“Voti del clan per Emiliano” e il Pd tace

michele emiliano

Secondo la Procura di Bari cinque esponenti del sanguinario clan Di Cosola avrebbero aiutato l’elezione a governatore di Michele Emiliano in Puglia. Lui, esponente di punta del Pd, risponde: «Aspettiamo la chiusura delle indagini per poter dire qualcosa a riguardo delle responsabilità personali». L’inchiesta riguarda le elezioni regionali del 2015 e il candidato Natale Mariella, secondo dei non eletti in una lista che appoggiava il Pd del governatore. Michele Di Cosola. collaboratore di giustizia come suo padre Antonio, ha raccontato ai carabinieri di un patto per far eleggere Mariella con i voti alla sua lista. Armando Giove, uomo di fiducia di Mariella, è indagato di scambio elettorale politico mafioso. Avrebbe accettato di pagare 70 mila euro perché il clan procacciasse preferenze per Mariella. Emiliano risponde che se così fosse «Io quei voti non li voglio», e giustifica il candidato come illibato ex rampollo di una famiglia di antiche tradizioni democristiane.
Anche a Quarto Luigi Di Maio da responsabile Enti Locali dei 5 stelle disse “Noi quei voti non li vogliamo“. Nel dubbio che un consigliere pentastellato fosse stato eletto con le preferenze della camorra, la sindaca Capuozzo fu invitata a dimettersi ed espulsa, mentre il Pd strillava a destra e a manca di etica e onestà.
Il Pd di oggi tace omertoso e non sospende Emiliano. L’ex magistrato-governatore preferisce tenersi i dubbi. Attendiamo fiduciosi a Bari gli strilli di Orfini (legalità), un accorato picchetto-strip della Picierno e il camper di Renzi a chiedere trasparenza ed etica con un bel poster che recita l’anagramma di Emiliano “elimina”. Solo così il Pd potrà eventualmente aver diritto di parola sulle questioni degli altri. Altimenti taccia del tutto.

Olimpiadi, Sergio Rizzo e i prostituti intellettuali

virginia raggi olimpiadi conferenza stampa

Il 14 febbraio del 2012 Mario Monti annunciò che le Olimpiadi di Roma nel 2020 non si sarebbero fatte. I troppi debiti non consentivano manifestazioni dispendiose. Niente più “sobrietà” come da giorni rantolavano destra, sinistra e giornali. Repubblica titolò: “Olimpiadi, il gran rifiuto di Monti“, e affidò a Tito Boeri il festoso commento “RESISTERE ALLE SIRENE”, con tanto di incipit relativi ad Atene 2004: “La tragedia greca era iniziata proprio lì, con la candidatura ad ospitare le Olimpiadi. I sovracosti incorsi nella preparazione hanno contribuito a quella spirale di deficit pubblici crescenti… Giochi costati 12 miliardi di euro, il 6% del Prodotto interno lordo greco…“, monitava. Filippo Ceccarelli la buttava in comica. “ADDIO AI CIRCENCES”, e si rallegrava che “Con algida e motivata deliberazione, come in fondo era ragionevole aspettarsi, la tecnocrazia ha gelato la stagione e per qualche tempo ha seppellito il governo dei circenses“. Walter Galbiati, di spalla, rincarava la dose: “In Canada 30 anni per ripianare il passivo del disastro Montreal, ad Atene i primi passi verso il baratro. Solo Barcellona s’è rinnovata. L’Olimpiade è una delle manifestazioni più ambite, ma anche un’incognita che rischia di pesare sui conti di un Paese“. In quei giorni il debito pubblico italiano era a 2 mila miliardi di euro, e il debito di Roma ammontava a 9 miliardi.

Oggi che sono passati 4 anni e quel debito italiano è lievitato a 2.250 miliardi, mentre quello capitolino è schizzato a 13 miliardi grazie al Pd, ecco come Repubblica tratta l’annuncio del No alle Olimpiadi del 2024 da parte di Virginia Raggi . Il titolo sparato in prima da Sebastiano Messina dice tutto: “IL MODO PEGGIORE (E SENZA LEALTA’)”. Nel lungo e pensoso epitaffio, nessun riferimento ai debiti bensì c’è spazio per favoleggiare di un’inesistente “scena imbarazzante, metodo incomprensibile, motivazione traballante per archiviare il dossier olimpico.“, in quanto non ci sarebbe “la forza di sostenere, argomentare e difendere le ragioni di quella scelta.” Il no alle Olimpiadi del debito promesso e mantenuto dai 5 stelle, “conferma l’arroccamento in quel fortino pentastellato dove già volano i pugnali“, con l’insinuazione dell’ultima colossale balla: “Nessuno sospetta più che il gran rifiuto sia una prova di obbedienza a Grillo, mentre persino tra gli assessori abbondavano i dubbi“. Più che Messina pare Messin(scen)a.

