Questione morale, le fake news di Giorgio Gori

Giorgio Gori è diventato sindaco di Bergamo nel 2014 dopo una brillante carriera da boss in Mediaset, e da spin doctor di Matteo Renzi ai tempi delle primarie. Mentre è ancora nel pieno del suo mandato di primo cittadino, Gori sfancula i bergamaschi perché nel frattempo si è candidato alle elezioni regionali per governare la Lombardia con i colori del Partito democratico. Anziché dedicarsi a Bergamo, venendo meno ai suoi doveri di politico in carica in una città di 110 mila abitanti, Gori, alla faccia della sua questione morale, se ne va in giro per la Lombardia a porre “la questione morale per evidenti casi di corruzione” al centrodestra. Dimenticandosi che proprio lui, di recente ha osannato il senatore di centrodestra Roberto Formigoni, condannato in primo grado a 6 anni per corruzione. Insomma, un cazzaro in perfetto stile renziano. Poi, che un candidato del Pd ponga la questione morale agli altri fa sorridere per non piangere.

Basti pensare che il Pd in Lombardia, solo nel breve passato ha avuto il sindaco di Lodi Simone Uggetti arrestato per turbativa d’asta; il sindaco di Mantova Mattia Palazzi indagato per tentata concussione; il sindaco di Como Mario Lucini indagato per turbata libertà della scelta del contraente per l’appalto delle paratie sul lungolago, in ballo da 10 anni e non ancora completate; il sindaco di Pioltello (Mi) Antonio Concas, condannato a 2 anni per una mazzetta di 20 mila euro e a una multa di 40.000 nel 2015; il sindaco di Valmadrera (Lc) Marco Rusconi condannato a 2 anni per turbativa d’asta nell’inchiesta “Metastasi“, e il consigliere comunale a Lecco Ernesto Palermo condannato a 6 anni e 8 mesi per associazione mafiosa, corruzione, estorsione e concussione; Luigi Addisi, consigliere comunale a Rho, condannato col rito abbreviato a 7 anni per riciclaggio, abuso d’ufficio con l’aggravante di aver favorito la ‘ndrangheta; il sindaco di Viadana (Mn) Giorgio Penazzi sfiduciato dal consiglio nel 2014 in quanto – scriveva in una nota il Pd locale – «Il partito non risulta esente dal rischio di avere tra i propri iscritti persone collegabili con ambienti ‘ndranghetisti», quindi ecco due sezioni del Pd commissariate e l’allora assessore ai Servizi Sociali Carmine Tipaldi sospettato di offrire copertura al clan degli Arena (il Tar ha da poco riammesso la sua azienda nella white list, ma la prefettura ricorrerà al Consiglio di Stato). Nel 2015 fu perquisito l’ufficio regionale del consigliere Massimo D’Avolio, ex sindaco del Pd a Rozzano (Mi), indagato a Milano per abuso d’ufficio: avrebbe autorizzato alcuni pagamenti della partecipata Ama ad alcune società della moglie. Con lui, indagato anche l’allora capogruppo Pd nel consiglio comunale di Segrate (Mi), Vito Ancora.

Ecco, questo è un bel po’ di Pd lombardo che governa col macigno della questione morale. Fa sorridere che il candidato Gori vada cianciando che la cosa più grave accaduta in Lombardia sia stata la scritta “Family day” sul Pirellone. Roba degna delle peggiori fake news! Qualcuno gli rinfreschi la memoria, oppure lo informi correttamente.

Chatta, guida (e muori) che al Pd va bene così

La distrazione allo smartphone durante la guida è diventata la prima causa di incidenti stradali, anche mortali. Il Pd stava finalmente facendo una buona norma, quella di varare le super multe per chi chatta o gioca con le app durante la guida. Ebbene, quella norma lì salta. Il presidente della Commissione Bilancio della Camera Francesco Boccia dice che hanno ridotto i 6 mila emendamenti a 820 per questioni di tempo. Gli ultimi andranno al voto dell’aula della Camera il 19 dicembre. Poi, con le feste di Natale e la campagna elettorale tutta incentrata sul prenotarsi le poltrone, non ci sarà più tempo per varare qualcosa di utile agli italiani.

