Dedicato agli stolti

stolto

Questo post lo dedico a quegli stolti che mi accusano di difendere in tivù gl’immigrati delinquenti e clandestini a discapito degli italiani. Assodato che senza più reato di clandestinità, di clandestini in Italia non ce ne sono formalmente più, chiarisco che:
nel (fu) Bel Paese l’allarme sicurezza esiste ed è crescente soprattutto per la presenza di stranieri randagi che, oltre a non avere nulla da perdere, hanno anche la certezza di delinquere pressoché liberi e impuniti. Lo dicono chiaro i dati dell’Istat. Le rapine sono passate da 35.000 nel 2010 a 44.000 nel 2014, 12o al giorno con un sensibile incremento di quelle per strada. Gli scippi denunciati nel 2010 furono 14.000. Nel 2013 sono saliti a 21.000, il 50% in più. I borseggi sono passati da 113.000 nel 2009 a 165.000 nel 2013, di cui il 63% attribuiti a stranieri. I furti in casa nel 2010 furono 149.000, nel 2013 sono schizzati a 246.000 (+65%, di cui 54% attribuiti a stranieri). I dati parziali del 2014 dicono che soltanto per le rapine siamo già a 10.000 più rispetto all’anno scorso. Numeri preoccupanti che ci dicono come la povertà e la disperazione alimentati dalla crisi economica, generino pericolo in un clima da Far West e sopraffazione. Sia da parte di stranieri che da parte di italiani.

Poiché questa situazione non è sorta dalla sera alla mattina, ma è cresciuta nella sua emergenza col tempo, occorre dire anche le cause e i motivi. Le cause sono da attribuire ai governi degli ultimi 15 anni. Di destra e di sinistra, che col progressivo smantellamento dell’efficienza della giustizia, personale male organizzato o in sotto organico assieme leggi inefficienti o inapplicabili, hanno favorito il dilagare dell’immigrazione incontrollata e anche delinquenziale, di fatto gestita da associazioni di volontariato sparse per l’Italia. Gli unici provvedimenti adottati dai governi per provare a contrastare l’immigrazione e la delinquenza costituita perlopiù da reati predatori, sono stati l’indulto varato dal governo Prodi nel 2006, che ha svuotato le carceri e due leggi dei governi Berlusconi: la Bossi-Fini, concepita apposta per essere disattesa, e il “pacchetto sicurezza” varato nel 2009 all’epoca del ministro dell’Interno Maroni. Pacchetto che tenne banco per mesi sui giornali anche grazie a sceneggiate tipo quella del digiuno dei valdesi (compreso quello del senatore berlusconiano Malan che non si è mai capito perché votò a favore), salvo poi rivelarsi un becero strumento di propaganda di regime, in contrasto con i dettami della Costituzione, tanto da essere smontato pezzo pezzo da una serie di sentenze della Consulta che ha limitato i poteri dei sindaci sbizzaritisi con ordinanze razziste e discriminatorie.

Nessun effetto contro i cosiddetti matrimoni combinati (legittimi secondo dalla Corte costituzionale quelli tra il vecchietto e la badante russa), e nessuna punizione all’immigrato che in estremo stato di indigenza non rispetta l’ordine del questore di andarsene. Dal codicillo sul foglio di via alle prostitute, fino all’emendamento D’Alia per censurare la libera informazione su Internet, passando per l’emendamento blocca processi a Berlusconi ritirato in cambio del lodo alfano, ci hanno distratto con i medici sceriffi che dovevano denunciare i clandestini medicati in ospedale, senza contare i 6 mila tunisini indagati a Lampedusa per clandestinità dalla procura di Agrigento. In realtà, il pacchetto sicurezza avrebbe potuto funzionare se si fosse investito sui piani di rimpatrio degli immigrati senza documenti e senza lavoro, se si fosse rafforzato il ruolo della magistratura, se si fossero inasprite le regole e le leggi su aggressioni, rapine e furti, e se si fosse ottimizzato l’impiego delle forze dell’ordine in pattugliamento del territorio. E invece, anche i giudici si sono trovati impantanati in un pacchetto tanto sgangherato da generare caos e provvedimenti inapplicati: come quelle 500 archiviazioni chieste dai pm perché rifiutate dai giudici di pace impossibilitati a giudicare una persona nel suo stato di irregolare, che nel frattempo diventava introvabile. O per quei giudici che, emessa la sentenza di allontanamento dello straniero, non c’era uno Stato che avesse provveduto a organizzare il rimpatrio, costoso e complicato perché nel frattempo le questure non davano l’ok. Gli unici “clandestini” perseguiti che hanno riempito in sovrannumero le patrie galere, hanno avuto condanne per altri reati. Non in quanto clandestini.

