Auto blu, Montalbano e quel morbo del post-grillismo

Va bene, la soffiata di Renzi a De Benedetti che guadagna in Borsa 600 mila euro è uno scandalo, ne siamo abituati. Fermo restando che 600 mila euro per De Benedetti, sono come 6 centesimi per noi comuni mortali. Al di là di questo, le nuove forze politiche che raggranellano voti denunciando gli sprechi e la casta d’altri, non possono tollerare eccezioni. La deroga cozza sempre con la serietà e la credibilità. E’ un morbo che corrode la fiducia e l’aspettativa. Dunque, non si devono e non si possono tollerare eccezioni.

Il caso della consigliera 5 stelle Debora Montalbano che è andata a prendere la figlia a scuola in auto blu anziché usare il taxi o il carsharing, per un partito onesto e coerente, è un’azione grave tanto quanto quella di Renzi che “soffia” al suo editore di riferimento un affare finanziario. Sapete perché? Perché non è l’entità dell’importo e la grandezza del vantaggio che misura la dimensione dello scandalo. E’ il gesto che scredita. Dunque, l’auto blu, simbolo del privilegio della casta contro il quale il Movimento 5 stelle ha costruito uno dei suoi pilastri di credibilità e prima voce di tagli veri o annunciati da tutti i partiti, non può tollerare eccezioni in tal senso. Non ci possono essere attenuanti o scuse. Chi giustifica o minimizza nei commenti è già corrotto e inaffidabile in partenza.

Debora Montalbano si è dimessa dalla presidenza della IV Commissione al Comune di Torino, ma non è ancora chiaro se le sia consentito di usare il logo a 5 stelle. Luigi Di Maio ha solo condannato l’episodio come “fatto gravissimo“, ma non ha buttato fuori dal Movimento la consigliera. Nemmeno ha ipotizzato un voto online. Sapete perché? Perché l’ondata dei post-grillisti iscritti al portale ed ereditati dai partiti che hanno reso i 5 stelle un partito di massa, voterebbero in maggioranza per tenerla. Cioè, i nuovi grillini sono gl’italiani medi che derogano le regole.

A tutti loro, gli assaltatori della diligenza degli ultimi due-tre anni, va proposto un ripasso delle dichiarazioni e dei provvedimenti presi nella storia del Movimento. Eccone alcuni, tra i più significativi che dovrebbero essere riportati a caratteri cubitali sul blog delle Stelle, (ma che per questioni di sondaggi e per totale assenza di trasparente autocritica, non pubblicheranno mai).

Il portavoce M5s si impegna a rinunciare ai privilegi come le auto blu“. Da un post sul blog di Grillo del 19 giugno 2015.

«Non mi candido al parlamento, sto con Beppe, ho rinunciato all’auto blu e pranzo in mensa coi dipendenti». Giovanni Favia, 28 marzo 2012, buttato fuori dal Movimento per aver “comprato” spazi con soldi del gruppo regionale in un’emittente locale bolognese e per essere stato intercettato a criticare il verticismo dei 5 stelle e la carenza di democrazia interna.

«La politica è una cosa bella. Sono i partiti che non ci servono più. Mi scusi, ma è arrivata la mia auto blu…».
Federico Pizzarotti, 22 maggio 2012, sindaco di Parma, sale sulla Multipla grigia ammaccata di un’amica (mentre le auto blu al Comune di Parma le ha eliminate). Sindaco mobbizzato dal Movimento e rieletto senza i colori dei 5 stelle. La perdita più grave ed eclatante dei grillini.

Anche a Livorno il neosindaco Nogarin, tra i primi provvedimenti adottati, ha tagliato tutte le auto blu a disposizione del Comune.

Il Comune spendeva 25 mila euro l’anno per auto blu. Noi abbiamo fatto contratti da 20 mila euro (che potrebbero scendere a 10). Federico Pizzarotti, 30 agosto 2012.

«La gente è disperata, non ce la fa più, e quelle facce da culo vanno in giro con le auto blu». Beppe Grillo al comizio di Mantova, 11 febbraio 2013.

«Siamo pronti per governare. Basta auto blu».Davide Barillari rivolto alla piazza di Roma, candidato pentastellato alla Regione Lazio, 22 febbraio 2013.

«Andrò in autobus, in treno e in metro. L’auto blu per me è il male assoluto, se mi vedete a bordo linciatemi».
Luigi Di Maio, 21 marzo 2013, appena nominato vicepresidente della Camera.