Dunque, non soltanto si continuerà a rischiare poco o nulla guidando col smartphone in mano. Saltano il taglio ai vitalizi, i finanziamenti allo sport, la riforma di governance del Coni, gli emendamenti Inps e Inail, lo Ius soli, ma siamo già certi che passerà l’emendamento che riduce di un quarto l’obbligo di raccolta firme per presentare le liste elettorali. Serve alla lista di Emma Bonino, forse l’unica superstite rimasta ad appoggiare il moribondo Renzi alle elezioni politiche di marzo.

Molestopoli, la moda per donne quaquaraqua

E’ curioso che nel ciclone dei (presunti) molestatori di donne sia finito anche un magistrato togato del Consiglio di Stato, Francesco Bellomo, denunciato dal papà di un’aspirante magistrata per averla “plagiata” a suon di ricatti sentimental-sessuali nella sua veste di esaminatore-latin lover (il cognome Bellomo pare dire tutto), d’impostazione puritana misurata giudicando la vita intima delle giovani candidate con degli algoritmi, (manco fossero la versione 2.0 della razza ariana idealizzata da Hitler). Il caso è curioso perché induce a porci qualche domanda con qualche considerazione.

Come mai nessun’altra magistrata in esercizio passata all’esame di Bellomo, non ha mai denunciato il metoto “dress code” che pare imposto solo da Bellomo? Non lo hanno fatto perché erano tutte racchie? Oppure perché Bellomo è ritenuto potente da far paura? Se fosse così, avremmo in circolazione centinaia di toghe rosa senza etica e professionalmente corrotte, vista l’obbligatorietà dell’azione penale che caratterizza il magistrato, e che in assenza di titolo, avrebbero sporto denuncia alla prima intimidazione sulla qualità del loro fidanzato o sulla minigonna da preferire.

Come si può ritenere che Bellomo abbia giocato d’azzardo col suo ruolo pubblico e istituzionale, cedendo alle chat eticamente sconce soltanto con una candidata particolarmente carina e irresistibile? E quest’ultima come mai è finita addirittura in cura a uno psicologo?

Ora, in attesa degli sviluppi dell’inchiesta che ha già portato alla sospensione dal ruolo di Bellomo, vien da pensare che probabilmente i requisiti o i metodi di accesso a una professione non sono adatti a tutti. Non entro nel merito delle sette generazioni di incensurati per diventare carabiniere, ma la storia di Bellomo fa propendere al fatto che il metodo, la disciplina e la morale andrebbero accettati per quel che sono nel contesto delle scelte che si fanno. Altrimenti dovremmo avere migliaia di denunce di reclute sottoposte alla palpazione dei testicoli alla visita militare, magari per mano di qualche medico gay che fantasticava chissa che.

Ecco, credo che dopo l’epoca del reato di Rimborsopoli andato di moda nei tribunali e che ha prodotto centinaia di sentenze discordanti facendo passare per ladri tutti i politici senza distinzioni, sia giunta l’epoca di Molestopoli, una nuova moda sulla passerella dei tribunali, che nell’attesa di sentenze discordanti, sta intanto dipingendo un mondo di maiali olezzanti di vizio che rimettono carriera e affetti in nome non si sa bene di quale causa.

Per quanto mi riguarda, mi sono rotto delle denunce postume e dei piagnistei di convenienza. Mi sto facendo l’idea che troppe donne non valgano proprio niente.