Poiché il governo Letta  ha abolito il reato di clandestinità (anche grazie al voto dei 5 stelle), l’Italia, più di prima, è ritenuta terra di nessuno per tutti quei disperati che col pretesto di scappare dalle guerre raggiungono le nostre coste, per poi bivaccare nelle piazze delle nostre città nella totale assenza delle istituzioni. Di chi è la responsabilità di tutto questo, se non politica? Ecco, questo ho cercato di spiegare in estrema sintesi in tivù. Che è ben diverso dal dire che sono a favore degl’immigrati clandestini che delinquono. Peccato che gli stolti non capiranno nemmeno questo post.

L’abbraccio di Reggio Calabria a Falcomatà

giuseppe falcomatà

Giuseppe Falcomatà è il nuovo sindaco di Reggio Calabria. Ha vinto le elezioni amministrative ottenendo al primo turno il 61 per cento dei voti. E’ un ragazzo giovane, di bell’aspetto, faccia pulita, e soprattutto è figlio di Italo Falcomatà, unico sindaco reggino capace di reggere tre mandati a cavallo tra gli anni Novanta e Duemila, al quale la città ha dedicato il lungomare da lui stesso inaugurato. Non è importante di quale partito sia questo nuovo sindaco, benché sia del Pd. E’ importante l’opportunità che questo giovane ha di provare a dare un nuovo corso a una città infestata dalla ‘Ndrangheta. Sembra che il 61% dei reggini abbia voluto dare continuità al rampollo di quell’Italo che, scomparso prematuramente e improvvisamente nel pieno della sua attività di primo cittadino, è stato consacrato in una sorta di mito locale. Giuseppe Falcomatà, rispetto all’epoca della dirigenza cittadina in mano ai clan di Giuseppe Scopelliti, è da reputare una svolta che è prematuro e ingiusto giudicare. Soltanto il tempo ci dirà se Giuseppe Falcomatà sarà un buon amministratore sulla scia di suo padre.

Trovo molto meno importanti le beghe di partito sul misero 1,78 per cento ottenuto da Vincenzo Giordano, il candidato del Movimento 5 stelle. Di certo, un risultato che non rende onore all’unico partito onesto e rivoluzionario del Paese. Ma le dinamiche comunali per il sindaco sono troppo diverse da quelle nazionali. Il sindaco è il volto di una comunità che si sente come una grande famiglia. E’ solitamente espressione di un intimo rapporto personale alimentato da dinamiche di vicinato e di reputazione, oltre che influenzato dal ruolo nel tessuto economico e sociale della città. E’ chiaro che se a Reggio Calabria il Movimento 5 stelle è diviso in cinque meet up simili a cinque tifoserie che non si accordano sul candidato, è difficile che possa portare risultati. Anche se uno conta uno è sempre la somma di tanti uno a fare il risultato. Evidentemente a Reggio Calabria non esiste “un grillino” leader capace di aggregare un gruppo e una linea politica. Amen. Il Movimento è un’idea e un’opportunità. Sono forse i grillini che devono crescere.

