Grazie Francesco

papa francesco bergoglio

La rivoluzione di Papa Francesco? E’ quella di svelare al mondo che la Chiesa è un’invenzione umana che vuole sopravvivere adeguandosi ai tempi che sono cambiati da un pezzo. La rivoluzione di Francesco è l’apertura della Chiesa ai divorziati, ai gay, ai musulmani che sconvolge e ribalta la millenaria linea proibizionista su questi temi, tanto cari ai Cattolici tradizionalisti che infatti non sopportano Francesco. La lussuria non è più un peccato e la Comunione si dà praticamente a tutti. Papa Francesco, oltre che per i tradizionalisti, è un personaggio scomodo per il potere ecclesiastico dei cardinali, dei vescovi e di tutto il sottobosco clericale che si nutre di dogmi e di valori che non esistono. Francesco è scomodo perché adegua la Chiesa agli usi del gregge, non il contrario. Si sente costretto a farlo se vuole provare a salvare “la Ditta”, con tutto il suo indotto di influenze sociali ed economiche. Del resto, i giovani sono sempre più atei e distanti da una Chiesa che si è rivelata intrisa delle più disparate e gravi terrene perversioni. Le chiese perdono di importanza, le tradizioni scompaiono e la religione non è più una materia di vita (finalmente). Papa Francesco è lungimirante: sa che adeguando il Magistero della Chiesa ai tempi moderni, non fa altro che indebolirla. L’incedere del Pontefice in una dimensione umana e umile tra i peccatori del gregge, è un cammino che dovrebbe rallegrare gl’inguaribili atei come il sottoscritto. Sì, perché rimpastare le ferree regole divine adeguandole al lassismo, anzi al laicismo odierno, non significa aiutare la Chiesa a identificarsi con la realtà. Significa semplicemente accelerarne la fine. Viva Papa Francesco!

Sergio Rizzo istiga a delinquere contro il M5S

sergio rizzo

Sergio Rizzo deve la sua notorietà ai libri contro la casta. Ha guadagnato tanti soldi nel raccontare con ostentato sarcasmo gli scandalosi numeri delle ruberie pubbliche e i privilegi di palazzo. Ora che il Movimento 5 stelle sta sostituendo i partiti in grandi città come Roma e Torino, per il giornalista del Corriere si accorciano gli orizzonti di nuovi scoop da raccontare con toni ridanciani. Il motivo è presto detto: i grillini non rubano. Anzi, per loro, libri come “La Casta” di Rizzo& Stella sono stati un’ottima aspirazione per ri-scrivere i programmi rivoluzionari nelle città dei loro candidati sindaco e per rivedere i regolamenti di accesso ai furbi nella mangiatoia pubblica. Infatti, oggi Rizzo è costretto a riconoscere che Roma e Torino a 5 stelle avranno un governo monolitico senza opposizioni interne. Un inedito politico che pare preoccuparlo. Lo si intuisce leggendolo sulla prima del Corsera di oggi: “Raggi e Appendino non s’illudano che il capitolo compromessi si chiuda qua“, scrive. Quasi un avvertimento, una speranza per Rizzo affinché la neo-giunta a 5 stelle della capitale “a dispetto di tabù inviolabili“, sia bersaglio per “chi volesse metterla in seria difficoltà… sarebbe sufficiente bloccare la raccolta per un giorno o fermare il flusso dei 180 (centottanta!) Tir che quotidianamente portano l’immondizia romana agli inceneritori del Nord precipitando la capitale nella crisi“, visto che a Roma “non c’è nemmeno un sito di stoccaggio provvisorio per le emergenze“.

Un’istigazione a delinquere nell’editoriale odierno di Rizzo in prima pagina. Che ci mette in guardia da una presunta “silenziosa alleanza della Cisl“, per il capitolo rifiuti che “come dimostrato a Napoli possono bruciare intere generazioni politiche“. Ecco dunque l’insinuazione di Rizzo per gli “avversari che godrebbero nel vedere i grillini duri e puri infilzati dalla stampa internazionale per Roma che affoga nell’immondizia“, ossia il presunto flirt politico tra la Raggi e Manlio Cerroni, il re della mega-discarica di Malagrotta scaricato da Ignazio Marino. Con auspicio finale: “addio luna di miele coi romani, addio alle ambizioni di puntare ancora più in alto“.

Insomma, è proprio papabile la preoccupazione di Rizzo per i 5 stelle. Peccato che la manifesti con quei biechi consigli inseriti fra le righe. E’ come se un pezzo grosso del WWF elogiasse il nuovo governo per la legge contro la caccia ai cinghiali, e mettesse in guardia gli oppositori dall’intenzione di avvelenarli spargendo spicchi di mela inzuppati nella grappa. Ecco, Rizzo con i consigli agli oppositori ne esce compromesso, ma allo stesso tempo ci rincuora: ci dice che con i 5 stelle al potere qualcosa in questo Paese cambierà davvero. Chissà, magari anche Rizzo cambierà lavoro.

