Opportunismo dei miei meloni

giorgia meloni

Le occupazioni abusive delle case nelle città italiane, sono un fenomeno gravissimo e un segnale chiaro della totale perdita della certezza del diritto. In un clima di prepotenza e sopraffazione, siamo un Paese totalmente allo sbando. Sguarnito di un governo capace di tutelare la legalità e mantenere il controllo del territorio. Detto questo, le cronache raccontano storie di disperazione di chi si sente obbligato a occupare una casa non sua, e di odio tra fazioni: quelle cosiddette autoctone contro quelle dell’immigrazione, ivi compresi i nomadi. Alla fine la stampa ci distrae con le guerre tra poveri e con i politici in tivù che balbettano di solidarietà e di provvedimenti tipo quelli di scatenare l’esercito per fare gli sgomberi, o per tenere a bada disordini che di giorno in giorno sembrano fuori controllo.

Ovviamente, visto che in tivù io non riesco mai a dire tutto ciò che vorrei, dico qui sul blog che tutto questo caos è secondario a una responsabilità primaria, che è politica. Tolto che la crisi economica ci mette del suo nel peggiorare la vita di molte periferie cittadine, rimane il fatto che le occupazioni abusive non sono un fenomeno attuale o recente. Bensì, sono una piaga che è iniziata almeno 4 anni fa. Vuoi perché troppe case popolari rimangono sfitte, vuoi perché la mamma col bebè si sente in diritto di avere un tetto senza attendere una graduatoria lunga, penosa e inconcludente, in Italia questa piaga di povertà e di miseria si è palesata per la prima volta a Milano.

Era il febbraio 2010 e in Lombardia si scioglieva l’associazione “Sos racket” capeggiata da Frediano Manzi, che se non avesse incendiato i suoi mezzi facendoli passare per attentati, l’avremmo volentieri ricordato come artefice di un utile contributo all’informazione sulla cancrena che si nasconde alla radice delle occupazioni: quella tra i politici, i funzionari ciechi e sordi dell’Aler (l’ente regionale maggiormente interessato dal fenomeno), e i clan campani, pugliesi, calabresi e siciliani, che per primi, molto prima dei famigerati immigrati, hanno inaugurato il mercimonio parallelo e illegale di queste abitazioni. Ebbene, nel 2010, erano già almeno 5 mila le abitazioni di Milano controllate dai clan. Le denunce di Sos racket diedero il via a diverse inchieste. Una su tutte quella che riguardò l’arresto di Giovanna Pesco, detta “la signora Gabetti”, che con altri fu accusata di associazione per delinquere finalizzata all’occupazione abusiva di appartamenti in via Padre Monti e a Niguarda. In quel periodo il sindaco di Milano era Letizia Moratti, e governatore della Lombardia era Roberto Formigoni, entrambi berlusconiani dell’allora governo Berlusconi, dell’allora ministro dell’Interno Maroni e dell’allora ministro della Gioventù Giorgia Meloni, in puntata con me a Quinta colonna ieri sera.

Tolte alcune inutili denunce decantate come panacea contro i mali dell’occupazione da parte dell’allora vicesindaco Riccardo De Corato, e tolto qualche sgombero di fortuna, il governo Berlusconi dell’ex ministro Meloni si è occupato di “piano casa” soltanto per autorizzare l’aumento delle cubature anche in zone protette, e ha sanato milioni di baracche abusive che solitamente si sbriciolano al primo terremoto e seppelliscono sotto le loro macerie chi ci vive. Aldilà degli spot, il governo Berlusconi dell’esecutivo Meloni non ha mai affrontato come si deve il problema delle occupazioni. Nonostante i numeri, 5 mila soltanto a Milano, segnale di un pericoloso allarme sociale che avrebbe indotto un governo responsabile a prendere tutte le precauzioni per prevenire questo crimine da quarto mondo, spesso perpetrato ai danni di anziani.

Presidente dell’Aler dell’epoca, era Loris Zaffra, ex craxiano finito due volte in galera, prima per 50 milioni di tangenti al Gaetano Pini durante la Tangentopoli del ’92 (reo confesso), e un’altra volta dopo qualche anno per l’inchiesta sulla bonifica dell’area Santa Giulia. Formigoni per “premio” gli ha conferì la redditizia nomina all’ente nel 2008, chiudendo due occhi sul fatto che poi, nel consiglio Aler fu presa la figlia di Eugenio Costantino, imputato di ‘Ndrangheta e arrestato assieme all’ex assessore lombardo alla Casa Mimmo Zambetti, formigoniano doc, reo confesso di aver comprato 4 mila voti dalla ‘Ndrangheta per 200 mila euro.