Scusate se mi vien da ridere…

gioconda che ride

Scusate se mi vien da ridere quando leggo che la Scozia indipendente sarebbe una nazione debole. Talmente debole che alla notiza della vittoria dei “no” alla secessione da Londra, la sterlina è schizzata all’insù. Il che pare un controsenso. La Scozia inchinata a Londra viene celebrata come “lezione di democrazia“. Wow. Gli scozzesi li hanno trattati da giocondi. Hanno avuto il lavaggio del cervello dal governo Cameron e dalla stampa perbenista. Quella che difende il Fondo Monetario internazionale, la Troika e l’austerità dell’Europa. L’avvertimento agli aspiranti indipendentisti d’Europa (Catalogna in primis), è partito. Anche lì, nella spensierata Barcellona si attende l’agognato referendum di novembre per dire sì o no allo Stato di lingua catalana. I grandi manutengoli dell’establishment dell’euro travestiti da intellettuali, avranno tempo per stare sulle tastiere a prefigurare improbabili catastrofi come nelle fiabe di Esopo da far leggere ai prossimi giocondi iberici. La traccia comune sarà lo spettro della povertà. Diranno che Madrid non sarà più la stessa e che la sovranità di uno staterello sarà travolta dallo tsunami dell’Europa unita dall’euro. Quella valuta morta dentro un continente afflitto da crollo di offerta e crollo di domanda e dove gli unici dati positivi sono l’aumento di povertà assoluta e suicidi. L’adrenalina scatenata dai “testa a testa” sfornati dai soliti sondaggi taroccati che generano un broglio di idee tra gli indecisi, è ormai sopita.

Scusate se mi vien da ridere quando leggo certe articolesse sull’Europa irreversibile e indivisibile. Quella stessa Europa in cui sopravvivono floride cellule di indipendenza come Andorra, Montecarlo o San Marino. Rido perché non capisco come mai si debbano impaurire gli scozzesi e i catalani, mentre si celebra l’autonomia delle repubbliche baltiche “minacciate da Putin“. Si sanziona la Russia per l’invasione (o accorpamento) dell’Ucraina a Mosca dimenticandoci il punto di vista di Putin, secondo il quale è anche l’unione (forzata) all’Ucraina a fare la forza della Russia. Uno Stato che già di suo è cinque volte più esteso dei Ventisette europei.

Scusate se mi vien da ridere, ma quando leggo che il pericolo serpeggiante sono gli attentati dei tagliagole dell’Isis al Vaticano, penso: ma dov’erano gli allarmi quando allo Ior venivano in pellegrinaggio criminali e mafiosi in doppiopetto a seppellire in conti cifrati miliardi di proventi derivanti da giri di riciclaggio, corruzione e droga? A proposito, il Vaticano che visto dall’alto di Roma sembra un angolo adibito a cesso cieco, sbaglio o è nazione indipendente? Ecco, perché il Vaticano sì, Scozia e Catalogna no? Ci credono tutti giocondi? Scusate se mi vien da ridere…

L’omicidio di Stato non è giustificabile

davide bifolco morto
Davide Bifolco

A Napoli un ragazzino incensurato e disarmato muore per un colpo di pistola sparato da un Carabiniere. Il ragazzino era bordo di un motorino non assicurato e senza casco assieme a due amici che non avevano obbedito all’alt degli agenti. Nel quartiere del ragazzino è rivolta contro le forze dell’ordine. Vengono sfasciate alcune “Madame”. I parenti parlano di omicidio di Stato. Il sindacato di Polizia parla di tragedia avvenuta in un quartiere difficile e ad alta densità camorristica. Inizia la gara di maratona tra innocentisti e colpevolisti. Il percorso delle analisi si fa in tivù, tra cittadini, politici, sindacati e la vedova di un agente morto ammazzato in uno stadio durante una partita di calcio. Ognuno dice la sua, compreso il sindacalista delle forze dell’ordine, che “assolve” il delitto dell’agente. Sparare è stata l’inevitabile risposta a una fuga. L’indirizzo del dibattito televisivo è chiaramente innocentista e giustificazionista di quella che certamente è una tragedia nelle mani della magistratura.

Il mio parere, lo ribadisco per quanto poco possa contare, è che non ci sono motivi che giustificano la morte di un cittadino disarmato da parte delle forze dell’ordine. L’agente armato col colpo in canna dovrebbe avere alle spalle molte ore di esercitazione e dovrebbe sapere che per sparare ad altezza uomo, ci vogliono le condizioni di legittima difesa nel caso ci si trovi di fronte a qualcuno a sua volta armato, o in partcolari condizioni di pericolo come quando ci sono ostaggi sotto minaccia. Rincorrere un motorino con a bordo 3 ragazzotti maleducati nel tentativo di prendere un latitante, è un lavoro nobile che nessuno critica. E’ il lavoro delle forze dell’ordine tutte che, quando s’arruolano, sanno di non andare a lavorare l’uncinetto. Bensì, sanno che vivranno in situazioni di costante pericolo, né più né meno di quegli operai che lavorano sospesi in altezza nei cantieri, dei camionisti a rischio di rapina o incidenti, e di molte altre categorie professionali dribblate dal clamore mediatico.