Il Corrierone nel 2012 sparava “I REDDITI DEI MINISTRI” e lasciava a Sergio Rizzo (il Dritto) il plauso per la decisione montiana: “Per il «No» di Monti alla candidatura della capitale per l’Olimpiade del 2020 temiamo che abbia ragione“, perché “Monti denuncia la fragilità estrema del nostro sistema“. E mentre chiedeva preoccupato le “Spese astronomiche già in partenza. Otto miliardi? Dieci? Quanti davvero?“, bacchettava duro e puro: “Il partito dei Giochi avrebbe dovuto ricordare che da troppi anni sbagliamo, e per difetto, ogni preventivo. Di soldi e di tempi. Non per colpa dei ragionieri, ma di una macchina impazzita che macina ricorsi al Tar, arbitrati… Un impasto mostruoso di burocrazia, interessi politici e lobbistici che spesso alimenta la corruzione“, e concludeva plumbeo: “I precedenti disastrosi non sono un buon motivo per non fare le cose. Giustissimo. Ma sono un’ottima ragione per andarci coi piedi di piombo. Almeno quando rischiare una montagna di denari pubblici non è proprio necessario. Come adesso.” Ecco, passati 4 anni e aumentati i debiti, Sergio Dritto in prima pagina, perde il suo senso ridanciano nel descrivere gli scandali di palazzo, trasformando il No alle Olimpiadi della Raggi in “UN PARADOSSO”, con la nobile motivazione secondo cui “Monti era premier, Grillo è un privato cittadino“, fingendo di non sapere che Grillo non ha imposto nessun no. Dunque, ecco il falso piagnisteo di circostanza su “Roma che non decide mai“, perché avrebbe “una classe dirigente debole“. Per il Dritto, Monti e Sciolta Civica quattro anni fa non rappresentavano il nuovo benché fosse stato nominato premier da pochi mesi. Solo per i 5 stelle siamo alla novità assoluta dell’inesperto, “Per una forza politica che si candida a governare il Paese per cambiare tutto, questa è un’occasione persa“. Sergio Dritto dimentica i suoi pistolotti sui debiti mostruosi della Capitale maturati grazie alla corruzione, alla mafia e alle parentopoli. Ora solo per i 5 stelle “l’Olimpiade avrebbe potuto essere una prova di estrema maturità“. Solo quei furbastri dei 5 stelle “hanno scelto di non mettersi in gioco“, per ragioni di “politica redditizia“. Solo adesso, secondo il Dritto “in otto anni Dio vede e provvede“. Nel 2012 evidentemente era ateo. Solo per i 5 stelle dire sì “avrebbe significato accettare discussioni, mediazioni, intese. Impossibile solo da immaginare“. Quindi, se Monti fu bravo e forte, i 5 Stelle danno “la sensazione di estrema fragilità“. Rivendica le “Olimpiarie“, senno “dov’è la differenza con gli altri, a questo punto ce lo dovrebbero spiegare“. Diffidare da Rizzo il Dritto è ormai d’obbligo dopo la sua recente incitazione a delinquere in tema di rifiuti sempre a danno della Raggi.

E il Partito democratico che fa? Il Pd del 2012 difendeva Monti, quello di oggi attacca Virginia Raggi per la “delibera ammazza-giochi” per voce del ministro Delrio, a causa dei 5 Stelle che «sono l’Italia del no» secondo il Bomba, mentre Orfini giura che «proveremo a far cambiare loro idea». Nel 2012, quando c’erano meno debiti di oggi, l’allora segretario Bersani bollava la scelta di Monti «segno di responsabilità». Il suo vice Enrico Letta considerava «le motivazioni di rigore e di concentrazione sul risanamento assolutamente comprensibili», e invitava a tifare per Madrid. Walter Veltroni parlava di una «partita gestita male, in modo fazioso» dall’allora sindaco Gianni Alemanno, che le Olimpiadi le voleva mentre per l’Atac partiva l’inchiesta sulla Parentopoli.