Lo spot Coca-cola rivisto oggi

SPOT COCA COLA

Questo celebre spot degli anni ’80, il più popolare della storia della Coca-cola, per ricordare la scomparsa del suo autore: l’inglese Bill Backer, passato alla storia per aver ideato lo spot antesignano del mondo multi-culturale e globale unito dalla Coca-cola, che era – ed è tutt’oggi – la bibita più famosa e più venduta al mondo. L’idea di uno spot “globale” gli venne diversi anni prima, nel ’71, osservando un gruppo di passeggeri dirottati in un aeroporto irlandese, che dopo gli imprechi per la nebbia che aveva impedito al loro aereo (su cui c’era pure Backer) di atterrare a Londra, si erano riuniti attorno a un tavolo aspettando il nuovo volo con una Coca-cola. L’idea che la Coca-cola potesse mettere d’accordo tutti, anche solo per pochi istanti, ispirò Backer a incaricare l’autore musicale dell’agenzia di marketing della Coca a trovare una melodia da associare allo spot della bevanda. Passati un po’ di anni, ecco l’impresa: 500 giovani reclutati in Gran Bretagna per realizzare lo spot natalizio sul dorso di una collina nei pressi di Dover. Budget: 150 mila dollari, che per l’epoca erano tanti. Ma dopo tre giorni di attesa per la pioggia incessante, lo spot non si potè più fare perché i soldi per trattenere le comparse e impegnare l’elicottero per le riprese finirono. La produzione decise di spostare il set a Roma, sul dorso di una collina della periferia nord, non lontana da Settebagni. Bill Backer partì da capo. Dovette reclutare 500 giovani di tutto il mondo nella capitale italiana da far sedere tutti vicini con in mano una candela. Tanto per cominciare, la ragazza in primo piano di inizio spot, fu reclutata in piazza Navona mentre girava con un passeggino. Per il resto fu un giro di reclutamento nelle ambasciate. Alla fine, ecco l’impresa: lo spot multi-razziale fu realizzato con una spesa lievitata a uno sproposito: 250 mila dollari. Ma ne valse la pena, data la popolarità planetaria che lo spot, e in particolare la melodia, acquisirono nel tempo. Tanto che le radio americane chiamavano l’agenzia per chiedere di realizzarci un singolo. Il singolo non fu mai fatto. Il fervore tecnologico di quegli anni – gli Ottanta proiettati ai Duemila con l’industria d’oro del pop – poteva permettersi anche qualche clamorosa rinuncia, o svista. Rimane l’idea-impresa di Bill Backer che se fosse da realizzare oggi, sarebbe un gioco da ragazzi: al posto delle ambasciate, basterebbe un giro a stazione Termini per trovare in mezza mattina l’intero mondo o un breve tam-tam su Facebook. Le costosissime telecamerone dell’epoca – il formato più in voga era il tre quarti, antesignano del Betacam – oggi sarebbero sostituite da videocamerine digitali che registrano su disco con pochi euro. Il montaggio che per l’epoca era un lavorone da studio su consolle analogiche in fase sperimentale e per specialisti che venivano assunti solo e soltanto nel ruolo di montatori, oggi verrebbe fatto in camera da letto da un ragazzino munito di Final cut o con Adobe-premier craccato. Il costosissimo elicottero necessario alla ripresa dell’albero natalizio umano che si vede a fine spot dall’alto, oggi sarebbe sostituito da un drone da 300 euro che in 5 minuti ti ripete la ripresa decine di volte. Lo spot della Coca-cola anni ’80, visto con gli occhi di oggi, fa proprio tenerezza. Noi che viviamo il mondo globale rimpicciolito dai telefonini e dall’immediatezza di internet. Noi che con la tecnologia fra le dita ci vediamo annullati i costi e l’economia ammazzata. Noi che quel mondo colorito e sorridente della multi-culturalità lo vediamo trasformato in ghetti di povertà e sfruttamento globale. Noi che invecchiamo ingobbiti su un tablet guardando la globalizzazione senza più emozioni, ri-guardiando e ri-ascoltiando quella melodia dello spot coca-cola degli anni ’80, riviviamo l’illusione del mito degli anni Duemila e ci chiediamo: ma siamo davvero migliorati? Addio a Bill Backer.