Ma con una differenza: che gli agenti in divisa rappresentano lo Stato. Quell’entità sovrana che negli occhi di chi vive la fame come in certi quartieri di periferia devastati dalla crisi economica, è un blob indistinto di farraginosa burocrazia forte coi deboli, oltre che un covo di  privilegiati scudati proprio da quelle divise. Le divise in Italia, purtroppo, vengono viste come pali di un’istituzione che pullula di personaggi non proprio esemplari in tema di legalità, di rispetto delle regole e di reputazione. Al contrario, lo Stato inteso come istituzione politica è spesso rifugio di indagati, condannati e delinquenti passati in giudicato che si trincerano dietro il cosiddetto consenso popolare. Sta proprio qui il nocciolo della questione delle fughe. Forzare un posto di blocco è una ragazzata che non si fa soltanto a Napoli, ma è purtroppo una pessima abitudine diffusa in molte parti d’Italia. E’ una forma di pirateria grave, uguale a quella che commettono certi automobilisti che scappano dopo aver investito qualcuno, o dopo aver provocato incidenti.

Del resto, la maleducazione e il non rispetto delle regole in Italia, sono il prodotto di un Paese eternamente in deroga che riserva un codicillo o un comma per tutti. I governi degli ultimi anni, soprattutto quelli di epoca berlusconiana, hanno il maggior peso di responsabilità in tutto questo. Ecco perché non ha senso prendersela con la maleducazione dei genitori del quartiere Traiano di Napoli che non insegnano ai loro figli di rispettare i posti di blocco. Non ha senso perché gli esempi che hanno dalle istituzioni non sono educativi. In un quadro di un Paese così disastrato, gli agenti che rappresentano lo Stato, che ammanettano e usano le armi per legge, hanno una responsablità in più rispetto ai delinquenti che rincorrono. Proprio perché tutori dell’ordine e della legalità, non si possono permettere colpi di pistola accidentali. Dunque, se un agente commette l’errore di ammazzare un cittadino inerme, dovrebbe essere sottoposto alla giustizia ordinaria e condannato in egual modo a un cittadino senza divisa. Invece, in Italia, nel Paese delle deroghe e dei codicilli, gli agenti che vengono condannati per omicidio, solitamente lo sono per omicidio colposo che scontano all’acqua di rose. Un esempio su tutti? I tre assassini in divisa condannati a Trieste per aver macellato in casa sua Riccardo Rasman, se la sono cavata con sei mesi con la condizionale e, cosa gravissima, hanno continuato a fare gli agenti in un’altra città. Sono stati trasferiti e non sbattuti fuori dal Corpo. Sorte simile è toccata agli esecutori di Federico Aldrovandi e pure ai macellai del G8 di Genova.

Dunque, l’esame del caso per caso, dovrebbe imporre il buonsenso di perseguire le persone in egual modo, proprio per tutelare il prestigio delle categorie professionali che rappresentano, senza rischiare di prestare il fianco alle polemiche sulla solita casta. A Napoli è morto un minorenne incensurato e disarmato per opera di un agente in divisa che non si può assolvere. Va perseguito, condannato e sbattuto fuori dall’arma senza se e senza ma. Andasse a fare l’uncinetto.