Ridicola anche Evelina Christillin, patronessa dei Giochi invernali di Torino 2006. Nel 2012 esaltava il No montiano: «Da sportiva ero assolutamente a favore, ma sono più comprensibili le ragioni addotte da Monti». Oggi sul Corrierrone del Sergio Dritto, la stessa Christillin si ribalta: Il No della Raggi è «un’occasione persa per Roma e l’Italia», perché «bisogna svestirsi del doppio cliché di incapaci e imbroglioni che noi italiani ci appiccichiamo da soli.» E il no di Monti? «Fece bene perché lo spread era oltre i 500 punti». La pista di bob inutilizzata alle Olimpiadi invernali costata svariati milioni di euro? «Beh, c’è sempre qualcosa che non va come ti aspettavi».

Chiudiamo questa ridicola rassegna di voltagabbana con la figuraccia del Coni. Nel 2012 l’allora numero uno Gianni Petrucci non minacciava improbabili cause alla Corte dei Conti per chiedere “700 mila euro per ogni consigliere che voterà no alla mozione“, come fa oggi Giovanni Malagò nei confronti della Raggi. Quattro anni fa, un minimo di sobrio pudore c’era ancora. Oggi siamo alla totale follia e alla dichiarata prostituzione intellettuale.

Roma sì a 5 stelle, no a 5 cerchi

olimpiadi di roma 2024

Le Olimpiadi a Roma nel 2024 non si faranno. La sindaca Virginia Raggi lo aveva promesso in campagna elettorale, e una volta eletta, in modo coerente, lo ha confermato: Roma non è in condizioni urbane e finanziarie per sostenere un evento che ha – tra l’altro – perso il suo valore etico. Roma non è la sola città ad avere rifiutato la kermesse a cinque cerchi. Ce ne sono altre venti sparse nel mondo. La capitale d’Italia è in condizioni disastrate, ha un debito di circa 15 miliardi di euro. Le rassegne sportive internazionali disputate nell’ultimo decennio nell’Urbe, hanno lasciato debiti, impianti abbandonati e inchieste della magistratura per il marcio e il malaffare che hanno inguaiato la politica e gli appaltatori affamati di soldi pubblici.

Oltre Roma, l’Italia è ormai un Paese sportivamente tagliato fuori. In atletica, il Bel Paese non ottiene più medaglie non soltanto dalle Olimpiadi, ma anche dai mondiali e dagli europei. I tagli alla scuola hanno cancellato i Giochi della gioventù, vivaio inesauribile di campioni che hanno valorizzato l’Italia nel mondo per anni. Senza Giochi abbiamo già perso due generazioni di sportivi nell’indifferenza totale delle istituzioni, e di pari passo, col costante aumento di bimbi obesi poltriti con la Play station. Aggiungiamo che da un punto di vista politico, le Olimpiadi sono entrate a pieno titolo nel gioco delle vendette internazionali. Il Cio ha escluso in massa tutti gli atleti della Russia dall’evento di Rio de Janeiro spacciandoli per dopati, senza sfiorare la nutrita pattuglia di statuari velocisti americani, quelli che corrono tutte le settimane di un’intera stagione i cento metri in meno di dieci secondi facendoci credere che s’allenano a pane e Gatorade. Lamine Diack, presidente della IAAF, il massimo organismo dell’atletica leggera, è finito in manette per corruzione.

In Italia abbiamo una federazione governata da quattro bacucchi senza quid, incapaci di incentivare l’attività sportiva e di spronare i giovani a partecipare. Tutto ciò basta e avanza per valutare con serenità che lo sport corrotto ha snaturato le Olimpiadi, trasformandole in un qualcosa che serve a poco. Non servono- ahime – soprattutto a una città piena di debiti come Roma, se consideriamo che le Olimpiadi sono notoriamente diventate un affare delle solite lobby del cemento e cartina di tornasole per il marketing di sport atipici (vedi il cricket, la carabina o il tiro a volo di certe atlete cicciottelle), che poco o nulla hanno a che vedere con lo spirito olimpico originario, quello che l’era moderna ha riaffermato mandando in scena soltanto l’atletica.

E allora è finalmente ufficiale: Roma è infortunata e fuori forma per essere pronta nel 2024. La Raggi è il medico che prova a dimagrirla dai debiti e a guarirla dalle inefficienze. Per riportare la Capitale a cinque stelle. Poi, forse, a cinque cerchi.