Comunali, la batosta dei 5 stelle

I 5 stelle hanno sonoramente perso questa tornata di elezioni comunali. Lontanissimi dai ballottaggi in quasi tutte le città. Umiliati dai loro ex delfini come Federico Pizzarotti a Parma, classificatosi primo e con il candidato pentastellato fermo a un ridicolo 3%. A Palermo i 5 stelle non hanno scalfito la popolarità di Leoluca Orlando, che con uno schiacciante 42% ottenuto al primo turno s’avvia alla vittoria del suo quinto ballottaggio (alla faccia dei due mandati consentiti a un sindaco). Per i 5 stelle è svanito l’effetto sorpresa. Le sindache grilline di Roma e Torino non trainano la popolarità del Movimento perché il loro governare non è ancora tangibile e nemmeno papabile. Il Movimento viene percepito come una realtà autistica in cui prevalgono le lotte intestine e i diktat di un capo al quale è rimasto soltanto lo slogan della (finta) democrazia diretta. I candidati sindaco 5 stelle sono perlopiù anonimi e di scarso impatto comunicativo. Difficile, con questo dato disastroso alle comunali, prevedere le sorti del Movimento nazionale alle prossime elezioni politiche. Dopo che Grillo ha scaricato alcuni suoi eletti pensanti (come Pizzarotti) e ridotto il partito a un postribolo di yes-men, il grillismo preponderante viene percepito come una realtà fatta di comoda opposizione ma con poche idee sui temi cari alla gente, tipo l’immigrazione che ha impattato nei quartieri delle nostre città. Il partito della rivoluzione e dell’uno conta uno s’è ridotto a lucrare consensi sulle facce slogan di Di Maio e del Dibba, incaricati di ripetere fino alla logorrea l’esigenza di reddito di cittadinanza, che pare non avere particolare appeal tra gli italiani. Una vera e propria batosta per un partito spacciato come il primo nel Paese. I grillini devono sperare che questo non sia l’antipasto di un clamoroso flop anche alle prossime elezioni politiche.

Legge elettorale in Aula, informazione ribaltata

Alla Camera si vota la legge elettorale, ma “i franchi tiratori” che “entrano in azione“, mettono il “sistema tedesco sul filo“. Tradotto: i 5 stelle vogliono approvare il voto disgiunto e le preferenze (votate online), che rappresentano l’inedita rivoluzione in Italia in tema di democrazia e trasparenza sulla scelta dei candidati, ma i partiti si oppongono perché loro preferiscono continuare con Porcellum e liste bloccate per impedire ai cittadini di scegliere i candidati. Ebbene, visto che il voto dei 5 stelle alla Camera è determinante per l’approvazione della legge elettorale, i giornali riescono a raccontare che sono i grillini a farsi la guerra interna. Leggere la narrazione della giornata in Aula, c’è da scompisciarsi dalle risate. Si parla di “grillini in rivolta“, senza specificare che la loro rivolta è contro un nuovo Porcellum comodo ai partiti. Ma dai titoli e dai catenacci sembra che siano i grillini i contrari alle “riforme“, che sono poi il voto disgiunto e le preferenze. La presunta “ala ortodossa“, è quella che vuole il rispetto delle scelte del voto online, e quel “Di Maio la Rete dirà sì alla riforma“, sembra rappresenti una preoccupazione per il vicepresidente della Camera. Come se la “riforma” fosse un timore. Ecco allora che “esplodono i grillini” con “Fico che guida la rivolta“, ma non si fa capire che i grillini si oppongono in blocco a un nuovo Porcellum che vorrebbero i partiti. C’è quindi da ridere (per non piangere) a leggere certe frasette allucinanti accompagnate da titoli distorti grazie a un manipolo di geniali giornalai venduti, che cercano di occultare la vera preoccupazione dei partiti. I quali sono messi alle strette dai 5 stelle. Le presunte telefonate narrate come guerre intestine fra Grillo e Di maio, Grillo e Fico, come se l’un l’altro si parlassero alle spalle, leggi e rileggi, ti accorgi che sono una farsa utile a coprire l’imbarazzo dei partiti, che se votasero in blocco gli emendamenti dei 5 stelle (scelti dalla Rete), l’italia direbbe finalmente addio al famigerato Porcellum bocciato dalla Corte Costituzionale. Altro che “muro” dei 5 stelle. Fantastici i giornali diventati dei romanzi da avanspettacolo.