25 aprile, la contestazione dei pistola

piazza insurrezione treviglio

Papà andiamo via, ho paura della pistola“. Queste le parole di mia figlia di otto anni. S’è presa uno spavento barbino nell’udire quelle urla a pochi passi di distanza da parte di una decina di giovani che davano del buffone al sindaco di Treviglio Beppe Pezzoni, all’inizio del suo discorso dal palco della cerimonia per la ricorrenza della Festa della Liberazione, in piazza Insurrezione. Le hanno rovinato la festa, povera piccola. Pochi minuti prima ci eravamo infilati insieme nel corteo capeggiato dal rullo dei tamburi. Mia figlia era contenta di partecipare alla festa della Liberazione perché a scuola le avevano spiegato che in quel giorno di settant’anni fa, in Italia ebbe fine la seconda guerra mondiale. Mai avrei immaginato che quei sorrisi innocenti si sarebbero trasformati in lacrime di paura. Ci siamo allontanati mano nella mano, mentre cercavo di rassicurarla sdrammatizzando l’accaduto. Le dicevo che lì, in quella piazza, gli unici “pistola” era quella decina di energumeni prestati a uno show che avrebbero potuto fare anche meglio se si fossero fatti capire. Per dare un’interpretazione a quella sceneggiata, bisognava infatti collegare il sindaco Pezzoni alle forze politiche che lo hanno eletto: Forza Italia, Lega e la cosiddetta Destra nostalgica di un certo fascismo. Quello sconfitto dai partigiani nel 1945 con l’ausilio determinante delle forze inglesi e americane. Infatti, tra i gonfaloni e i tricolori issati in piazza, qualcuno esibiva proprio una bandiera a stelle e striscie. Che suonava di beffa in questi giorni in cui l’America ci ha regalato l’ultimo morto italiano: il cooperante Giovanni Lo Porto. Ucciso in Pakistan da un drone americano addirittura quattro mesi fa. Ecco, forse la contestazione avrebbe avuto più senso verso quella bandiera che simboleggia un Paese poco rispettoso nei confronti dell’Italia. Non verso un sindaco di provincia di estrazione democristiana, per altro scaricato da quei partiti che i contestatori volevano attaccare. Insomma, sono stati proprio dei pistola.

Arriva Expo

EXPO 2015.Posa della prima pietra al cantiere  di Rho Fiera

Arriva l’Expo, siamo a pochi giorni ed è quasi tutto non pronto. A cominciare dal padiglione Italia, Paese ospitante. Figuriamoci i padiglioni degli altri Paesi! Si sentono migliaia di spot in radio e Milano è tappezzata di cartelli colorati che indicano “Expo”. Expo sarà inaugurata da Renzi col taglio del nastro e per edulcorare l’evento arriveranno le FECCE bianche. Expo pare un luna park sbiadito perché invece delle montagne russe, nei cieli della tangenziale passano viadotti di strade. Strade, svincoli, parallele, rotonde e segnali… E’ tutta una grande abbuffata di asfalto attorno a Expo. Hanno nutrito di catrame l’ultimo lembo di periferia schiacciata tra il carcere di Bollate e la fiera di Rho. E’ qui che si nutrirà il pianeta. Intanto c’è già chi è sazio di poltrone. L’ultimo dei nutriti di una poltrona nel cda di Expo, è Domenico Aiello, avvocato di due Bobo non qualsiasi: Craxi e Maroni. C’è anche chi ha già rinunciato a nutrirsi di Expo: sono diverse centinaia di reclutati al lavoro che rifiutano i turni scomodi. Expo è uno spazio pubblico, ma ad alcuni privati è concesso di nutrirsi di soldi: uno di loro è Oscar Farinetti, patron di Eataly e grande amico di Renzi. Chiede 750 euro a chi vuole mettere in mostra i propri prodotti nel suo padiglione. Arriva Expo e sono attesi i no global assieme a una serie di scioperi. E’ l’altra faccia della medaglia dell’esposizione universale: nutrire il casino. Andateci e saziatevi tutti! Io me ne sto a dieta.

Giustizia in mutande

DANIELE MUTANDE

Le inchieste di Rimborsopoli che coinvolgono centinaia di consiglieri regionali in tutta Italia, hanno avuto un loro primo verdetto: in Piemonte un giudice ha assolto nove consiglieri dell’ex governatore Roberto Cota, a cui si contestava l’acquisto dei mutandoni verdi. In Liguria un altro giudice ha condannato per peculato due ex consiglieri dell’Italia dei valori: Stefano Quaini e Maruska Piredda. A quest’ultima era stato contestato l’acquisto di mutandine in pizzo con i soldi del gruppo regionale. Per il giudice del Piemonte non c’è peculato in quanto le spese dei consiglieri “non sono state irragionevoli”. In Liguria, invece il peculato ha retto. Rispettiamo i due verdetti. Ma diciamo pure che tutto ciò trasforma Rimborsopoli in qualcosa di ridicolo.