Profughi in tutti i Comuni, decide Alfano

migranti

Il governo Renzi lo chiama “Piano nazionale di accoglienza”. In realtà estende l’obbligo ai piccoli comuni di ospitare e dare alloggio ai profughi che attraversano il Mediterraneo con i barconi. Gente non censita, senza documenti, in qualche caso malata di patologie che in Italia e in Europa avevamo debellato da decenni come la tubercolosi. Con questa bozza che i Comuni dovranno firmare presto, il governo Renzi si arrende del tutto all’invasione dei poveri del mondo dando colpa all’Europa e alle norme che ne accompagnano i Trattati in tema di diritti umanitari. In soldoni, significa che dalle sole città metropolitane finora ospitanti, si aggiungono due gruppi di Comuni che dovranno mettere a disposizione palestre, scuole o altri edifici pubblici (e magari privati): quelli fino a 2 mila abitanti e quelli con oltre 2 mila abitanti. Cinque profughi ogni mille abitanti per i primi, 2,5 profughi ogni mille abitanti per i secondi perché le metropoli ne hanno già tanti, (ospiteranno 1,5 profughi ogni mille abitanti).

Il “premio” messo in palio dal ministro Alfano per i Comuni ospitanti (obbligati) è “da urlo”: deroga al blocco delle assunzioni, accesso all’ambitissimo Sprar, il Sistema di protezione per richiedenti asilo gestito dal Viminale con annesso permesso di sforare il patto di stabilità, e la bellezza di mezzo euro al giorno di sostegno per ogni profugo. Sai che spasso! Li chiamano “incentivi”. Alfano ha deciso tutto assieme al presidente dell’Anci Piero Fassino, al capo della Polizia Franco Gabrielli e al capo del Dipartimento libertà civili e immigrazione Mario Morcone in risposta alla lettera che il sindaco di Milano Beppe Sala ha scritto a Repubblica, in cui parla di città al collasso e chiede «un’equa distribuzione sul territorio dei profughi».

Fino a ieri, nel solo 2016, sulle nostre coste sono sbarcati oltre 130 mila profughi e appena due scafisti arrestati. Nei lager chiamati “centri di accoglienza” ci sono 160 mila profughi, (erano 103 mila a inizio anno). Ventimiglia è da tempo diventata la Lampedusa della Liguria e nelle città è ormai normale imbattersi in gruppi di stranieri che bivaccano nei parchi e sotto i ponti.

Di contro, non ci sono piani a lungo termine come i rimpatri di massa, caccia capillare agli scafisti, e soprattutto non sono previsti blocchi al commercio di armi con l’Africa. La cosiddetta “contaminazione” culturale a cui siamo sottoposti è una silente invasione di poveri con la complicità di uno Stato sotto scacco dei banchieri tedeschi e degli Stati Uniti. Un governo di buffoni che col pretesto dell’accoglienza alimenta l’abbassamento dello standard della qualità della nostra vita, ci espone a maggiori rischi di disoccupazione, ci toglie sicurezza, benessere e ci espone pure alle malattie. Lo chiamano “Piano nazionale di accoglienza”, si traduce con “Piano nazionale di macelleria sociale”.

M5s e “Il danno quotidiano”

travaglio grillo cinquestelle

Urca, ma avete notato come il Fatto quotidiano diretto da Marco Travaglio si è completamente sdraiato con i 5 stelle? Un giornale così attento alle contraddizioni dei politici, anche quelle minime, così autonomo dai partiti e dalle loro logiche, sempre pronto a evidenziarne i difetti e le magagne, oltre che i guai con la giustizia, con i 5 stelle ha perso la bussola dell’obiettività. Gli editoriali del direttore sono un continuo e melenso spot per i pentastellati messi a confronto con i partiti. Non solo Travaglio: da Tecce a Zanca, passando per Antonio Padellaro, che addirittura approfitta delle interviste su Radio-Rai per consigliare Virginia Raggi e il direttorio come uscire dalle critiche, leggere il Fatto ultimamente par di sfogliare L’Unità di Grillo. Del gruppo di giornalisti, soltanto Peter Gomez ha scritto “contro” la Raggi, proponendo le dimissioni qualora non si fosse scusata per l’ormai famigerata bugia sull’indagine della Muraro. Ha però pubblicato solo sul Fatto on line che egli stesso dirige, no di certo sul quotidiano cartaceo diretto da Travaglio! Il che la dice lunga sulla linea intrapresa dal giornale. Eppure sembra ieri quando Travaglio tuonava contro il legittimo impedimento di Berlusconi ed elogiava le dimissioni del deputato ed ex ministro laburista inglese Phil Woolas, “accusato di avere mentito in campagna elettorale“. Di recente, vantandosi per lo scoop del suo giornale per le cene dell’ex sindaco Ignazio Marino, Travaglio ci ricordava che “nelle vere democrazie basta una bugia non penalmente rilevante per stroncare la carriera a capi di Stato (vedi Nixon), premier, ministri, sindaci…“. Non passava settimana che Travaglio ci spiattellava la bugia come pessima nemica di ogni politico rampante e in carriera. Salvo poi cambiar rotta, alla luce delle bugie di qualche vip a 5 stelle: il trio Muraro-Raggi-Di Maio colpevole di una “menzognuccia” sull’indagine penale ancora coperta da segreto, viene assolto da Travaglio con frasi del tipo “Quasi sempre, per un politico o un amministratore pubblico, avere un’indagine a carico è molto più grave che dire una bugia“. Un’inversione a U degna del miglior Cerasa del Foglio!