«Voi sapete quante sono le auto blu? Sono 7.000. Ma non sono l’unico costo da tagliare». Il vero spreco si annida «nelle 59 mila auto grigie. Chi sa che cosa sono le auto grigie? Le auto grigie sono quelle senza autista. Un costo che si può eliminare. Si risparmiano così 800 milioni. Dal calcolo abbiamo tolto le auto delle forze dell’ordine».
Gianroberto Casaleggio rivolto agli industriali di Torino, 15 aprile 2013.

Per noi sono rimasti due commessi, per una spesa di 150 euro. Ossia, il costo di un giro in auto blu della Boldrini“.
Manlio Di Stefano, 7 settembre 2013, dopo la discesa dal tetto di Montecitorio per la protesta dei 5 stelle.

Il 6 novembre 2013 il gruppo dei 5 stelle presenta un ordine del giorno in cui chiede a tutti i parlamentari di utilizzare il car sharing per sostituire le auto blu a disposizione di Montecitorio. Respinto.

Dimezzeremo stipendi di consiglieri e giunta, taglieremo vitalizi, auto blu…” Valeria Ciarambino, candidata alla Regione Campania, 14 marzo 2015.

«Al mio primo giro tra gli uffici amministrativi mi hanno chiesto se volevo l’auto blu e ho risposto di no». Cettina Di Pietro, neosindaca 5 stelle di Augusta (Siracusa), 16 giugno 2015.

«Gestiremo la vittoria dei ballottaggi nel migliore dei modi possibili, rispettando le promesse fatte (…) rinunciando alle auto blu». Davide Casaleggio, 20 giugno 2016.

«Impossibilitato partire da Monza, troveremo il modo di raggiungere Bergamo. Mai con l’auto blu». Tweet di Alessandro Di Battista, 12 novembre 2016, bloccato a Milano Centrale durante il “Iodicono treno tour”. Di Battista si è defilato dal Movimento non ricandidandosi al Parlamento nonostante la rielezione sicura.

«Siamo un’idea, un movimento con le mani libere che va a scontrarsi con le auto blu e la collusione …». Luca Pirondini, candidato 5 stelle a Genova, 26 aprile 2017.

“Noi vogliamo liberare la Sicilia da questo Medio Evo politico (…) la regione è la prima in Italia per numero di auto blu, usate a sbafo e a spese dei siciliani”. Giancarlo Cancelleri candidato 5 stelle alla presidenza della Regione Sicilia, 9 luglio 2017. Dopo il comizio, Grillo davanti l’albergo non risponde ai cronisti e picchiando la mano sul cofano della sua vettura ripete come un mantra: “auto blu, auto blu”.

«Privilegio da casta del governatore De Luca», denuncia il gruppo campano 5 stelle nei confronti del governatore Vincenzo De Luca del Pd. E’ il 29 dicembre 2017, pochi giorni fa.

Dunque, chi ha ancora il coraggio di giustificare la Montalbano sia cacciato a pedate nel culo. Come ai vecchi tempi.

Al Pirellone Fontana, l’alfanian leghista riallineato

Bobo Maroni non si ricandida a governare la Lombardia. La Lega schiera dunque Attilio Fontana, alterego personale e politico del presidente uscente. 65 anni, ex sindaco di Induno Olona, due volte sindaco di Varese, presidente Anci Lombardia fino al 2011, quando fu fatto dimettere da Calderoli per essersi schierato contro l’Imu varata dal governo Monti col sostegno di Berlusconi e Tremonti, Fontana alla fine ha applicato la tassa ai suoi cittadini definendola utile per far quadrare i conti in Comune. Siede nel Consiglio d’Amministrazione di Fiera Milano, società controllata da Ente Fiera, in parte commissariata dal Tribunale di Milano per sospette infiltrazioni mafiose relative ad appalti per 20 milioni di euro affidati al nisseno Giuseppe Nastasi, considerato il braccio finanziario delle cosche. Fiera Milano è un poltronificio doc. Qui hanno scaldato le natiche l’ex ministro Maurizio Lupi e molti amici di Comunione e Liberazione, tra cui Roberto Formigoni.

Legale difensore delle “guardie padane” indagate di associazione militare armata per fatti risalenti al1996, recentemente tutti prosciolti dalla Cassazione, Attilio Fontana è il candidato ideale della lega “alfaniana” tanto cara proprio a Maroni, che lo ha retto in maggioranza in questi anni al Pirellone, quella che potrebbe ridare una poltrona a nullità politiche come Angelino Alfano. Sostenitore dell’ex sindaco di Verona Flavio Tosi, espulso dalla Lega celodurista, Fontana s’è rimangiato la promessa di mollare il partito qualora Tosi se ne fosse andato.