Ai minori soltanto mamma e papà

famiglia

Una recente sentenza che ha assegnato l’adozione di un minore ad una coppia gay di lesbiche, ha fatto tornare di attualità la questione adozioni per le cosiddette coppie omosessuali che vivono stabilmente sotto lo stesso tetto e che condividono la propria vita. Il tema è assolutamente importante, perché l’adozione riguarda la vita dei bambini che devono crescere in un ambiente di amore e comprensione. Ebbene, tanto per venire subito al nocciolo della questione, dal mio punto di vista scarterei il problema dei gusti sessuali di un potenziale genitore. Tenderei, piuttosto, a non perdere di vista il percorso di perpetuazione della specie umana, che coinvolge un uomo e una donna. Uomo e donna, nonostante le recenti chiacchiere sul genitore A e il genitore B, rimangono due esseri umani di due generi sessuali diversi, ma al tempo stesso complementari. Siccome l’essere umano viene concepito da un uomo e una donna, è ovvio e naturale che per crescere avrà bisogno di riferirsi a un papà e a una mamma. Che i genitori siano bisessuali, gay, feticisti o guardoni, non importa. Importa che il bimbo o la bimba dispongano di entrambi i sessi per potersi relazionare e poter crescere imparando a distinguere e dosare i loro istinti, i loro sentimenti e le loro pulsioni. Un solo genitore disponibile, crescerà un figlio monco per la mancanza dell’altro genere di riferimento. Come monco crescerà se i genitori sono due dello stesso sesso. In entrambi i casi c’è una situazione innaturale che espone il minore a maggiori rischi di disagio e di una qualità di vita appagata soltanto a metà sul piano affettivo. Non ci sono trucchi o scappatoie da questo vecchio schema. E’ quello più longevo e diffuso in tutto il mondo di tutte le culture. Il matrimonio tra uomo e donna è un legame che serve proprio a scongiurare il rischio di lasciarsi a tutela della serenità dei figli, che solitamente non si preoccupano tanto se mamma e papà si vogliono bene. Bensì a loro interessa disporre di entrambi i genitori sotto lo stesso tetto. Parlo con cognizione di causa, visto che a mia volta sono padre di un bimbo e di una bimba che affronta i problemi della vita di tutti. Compresi quelli di relazione all’interno di una coppia. Non basta ritenere che per i bambini sia prioritario l’amore, anche di un solo genitore o di una coppia gay. La formazione della personalità di un minore passa anche attraverso le liti dei genitori e attraverso la loro capacità di scendere a compromessi per tentare una soluzione di pacifica convivenza nel solo interesse dei figli. Da questo punto di vista, la crisi economica ci sta mettendo del suo. Molte coppie, infatti, non sono nelle condizioni di divorziare e quindi imparano a vivere da separate in casa. A mio avviso è una grande lezione di vita e di maturità per un genitore. Sembra quasi di tornare indietro di tre generazioni, quando il divorzio non esisteva. Del resto, il divorzio regolamentato in tutte le democrazie occidentali, è figlio dell’epoca industriale e consumistica. Quella che dà diritto ad una donna di essere contemporaneamente mamma e lavoratrice. Condizione, scusate, a sua volta forzata e innaturale. Del resto una coppia separata raddoppia i consumi: due case, due televisori, due frigoriferi eccetera eccetera. Io propendo per la donna di casa che cura l’economia familiare e alleva i figli dedicandosi solo a loro. E’ il ruolo che solitamente le riesce meglio, a meno che la donna in questione non sia una carrierista che si valorizza nel mondo del lavoro senza fare figli. Scelta rispettabile, ma che non dovrebbe avere nulla a che vedere col problema del divorzio. A mio modesto parere, il divorzio con i figli piccoli è sempre una scelta sbagliata e irresponsabile. E’ una scelta egoista che antepone l’amor proprio dei genitori a quello dei figli che necessitano di entrambi. Per entrambi intendo un uomo e una donna, anche litigiosi. Dunque, solo e soltanto a un uomo e a una donna i tribunali dovrebbero dare in adozione i minori. Non a un solo genitore o a una coppia gay com’è capitato in quella mostruosa sentenza. Quanti di noi sono cresciuti con coppie gay per poter ritenere che ciò, per i minori, sia giusto e moderno? Quanti di noi sono così sicuri di poter esprimere lo stato d’animo dei propri figli cresciuti in condizioni innaturali con un solo genitore o con una coppia gay? Insomma, siamo disposti a inventarci tutte le scuse di questo mondo pur di far passare in secondo piano la nostra irresponsabilità che ci spinge a rinunciare al partner imperfetto mettendolo in conto alla serenità dei figli. Ma la natura non mente. E violarla ha sempre delle conseguenze negative e nefaste. Pensiamoci bene prima di dire che l’amore per un bimbo fa lo stesso. Sti cazzi! Fate figli, state con loro, guardateli negli occhi, giocateci, conosceteli e poi ne riparleremo.