ uno di quei quesiti che – per dirla alla Grillo dei tempi (recenti) dell’opposizione – crea confusione nella testa dei cittadini.

Cari iscritti, sorvolate pure sul fatto che la formulazione dei quesiti a cui dovrete rispondere oggi tra le 10 e le 19, ha gli stessi metodi dei vituperati partiti che voi (e pure io) criticavamo poco tempo fa. Piuttosto, rendetevi conto che il Movimento 5 stelle – con questo voto su Rousseau – rischia di decidere se far cadere il governo giallo-verde o se far cadere Di Maio dal suo ruolo di capo politico del partito che più partito non si può.

Nell’attesa della riunione congiunta di stasera tra deputati e senatori, nella quale ci sarà una resa dei conti sul risultato della consultazione, Giggino Di Maio si comporta come Ponzio Pilato: se ne lava le mani dei princìpi del Movimento perché con Salvini ha un rapporto ipocrita di reciproca convenienza personale. Preferisce delegare il “popolo” su una materia – quella della giustizia – con la quale la democrazia diretta dei click non c’entra un “Fico” secco. A Di Maio serve “incolpare” la base quando la base avrà sicuramente – in maggioranza plebiscitaria – votato per mandare Salvini a processo, ma intanto la piattaforma avrà assecondato l’appiattimento dei grillini sulla Lega.

Cari iscritti, per voi che eravate rimasti alla democrazia diretta da impiegare per motivi nobili, come le proposte di legge o i nuovi candidati, oggi siete chiamati a mascherare l’ipocrisia dei vertici a 5 stelle, che hanno mandato al diavolo l’unica ortodossia possibile, quella del rispetto dei poteri costituzionali e dei loro ruoli. Non dovreste neanche stare a discutere sul ruolo della magistratura. Dovrebbe essere scontato che se un magistrato ravvede un reato (anche ministeriale), abbia il diritto di indagare e di verificare che l’operato del governo sia lecito, legale e non vada contro la Costituzione.

Invece, cari iscritti, sarete voi – col vostro click – a frapporvi tra i poteri costituzionali. Vi fanno decidere se il potere giudiziario può sindacare una scelta del potere esecutivo, di cui tra l’altro ne condividono la responsabilità sia il premier Giuseppe Conte che Danilo Toninelli e lo stesso Di Maio. Dovrebbe essere scontato che un Movimento rivoluzionario non si opponga al potere giudiziario. Invece, siete chiamati a tenere il Movimento in carreggiata da un ribaltamento di metodo degno del peggior berlusconismo. Il capo politico Di Maio se ne frega della Costituzione, benedice un voto contrario all’ABC dei princìpi fondanti del Movimento, mostrandosi inadeguato al ruolo di capo politico di un partito che alle elezioni politiche di un anno fa ha superato il 30% dei consensi.

Tradire i princìpi fondanti mettendo contro i garantisti con i giustizialisti, i governisti pro-Salvini contro gli ortodossi, significa mostrare debolezza e paura dopo l’azzoppamento del voto in Abruzzo, punito dai sondaggi e sfiancato dalla fronda interna dei 5 stelle, dove il ribaltamento della politica grillina dipinge senatrici valide e integerrime come Nugnes e Fattori delle rompi-balle.

Cari iscritti alla piattaforma Rousseau, non ho dubbi sul fatto che almeno il 90% di voi voterà per mandare Salvini a processo. Ma sappiate che questo voto è il punto più basso toccato dall’era grillina a guida Di Maio. Quando il capo politico attuale sarà decaduto – spero presto – forse tanti ex come il sottoscritto torneranno a reiscriversi al Movimento che hanno visto e contribuito a far nascere.

Ricordatelo: cliccate “No” per votare “sì” al processo. “Sì” per dribblare i giudici. Buon voto.