Il conflitto d’interessi del cardinal Bagnasco

angelo bagnasco

Papa Francesco raccomanda a parroci e vescovi sobrietà e ammonisce: “Bruciate le ambizioni di carriera e di potere. Rinunciate ai beni non necessari”. Il Papa parla all’assemblea della Cei presieduta dal cardinal Angelo Bagnasco. Che in tutta risposta cosa fa? Da presidente dell’Ente Ospedali Galliera di Genova, l’arcievescovo presenzia alla seduta in cui si delibera di destinare 25 mila euro a “Tv Sat 2000”, la televisione della Cei presieduta da Angelo Bagnasco. Perché questi soldi? Per la co-produzione di 10 puntate del programma “Il mio medico” condotto da Monica Di Loreto. “La produzione – si legge nella delibera – potrà essere usata dall’ente in sede locale ed il costo del progetto (25.000 euro) sarà finanziato con il fondo dedicato al Nuovo Ospedale, costituito essenzialmente dalle somme derivanti da lasciti e donazioni”. In sintesi, l’ospedale del cardinale paga spazi alla tivù del cardinale in pieno e palese conflitto d’interessi. Alla faccia della sobrietà e della povertà.

Le caxxate di Nadia Urbinati

NADIA URBINATI

Sarà servilismo, o forse la menopausa! Fatto sta che c’è da strabuzzare gli occhi a leggere la sessantenne Nadia Urbinati, sconosciuta ai più, ma assai riverita tra gli opinionisti dei giornali finanziati con i soldi dei cittadini e al servizio di editori in conflitto di interessi. Vikipedia definisce Urbinati un’accademica politologa che insegna Scienze politiche alla Columbia University di New York. Non appena su Repubblica scrisse “La retorica delle riforme“, l’ex premier Letta la nominò fra i 35 saggi delle riforme costituzionali. Sulle pagine del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari che definisce Urbinati “nostra autorevole collaboratrice che ha difeso con buoni argomenti il finanziamento pubblico dei partiti…”, ha alternato fondi di scienze politiche ad articoli di scemenze politiche. Da apprezzabili osservazioni su “La costituzione fatta a pezzi” (da Berlusconi), per via del “Cesarismo democratico” (di Berlusconi), contrapposto alla “virtù del dissenso” (Berlusconi al tramonto e ascesa dei sindaci rossi con Pisapia in testa), la Urbinati non s’è mai nascosta dietro una falce o un martello: lei gode quando vede rosso (comunista e di sinistra). Anzi, appena sente l’odore del rosso perde le staffe: da “Bersani diventerà l’Obama italiano“, fino alle sbausciate sulle chiappe di Renzi quand’era in procinto di sostituire Letta a Palazzo Chigi senza voti: uno che per Urbinati era “contro le dirigenze logore e attempate“, perché “Renzi interpreta meglio degli altri quel modello di ‘democrazia personale’ che non va confusa con autoritarismo“. Ora che Renzi vota in maggioranza con Verdini e che il cesarsmo renziano sulle riforme costituzionali ha preso il sopravvento su un parlamento screditato, incostituzionale e non votato da nessuno, Urbinati ha scoperto che Renzi non è di sinistra e qundi glissa, trasecola su Grillo e il Movimento 5 stelle. Il dissenso di pisapiana memoria che sfociava ne “La regola dell’insulto” (Moratti che accusava Pisapia di essere un ladro) Urbinati l’ha trasformato ne “Il cortocircuito dell’insulto” di Grillo, che ahime per la Rossa Nadia “sale nei sondaggi fino a quando un esagitato tira una statuina del Duomo di Milano contro Silvio Berlusconi…” (3.9.2012). Ha scritto proprio così!! Dando del grillino a Tartaglia. Alla vigilia delle politiche del 2013, Urbinati si preoccupava del “populismo in Parlamento” e della “demagogia che non si traduce facilmente in rappresentanza parlamentare“. Come politologa, da quando sono scomparsi i comunisti, Urbinati sbrocca senza controllo. E’ diventata lei “Odio e violenza verbali“, quelli che “scandiscono la nostra storia politica in questi anni di transizione“. Cioè quando credeva che Berlusconi sarebbe stato sostituito da Bersani-Obama. Ora invece che il Pd è diventato un bordello di lacché, mafiosi, delinquenti e imputati, Urbinati dice che «Le 5 Stelle Sembrano sempre più una metastasi», e raggiunge il top oggi in prima pagina su Repubblica: “Le vicende di corruzione, presunte o reali, che lo interessano a Livorno come a Parma o altrove, mettono a nudo la fortissima debolezza della retorica incendiaria della purezza“. Qualcuno dica a Urbinati che a Livorno e Parma non c’è nessuna vicenda di corruzione. Molli tutto, come ha promesso di fare coi saggi “Se il Pd salva Silvio“. Vada a dare il becchime ai piccioni e pensi alla menopausa, che sui giornali scrive solo cazzate.