Odiato da Bossi e da tutti i bossiani per la sua posizione maroniana da Lega democristiana, Fontana è stato l’unico leghista ad aver stretto la mano all’ex ministro Kyenge ai tempi in cui le lanciavano le banane e le davano dell’orango. Voleva aggregare la provincia di Monza a quelle di Como e Varese, e da sindaco di Varese prese le difese di tre giovani padani finiti nei guai per aver imbrattato i muri con la scritta “Monti buffone”. Per dire, si è messo contro il regolamento di polizia municipale varato dalla sua stessa giunta, che prevede multe per gli imbrattatori e che ha indotto il suo Comune a costituirsi parte civile contro gli imbrattatori. Una sorta di Gaetano Armao del Nord.

Favorevole all’acqua pubblica (votò sì al referendum del 2011), anno in cui fu l’unico sindaco vincitore e riconfermato nella Watterloo leghista, dichiarò che avrebbe votato a favore di un sindaco Pd nella vicina Gallarate per colpa di un Pdl “poco riformista”. Alla fine, Attilio Fontana è stato un ribelle “riallineato” agli interessi della Lega che per governare in Lombardia deve fare i conti con la Compagnia delle Opere.
Dunque in Lombardia, nuovo nome, vecchie cariatidi di potere. Orizzonte tristemente uguale.

Monnezza grillina, romani bastardi

Cari romani, la sindaca Virginia Raggi in 18 mesi di governo della città, non è ancora riuscita ad eliminare i cassonetti della monnezza dalle strade (anche per negligenza della Regione Lazio governata dal Pd). La raccolta dei rifiuti differenziata e ordinata a Roma, è ancora un miraggio in parte perché il Campidoglio è in difficoltà a gestire la raccolta, in parte perché molti di voi, cari cittadini, siete semplicemente degli incivili. Non avete la volontà e nemmeno la sensibilità di capire che ogni rifiuto abbandonato in strada o lasciato indifferenziato, finirà in un inceneritore che produrrà nanoparticelle cancerogene per voi e per i vostri figli (pure i nostri), oppure finirà in una discarica tipo Malagrotta che continuerete a respirare e a ritrovarvi nel piatto in tavola con gli alimenti contaminati. Dovrebbero chimarvi “Bastardi della differenziata”, esattamente come l’azienda ambientale di Napoli (Asia), sta facendo con la sua quota di abitanti zozzoni.

Vaneggiate tanto il paragone con Milano e col Nord, ma nessuno – nemmeno i 5 stelle – vi dice che per la maggiore siete sostanzialmente degli incalliti arretrati. Anzi, i 5 stelle ora si ritrovano a fare i conti col sindaco Federico Pizzarotti, isolato e poi mobbizzato dal Movimento per il famigerato inceneritore di Parma, spina nel fianco di Grillo e Casaleggio. Ecco, oggi quell’inceneritore farebbe comodo alla Roma che soffoca nella monnezza, ma i 5 stelle, per ragioni di spot da campagna elettorale, non vogliono che la sindaca simbolo del grillismo ricorra al sindaco mobbizzato per far fronte a un’emergenza incivile da quarto mondo. Senza contare che anche il governatore emiliano Stefano Bonaccini “scarica” sui 5 stelle il dietrofront a un accordo già preso col governatore omologo del Pd Zingaretti.

Dunque, i rifiuti a Roma rimangono una grana per voi romani che avreste bisogno di tornare sui banchi di scuola per imparare l’A-B-C del vivere civile. E sono una grana per i grillini che hanno bisogno sia dei vostri voti, che di quelli dell’Emilia Romagna per andare al governo, possibilmente senza ricorrere a Pizzarotti e al Pd per smaltire la monnezza che puzza e ingombra. Meglio la soluzione di infilarla sotto “il tappeto” dell’Abruzzo, molto montuoso e fuori dall’asse portante economico nazionale. Così pare si voglia rimediare in campagna elettorale. Ma che bel partito. E che bel Paese!