Abruzzo, il faccendiere Marco Marsilio presidente

Elezioni in Abruzzo, per la presidenza è avanti Marco Marsilio, senatore e tesoriere di Fratelli d’Italia, ex maratoneta, ex consigliere comunale in Campidoglio di An, amicissimo di Gianni Alemanno (per il quale un giudice ha appena chiesto una condanna a 5 anni per le parentopoli in Atac). Ecco, tra i parenti assunti per chiamata diretta nella municipalizzata divenuta una voragine di debiti, ci fu anche la pittrice Stefania Fois, compagna di Marsilio, alla direzione della Comunicazione. A scandalo uscito, la Fois anziché dimettersi, doppiò gli incarichi – sempre in Atac – addirittura col titolo di “dottoressa” benché non fosse nemmeno laureata. Sempre, ovviamente, su raccomandazione di Marsilio e con uno stipendio niente male: 120 mila euro l’anno.

Nel 2011, ecco Marsilio lagnarsi di essere stato silurato dall’ufficio stampa dell’allora assessora lombarda Monica Rizzi (Lega), per aver scritto il libro «Onorevole bunga bunga. Berlusconi, Ruby e le notti a luci rosse di Arcore», furente per la «pura ritorsione e la dimostrazione di come la Lega sia asservita a Berlusconi». Tuttavia, da deputato del Pdl di Berlusconi, Marsilio fu un grande sostenitore della prescrizione breve, che serviva proprio a Berlusconi per i suoi processi.

Nel 2016, assieme all’arresto di Raffaele Marra, ecco quello del grande locatore Stefano Scarpellini, chiamato da Marsilio per passargli al telefono Antonio Paone, direttore generale di due asl romane che voleva piazzare in uno stabile di proprietà dell’Inpgi (l’Inps dei giornalisti), già sub-affittato da Scarpellini e che provocò perdite salate all’ente previdenziale dei giornalisti. I brogliacci non hanno mai portano guai diretti a Marsilio, ma la dicono lunga sulla qualità dei rapporti con faccendieri di ogni sorta finiti nei guai con la giustizia.

Ora Marco Marsilio è amico di tutti gli ex nemici: Meloni, Berlusconi e ovviamente Salvini. In Abruzzo sconfigge l’ex giudice Giovanni Legnini candidato del centrosinistra, la grillina Sara Marcozzi e l’avvocato Stefano Flajani per CasaPound. E’ diventato presidente perché l’ex governatore D’Alfonso (Pd) era divenuto senatore. Qui siamo al contrario. Il senatore farà il governatore.

Diciotti, SI al processo NO al voto Rousseau

Non bastavano gli spot dei giornali con 8 mila titoli in dieci mesi di governo giallo-verde associati al binomio “Migranti-Salvini”. Ci si mettono pure i 6 magistrati di Catania, componenti del Tribunale di Ministri, a fare campagna elettorale per le elezioni europee alla Lega. Vogliono processare il ministro dell’Interno per sequestro di migranti sulla Diciotti, ma per farlo hanno bisogno dell’autorizzazione a procedere da parte del Senato. Gli onorevoli grillini tentennano un po’, contradditori e disuniti. Alcuni di loro ipotizzano di far votare la base sulla piattaforma Rousseau per decidere se votare sì o no a mandare Salvini sotto processo.

Nulla di più sbagliato! I grillini dovrebbero votare sì all’autorizzazione a procedere ed eventualmente i ministri pentastellati autodenunciarsi a loro volta al tribunale di Catania per chiedere di essere processati assieme a Salvini. In questo modo toglierebbero al titolare del Viminale l’arma del martirio mediatico utile alla sua campagna elettorale e salverebbero la loro faccia sul rapporto politica-giustizia.

Non si frenano i giudici con un voto politico. Anzi, un processo – con tutti i rischi che comporta – metterebbe un suggello sul metodo da adottare con i migranti. Una sentenza favorevole o contraria al ministro o al governo in carica, servirebbe da bussola per le politiche future sui barconi. Sì al processo senza se e senza ma. Anche se l’accusa è stravagante, per non dire ridicola.