Se ci aggiungiamo che l’allora assessore berlusconiano alle politiche sociali del comune di Milano, Mariolina Moioli da Cividate al Piano, è finita nei guai per oltre un milione di fondi pubblici che secondo i magistrati ha usato per farsi gli spot elettorali, oltre che per la gestione a dir poco opaca degli appalti nelle colonie estive, chiudiamo il cerchio sulla qualità della classe dirigente locale, che per prima, avrebbe dovuto essere sul fronte a combattere e prevenire ogni forma di illegalità, che trova ai margini della società e nelle sue periferie il miglior humus per propagarsi a spese della povera gente disperata in cerca di casa, e che non può contare sulle graduatorie delle istituzioni in tutt’altre faccende affaccendate.

Le 5 mila occupazioni del 2010, sono diventate 8 mila nel 2014 e si sono propagate anche in altre città come Torino. Intanto i partiti di destra e di sinistra, oltre che rinfacciarsi colpe a vicenda, hanno vivacchiato su questa piaga a suon di spot e di problemi finti. A cominciare dalla Lega e dalle polemiche sterili di Maroni sulle “case ai Rom”, che hanno tenuto banco nella discussione politica televisiva per intere settimane, senza arrivare a nessuna conclusione, se non quella che prevede la legge sulle graduatorie di assegnazione che comprendono anche i Rom in possesso di determinati requisiti. Mentre la Lega e il Pdl con l’allora ministro Meloni hanno distratto gli italiani con questi finti problemi, il Viminale di Maroni non ha mai spiegato con quale criterio ha assegnato case da 200 metri quadrati a titolo gratuito nel centro di Roma agli ex prefetti in pensione e agli ex dirigenti di Polizia in quiescenza. Durante quel periodo, ministro della Gioventù era sempre l’onorevole Giorgia Meloni, che ora va in tivù a proporre soluzioni come se il problema non la riguardasse in tema di responsabilità politica.

Questo avrei voluto spiegare in tivù. Ma come al solito non c’è stato modo e tempo. Non c’è stato nemmeno il tempo di ricordare che nell’Aler lombarda di oggi, la Lega del governatore Maroni ha nominato presidente Gian Valerio Lombardi, l’ex prefetto di Milano che riceveva in Prefettura a porte spalancate Maristel Polanco, compagna di un narcotrafficante in cerca di passaporto, e diceva pure che in Lombardia la mafia non esiste. Insomma, in tema di occupazione di poltrone redditizie hanno fatto passi avanti i partiti amici e alleati dell’onorevole Meloni.  Buone liti tra disperati e Rom.

E’ uscito “Strenziate”

copertina YT STRENZIATE
Clicca il video di presentazione del libro

Matteo Renzi, presidente del Consiglio cooptato a Palazzo Chigi senza voto popolare, è l’uomo della strategia comunicativa anziché di quella politica e dei contenuti. E’ il premier con la faccia da bambino che dice e si contraddice sempre con toni rassicuranti, ottimisti e scherzosi. Questo libro contiene una raccolta di dichiarazioni di Renzi, da quando era un anonimo e rampante presidente della provincia di Firenze, attraverso il suo mandato (incompiuto) di sindaco del capoluogo toscano, fino ad oggi, nel ruolo di presidente del Consiglio. Sfogliando i vari capitoli suddivisi per argomenti e personaggi, troverete una divertente sequenza di frasi di Renzi che lo rendono un simpatico e commerciale volto della politica italiana. Di contro, le goffe e ridanciane contraddizioni , fanno emergere il vero profilo di Renzi: quello del chiacchierone che incanta il suo uditorio per nascondere la propria inconsistenza politica, oltre che personale. Insomma, un sindaco così, dopo tante chiacchiere smentite, in un Paese normale non sarebbe mai diventato il premier con lo slogan del rottamatore. Frasi alla mano, di Renzi possiamo dire che è un Rottam’attore. Leggere per credere. E per ridere.

QUI il link alla pagina del libro.