M5S, il profilo del candidato ideale

Candidature aperte a tutti per rinnovare il parco onorevoli a cinque stelle della diciottesima legislatura che s’aprirà con le votazioni di marzo. Iscritti e non iscritti al portale possono chiedere di essere messi in lista, a patto che rispondano alle richieste del nuovo statuto varato dal vertice del partito di Grillo. Partiamo da quello economico: 2.500 euro netti al mese per tutti. Non cambia la soglia di reddito dell’onorevole grillino. Anzi, rischia di abbassarsi perché – si legge chiaro nelle condizioni – “300 euro mensili saranno da devolvere al fondo di sostegno delle iniziative di partito“, tipo la piattaforma Rousseau. Dunque, visto che non è specificato, il reddito mensile potrebbe scendere ulteriormente a 2.200 euro. Troppo pochi per un quaranta-cinquantenne che si candida al Senato. Pochi e insufficienti, s’intende, per uno bravo e competente, che magari vive a Milano o comunque al Nord.

Con questa prima premessa, il candidato ideale dev’essere animato da molto spirito di servizio. Quindi, o è ricco di suo – non sapendo cosa sia la povertà – oppure potrebbe trattarsi di un mezzo fallito che trova nella politica un’occasione di auto-realizzazione. Profilo distante da quello di “Elevato” che deve per forza tenersi Grillo. L’Elevato solitamente pensa e attua. Non è uno yes-men intimorito dal vaneggiare autoritario del leader imposto. Quindi, non proprio un’altra bella premessa (parlo di 40-50enni destinati al Senato). A queste condizioni è più probabile pescare elementi buoni alla Camera, in quanto più giovani (tra i 18 e i 39 anni), senza famiglia, ambiziosi e più disposti a strisciare nella speranza di una futura scalata. Regola dell’età, peraltro, liberamente derogata da Di Maio per deputati a 5 stelle entrati negli “anta” in questo quinquennio, che infatti potranno ri-candidarsi alla Camera (come Alfonso Bonafede e Danilo Toninelli).

Il candidato ideale a 5 stelle, oltre a guadagnare poco, dovrà fingere di accettare di andare “contro” la Costituzione: in particolare contro l’articolo 67 sull’assenza del vincolo di mandato, che ripara dai rischi di multe e dimissioni i futuri voltagabbana (il caso del senatore Vacciano “costretto” alla cadrega per voto contrario dell’aula non dev’essere bastato agli estensori del nuovo statuto grillino che parlano – appunto – di multe e dimissioni obbligatorie).

Il candidato ideale a 5 stelle dovrà accettare Luigi Di Maio capo politico (e pure tesoriere) benché eravamo rimasti alla sua sola candidatura a premier. Una grana ulterirore per chi ancora crede nella democrazia diretta e nella meritocrazia tra i 5 stelle, riguarda le aspettative per la posizione in lista, e dunque le prospettive di elezione. Trattandosi di un partito di vertice (Grillo e Di Maio), c’è bisogno di un “giglio magico” fatto su misura. Ecco allora che lo zuccherino concesso alla base sul voto delle primarie, darà comunque al vertice la facoltà di manomettere la volontà popolare com’è già successo a Marica Cassimatis. Come? Semplicemente candidando negli uninominali i cosiddetti “fedelissimi”, e un esercito di sconosciuti nel proporzionale (dove i 5 stelle non hanno possibilità di essere eletti) nemmeno con soglie oltre il 35% dei voti. Per fare altri 5 anni di opposizione.

Quindi, pensateci bene prima di spendere la faccia per candidarvi alla parlamentarie. I 5 stelle potrebbero costituire uno specchietto per allodole di dubbia utilità. Auguri.

Lombardia, no dei grillini alla parità uomo-donna


Dario Violi

Con 61 voti a favore, la Regione Lombardia ha approvato la modifica della Legge elettorale regionale che impone pari numero di candidati tra uomini e donne, e l’obbligo di esprimere almeno due preferenze, una per genere. La legge giaceva al Pirellone da quasi 10 anni su proposta della Pd Sara Valmaggi. E’ stata votata in extremis prima della fine del mandato del governatore Roberto Maroni. Astenuti gli 8 consiglieri grillini (contrari nella pratica), che si sono vendicati per essersi visti bocciare la loro proposta di dimezzare il numero delle firme necessarie alla presentazione delle liste elettorali. Il Pd proponeva il taglio di un terzo. Morale: i grillini si sono opposti ad una legge giusta (parità di genere) sostituendo l’utilità collettiva della suddetta legge a ragioni squisitamente di partito. Insomma, hanno gettato il bimbo con l’acqua sporca. Un po’ banalotta la scusa del candidato-governatore dei 5 stelle Dario Violi: «Ancora una volta la casta si chiude nel palazzo e ostacola l’accesso ai giovani e a chi vuole fare davvero politica». Fake news da campagna elettorale.