Altro che il Travaglio ruvido e punzecchioso dei bei tempi di Santoro. Sappiamo bene che i 5 stelle sono il meglio che abbiamo nella politica italiana e che fortunatamente sono in costante crescita di popolarità. Gl’italiani lo stanno capendo. Per i partiti gli spazi in politica si riducono irrimediabilmente e sono sempre meno importanti. Gli arresti di esponenti dei partiti sono ormai veline senza appeal. Sono i 5 stelle al potere nelle città che devono essere analizzati, criticati e punzecchiati per e le loro piccole o grandi contraddizioni. E’ ovvio che un grillino bugiardo merita la prima pagina! La merita perché è un inedito per esponenti di un partito che ha costruito la sua fortuna politica sbugiardando gli altri. Travaglio finge di non capire questo aspetto. Finge di non capire che la balletta di un 5 stelle non ha nulla a che vedere con i partiti e le loro dinamiche corrotte, e dunque è moralmente più grave.

Sotto questo aspetto la stampa irriverente che racconta i fatti da una visione “diffidente” del potere è proprio quella di regime. Rispetto al Fatto quotidiano, sono ahime più realisti il Corriere e Repubblica nei confronti dei 5 stelle. Vuoi mettere che chicca la bugia dell’eroe Di Maio? Di Maio non è mica tutta la galassia 5 stelle! E’ solo uno dei volti trainanti che grazie all’irriverenza della stampa di regime che ne ha svelato la paraculaggine, si è giocato la candidatura a premier. Basta leggere il suo profilo Facebook per trovare decine di critiche votate centinaia di volte. La sanzione reputazionale della Rete a 5 stelle è fortunatamente indipendente dalle leccate di Travaglio. Sappiamo da soli, noi grillini (m’includo anch’io da elettore talebano ligio alle regole), quant’è importante la sincerità di un politico, anche quando è in difficoltà. Di politici ballisti che s’arrampicano sugli specchi non ne vogliam sapere.

Giudichiamo un 5 stelle a prescidnere dalla corruzione distruttiva dei partiti che ha messo in ginocchio il Bel Paese. Proprio Luigi Di Maio quando si è scusato per la bugia, ne ha detta subito un’altra: ha accusato i giornali di aver dato molta più visibilità critica alla Raggi rispetto a Mafia capitale. Ma come dicevo è una panzana: da quando è scoppiata Mafia Capitale, dal dicembre 2014, la cosiddetta stampa di regime ha parlato in prima pagina dello scandalo per 55 giorni (c’è un elenco con le date). Lo scandalo della corruzone attorno al G8 dell’Aquila con annesso terremoto che ha coinvolto il governo Berlusconi, è stato in prima pagina per ben 42 giorni. Il caso-Ruby che ha affondato l’immagine di Silvio Berlusconi, è stato in prima pagina per 53 giorni.

La saga Raggi-Muraro con annessa bugia sbugiardata in Commissione ecomafie è finita in prima pagina per 9 giorni appena, per ora. Dunque, quando il Fatto quotidiano parla di plotone mediatico contro i 5 stelle, dice una balla “sesquipedale”, tanto per usare le provocazioni del suo direttore. Noi grillini abbiam bisogno di chiarezza e di dubitare sempre. Travaglio così sdraiato ci danneggia. Viva la stampa di regime.