Gentiloni, marionetta per tutte le stagioni

paolo gentiloni

Chi si somiglia si piglia. Su questo fronte, il premier non eletto Renzi è coerenZissimo. La nomina al ministero degli Esteri del suo fan Paolo Gentiloni, consolida la linea dell’esecutivo fatto di piacionismo, fedeltà opportunista, chiacchiere e poca sostanza. Gentiloni è uno di quei personaggi morbidosi che da anni costellano il parterre politico degli oppositori di circostanza, per quel tanto che basta a dimenticare o a ribaltare tesi, frasi, massime e pareri nel volgere di un paio di telegiornali. Gentiloni è il perfetto uomo di sinistra in carriera grazie al piede e alla natica a destra. Passato dal rutellismo di Rutelli al veltronismo di Veltroni durante i loro mandati di sindaci (a debito) di Roma, salvo poi farsi folgorare dal sindaco di Firenze Matteo Renzi e perdere le primarie con Ignazio Marino, impopolare primo cittadino capitolino rinnegato dallo stesso Pd di Gentiloni, che in fatto di espulsioni è ben oltre quel “dittatore di Grillo”. Antiberlusconiano di latta, dopo un breve spot in favore dell’agenda Monti e un flirt con la Fornero, mamma degli esodati che “vedrei molto bene nel Pd“, oggi il neotitolare della Farnesina Gentiloni si ritrova a governare con figuri che fino a ieri rinnegava come diavoli. Uno su tutti? Angelino Alfano, titolare del Viminale, ex barboncino da lecca di Berlusconi diventato ministro del governo Renzi per demeriti nella gestione della vergognosa deportazione di mamma e figlia Shalabayeva: quel “pasticcio” per un “compromesso evitabile e non necessario” che per Gentiloni doveva indurre l’ex premier Enrico Letta del Pd a scaricare Angelino con un bel rimpasto. Sì, quel rimpasto che proprio per Gentiloni era inutile soltanto lo scorso gennaio “non cambia nulla perché cambiando i ministri senza vincere le elezioni il problema non cambia“. Tipo lui, insomma, esponente di “questa baracca” del Pd, monco dello “spirito originario” (16.09.2010), che dopo il siluramento di Marini e Prodi in corsa al Colle era “in preda al cupio dissolvi” (20.4.2013).

Invece toh! La politica pullula di miracoli e di risorti come il partito di Gentiloni. Allergico (a parole) dei “vertici del conflitto di interessi” di Berlusconi di cui Alfano è stato custode per anni e delle tivù berlusconiane usate “contro i magistrati“. Nemico dello “schema Raiset” e della struttura Delta (Debora Bergamini collega di Alfano che pomiciava con i manager Mediaset per decidere il palinseso Rai), predicatore delle “frequenze bene pubblico che non può essere regalato” (dov’era Gentiloni quand’era ministro delle Telecomunicazioni?), e apostolo della “libertà di informazione” in Rai e in Internet. Tranne quando si è in diretta streaming alla direzione nazionale del Pd, “in streaming non dico nulla” (15.01.2014) a proposito di Italicum uguale a Porcellum affinché “così il governo dura di più“. Peccato per Gentiloni che quello streaming sia stato chiaro e limpido quanto un’intercettazione, quelle che il suo collega di governo Alfano voleva abolire per decreto nel “bicameralismo perfetto, quello delle ossessioni di Berlusconi“, residente a palazzo Grazioli da cui “come minimo è il caso di togliere il Tricolore” (16.9.2009). Poco male per Gentiloni se il Tricolore è rimasto con tutto il suo pennacchio su via del Plebiscito, e Alfano ha continuato a propagandare porcherie per conto di Berlusconi, tipo la richiesta di grazia a Napolitano dopo la condanna nel processo Mediaset che per Gentiloni era “una farsa vergognosa di ricatti del Pdl, così non si va avanti“. Quando? Mica un secolo fa. Era agosto del 2013, a larghe intese già spianate.