Di Maio a Mediaset: dallo schifo al belletto

luigi di maio quinta colonna

Chissà cosa dirà il senatore ex grillino Marino Mastrangeli, cacciato dal Movimento 5 stelle perché andava ospite in tv da Barbara D’Urso, per giunta sulle reti Mediaset! Sono passati due anni da quei giorni, ed eccoci oggi al grillino Luigi Di Maio, vicepresidente della Camera, ospite da Paolo Del Debbio a Quinta colonna, per giunta sulle reti Mediaset. Eccolo il “numero tre” del Movimento, nel programma “che fa schifo” si diceva negli uffici comunicazione della Camera due anni fa, quando il sottoscritto ripeteva inutilmente l’opportunità di far apparire i deputati grillini anche lì, sull’odiata Rete 4. Dopo due anni si devono essere accorti che Quinta colonna fa talmente schifo da essere stato l’unico talk televisivo italiano ad avere aumentato gli ascolti, passando in una stagione all’altra dal 4 al 6,5% di share con una media di ascoltatori balzata dal milione al milione e mezzo. Del Debbio batte regolarmente Santoro, Formigli, Vespa, Giannini e pure Floris. Dev’essere perciò che Di Maio ha accettato di farsi intervistare in prima serata. Mica sulla «enorme regalia delle concessioni radiotelevisive pubbliche per le reti Mediaset, pagate con un misero 1% del fatturato Rti». Bensì sui vitalizi ai pensionati d’oro, tema assai efficace per l’esercito di pensionati sintonizzati a quell’ora su Rete 4, per giunta quasi tutti analfabeti di Internet. Di Maio è stato come sempre magistrale. Soprattutto nello stare al gioco. Eppure all’occhio degli addetti ai lavori ha suscitato una certa impressione quella cortesia da ospite nel salotto del padrone di casa. Salotto che ha pure applaudito il vicepresidente della Camera del partito che fino ieri aveva schifo di Quinta colonna. I militanti grillini hanno gradito. Tutti sintonizzati sulla “rete abusiva” ad applaudire colui che dovrebbe contare uno come Mastrangeli. C’è qualcosa che non mi torna.

Renzi corre (di balle)

renzi corre

Tra maratone elettorali, “affondi”, voti “sprint” e “traguardi” istituzionali, il mondo politico non si è limitato a far suo il gergo podistico. Dobbiamo ammettere che l’elegante falcata di qualche onorevole maratoneta del “Montecitorio running club”, oltre che dispensare buon esempio ai cittadini, ha abbassato la media dell’esercito di senatori-gabibbo. Ciò detto, la corsa non finisce con la doccia. I benevoli effetti delle catecolamine in circolo provocati dall’allenamento, scatenano reazioni divisibili in due grandi branche: chi si gode il proprio recupero in religioso silenzio, chi invece, inebriato dagli ormoni, le spara grosse. E’ il caso del premier Matteo Renzi, ripreso da una videocamera mentre corricchiava in un parco di Washington in un momento di relax durante la sua missione negli Stati Uniti. Vestito di pantaloncini a mezza gamba in stile fantozziano, giaccone in triacetato non traspirante e scarpe da tennis, il premier italiano, di spalle, esibiva la sua falcata in lento souplesse. Poco male, si dirà. Anzi, viva lo sport e viva la salute! Il problema è che Renzi non ha nemmeno ripreso fiato pur di far sapere a Barack Obama di aver corso 12 chilometri in un’ora. Bastava dicesse “ho corso un’ora” per fare la sua bella figura. Invece no. La tentazione di spararla grossa l’ha sopraffatto anche in questa mondana occasione guastando la sua già flebile credibilità. Quei dodici-chilometri-dodici lo confermano un incallito bugiardo. Del resto basta un colpo d’cchio al video pubblicato su Internet per rendersi conto che Renzi, con quella stazza un po’ bonza, nel suo lento incedere, non poteva che correre a nove-dieci chilometri orari (sempre che abbia retto un’ora a quel ritmo senza mai fermarsi). Un podista che corre 12 chilometri in un’ora è assai più evoluto di chi ne corre a stento nove o dieci. Di diverso tenore gli sprint che immortalavano Renzi da sindaco di Firenze nella centralissima via De’ Calzaiuoli, che a beneficio delle telecamere esibiva le sue flaccide e tonde fattezze alla partenza della 100 chilometri del Passatore, accanto ai fondisti veri e scavati. Anche lì bastava osservare le sue scarpe da tennis e il faccione tondo per capire che dopo 50 metri si sarebbe dileguato dietro le transenne, fuori dal percorso per riprendere fiato. Ma lì, almeno, Renzi taceva.