Altro che “nessun accordo col centrodestra” (22.3.2013). L’indicibile maggioranza “dalla ABC alla BBC che non si passa“, è passata eccome. Grazie allo stesso ministro Gentiloni che oggi ne regge il moccolo. Altro che “film non proiettabile“. Altro che “nessuno pensi a maggioranze scilipotiche e raccogliticce con i transfughi del Pdl” tipo i ministri Alfano e Lupi, colleghi di Gentiloni nell’esecutivo Renzi. Ora bisogna fingere di nulla e dimenticare tutto. Anche il processo per corruzione di senatori finalizzato al sabotaggio del governo Prodi, papà dell’Ulivo politico di Gentiloni in cui Berlusconi è ancora imputato (a Napoli), e dunque “questa alleanza è ormai insostenibile” (24.10.2013). E pazienza se “senza riforme continuare non ha senso“. L’importante ora è che «noi puntiamo sul voto dei delusi del Pdl. A loro può far piacere se Romano si tira fuori» (10.11.2013). Gentiloni ha archviato da tempo “l’editto bulgaro contro Annozero” (27.9.2009) sostenuto da almeno un paio di attuali ministri de governo Renzi. Niente più rancori per Augusto Minzolini, senatore di Forza Italia alleato del Pd di Gentiloni dopo una fedele e parziale militanza alla direzione del Tg1. La testata che per l’ex ministro delle Telecomunicazioni del governo Prodi “Minzolini continua a scambiare per testata militante” (11.12.2009). Ora che Gentiloni è ministro di questo governo non eletto, raccogliticcio e di larghe intese, niente più rammarico se “Letta salva il ministro Cancellieri” che si metteva a disposizione dei reclusi Ligresti, nonostante “la Cancellieri si deve dimettere”. Niente più memoria per l’Imu dell’ex ministra Josefa Idem e il monito di Gentiloni su Twitter affinché “sul piano umano capisco, ma per un ministro gli errori non valgono come per chiunque altro“. Eccolo qua “il rovescio delle medaglie“. Gentiloni fa spallucce e da buon paraculo si gode la sua paserella di ministro di facciata di un governo senza legittimazione popolare a braccetto di Alfano. Speranzoso che “Renzi vampirizzi il movimento di Grillo portandogli via voti“. #Stiasereno Gentiloni che il popolo di Grillo la memoria ce l’ha. Memoria e dignità.

Dedicato agli stolti

stolto

Questo post lo dedico a quegli stolti che mi accusano di difendere in tivù gl’immigrati delinquenti e clandestini a discapito degli italiani. Assodato che senza più reato di clandestinità, di clandestini in Italia non ce ne sono formalmente più, chiarisco che:
nel (fu) Bel Paese l’allarme sicurezza esiste ed è crescente soprattutto per la presenza di stranieri randagi che, oltre a non avere nulla da perdere, hanno anche la certezza di delinquere pressoché liberi e impuniti. Lo dicono chiaro i dati dell’Istat. Le rapine sono passate da 35.000 nel 2010 a 44.000 nel 2014, 12o al giorno con un sensibile incremento di quelle per strada. Gli scippi denunciati nel 2010 furono 14.000. Nel 2013 sono saliti a 21.000, il 50% in più. I borseggi sono passati da 113.000 nel 2009 a 165.000 nel 2013, di cui il 63% attribuiti a stranieri. I furti in casa nel 2010 furono 149.000, nel 2013 sono schizzati a 246.000 (+65%, di cui 54% attribuiti a stranieri). I dati parziali del 2014 dicono che soltanto per le rapine siamo già a 10.000 più rispetto all’anno scorso. Numeri preoccupanti che ci dicono come la povertà e la disperazione alimentati dalla crisi economica, generino pericolo in un clima da Far West e sopraffazione. Sia da parte di stranieri che da parte di italiani.

Poiché questa situazione non è sorta dalla sera alla mattina, ma è cresciuta nella sua emergenza col tempo, occorre dire anche le cause e i motivi. Le cause sono da attribuire ai governi degli ultimi 15 anni. Di destra e di sinistra, che col progressivo smantellamento dell’efficienza della giustizia, personale male organizzato o in sotto organico assieme leggi inefficienti o inapplicabili, hanno favorito il dilagare dell’immigrazione incontrollata e anche delinquenziale, di fatto gestita da associazioni di volontariato sparse per l’Italia. Gli unici provvedimenti adottati dai governi per provare a contrastare l’immigrazione e la delinquenza costituita perlopiù da reati predatori, sono stati l’indulto varato dal governo Prodi nel 2006, che ha svuotato le carceri e due leggi dei governi Berlusconi: la Bossi-Fini, concepita apposta per essere disattesa, e il “pacchetto sicurezza” varato nel 2009 all’epoca del ministro dell’Interno Maroni. Pacchetto che tenne banco per mesi sui giornali anche grazie a sceneggiate tipo quella del digiuno dei valdesi (compreso quello del senatore berlusconiano Malan che non si è mai capito perché votò a favore), salvo poi rivelarsi un becero strumento di propaganda di regime, in contrasto con i dettami della Costituzione, tanto da essere smontato pezzo pezzo da una serie di sentenze della Consulta che ha limitato i poteri dei sindaci sbizzaritisi con ordinanze razziste e discriminatorie.

Nessun effetto contro i cosiddetti matrimoni combinati (legittimi secondo dalla Corte costituzionale quelli tra il vecchietto e la badante russa), e nessuna punizione all’immigrato che in estremo stato di indigenza non rispetta l’ordine del questore di andarsene. Dal codicillo sul foglio di via alle prostitute, fino all’emendamento D’Alia per censurare la libera informazione su Internet, passando per l’emendamento blocca processi a Berlusconi ritirato in cambio del lodo alfano, ci hanno distratto con i medici sceriffi che dovevano denunciare i clandestini medicati in ospedale, senza contare i 6 mila tunisini indagati a Lampedusa per clandestinità dalla procura di Agrigento. In realtà, il pacchetto sicurezza avrebbe potuto funzionare se si fosse investito sui piani di rimpatrio degli immigrati senza documenti e senza lavoro, se si fosse rafforzato il ruolo della magistratura, se si fossero inasprite le regole e le leggi su aggressioni, rapine e furti, e se si fosse ottimizzato l’impiego delle forze dell’ordine in pattugliamento del territorio. E invece, anche i giudici si sono trovati impantanati in un pacchetto tanto sgangherato da generare caos e provvedimenti inapplicati: come quelle 500 archiviazioni chieste dai pm perché rifiutate dai giudici di pace impossibilitati a giudicare una persona nel suo stato di irregolare, che nel frattempo diventava introvabile. O per quei giudici che, emessa la sentenza di allontanamento dello straniero, non c’era uno Stato che avesse provveduto a organizzare il rimpatrio, costoso e complicato perché nel frattempo le questure non davano l’ok. Gli unici “clandestini” perseguiti che hanno riempito in sovrannumero le patrie galere, hanno avuto condanne per altri reati. Non in quanto clandestini.

Poiché il governo Letta  ha abolito il reato di clandestinità (anche grazie al voto dei 5 stelle), l’Italia, più di prima, è ritenuta terra di nessuno per tutti quei disperati che col pretesto di scappare dalle guerre raggiungono le nostre coste, per poi bivaccare nelle piazze delle nostre città nella totale assenza delle istituzioni. Di chi è la responsabilità di tutto questo, se non politica? Ecco, questo ho cercato di spiegare in estrema sintesi in tivù. Che è ben diverso dal dire che sono a favore degl’immigrati clandestini che delinquono. Peccato che gli stolti non capiranno nemmeno questo post.

L’abbraccio di Reggio Calabria a Falcomatà

giuseppe falcomatà

Giuseppe Falcomatà è il nuovo sindaco di Reggio Calabria. Ha vinto le elezioni amministrative ottenendo al primo turno il 61 per cento dei voti. E’ un ragazzo giovane, di bell’aspetto, faccia pulita, e soprattutto è figlio di Italo Falcomatà, unico sindaco reggino capace di reggere tre mandati a cavallo tra gli anni Novanta e Duemila, al quale la città ha dedicato il lungomare da lui stesso inaugurato. Non è importante di quale partito sia questo nuovo sindaco, benché sia del Pd. E’ importante l’opportunità che questo giovane ha di provare a dare un nuovo corso a una città infestata dalla ‘Ndrangheta. Sembra che il 61% dei reggini abbia voluto dare continuità al rampollo di quell’Italo che, scomparso prematuramente e improvvisamente nel pieno della sua attività di primo cittadino, è stato consacrato in una sorta di mito locale. Giuseppe Falcomatà, rispetto all’epoca della dirigenza cittadina in mano ai clan di Giuseppe Scopelliti, è da reputare una svolta che è prematuro e ingiusto giudicare. Soltanto il tempo ci dirà se Giuseppe Falcomatà sarà un buon amministratore sulla scia di suo padre.

Trovo molto meno importanti le beghe di partito sul misero 1,78 per cento ottenuto da Vincenzo Giordano, il candidato del Movimento 5 stelle. Di certo, un risultato che non rende onore all’unico partito onesto e rivoluzionario del Paese. Ma le dinamiche comunali per il sindaco sono troppo diverse da quelle nazionali. Il sindaco è il volto di una comunità che si sente come una grande famiglia. E’ solitamente espressione di un intimo rapporto personale alimentato da dinamiche di vicinato e di reputazione, oltre che influenzato dal ruolo nel tessuto economico e sociale della città. E’ chiaro che se a Reggio Calabria il Movimento 5 stelle è diviso in cinque meet up simili a cinque tifoserie che non si accordano sul candidato, è difficile che possa portare risultati. Anche se uno conta uno è sempre la somma di tanti uno a fare il risultato. Evidentemente a Reggio Calabria non esiste “un grillino” leader capace di aggregare un gruppo e una linea politica. Amen. Il Movimento è un’idea e un’opportunità. Sono forse i grillini che devono crescere.