Scusate se mi vien da ridere…

gioconda che ride

Scusate se mi vien da ridere quando leggo che la Scozia indipendente sarebbe una nazione debole. Talmente debole che alla notiza della vittoria dei “no” alla secessione da Londra, la sterlina è schizzata all’insù. Il che pare un controsenso. La Scozia inchinata a Londra viene celebrata come “lezione di democrazia“. Wow. Gli scozzesi li hanno trattati da giocondi. Hanno avuto il lavaggio del cervello dal governo Cameron e dalla stampa perbenista. Quella che difende il Fondo Monetario internazionale, la Troika e l’austerità dell’Europa. L’avvertimento agli aspiranti indipendentisti d’Europa (Catalogna in primis), è partito. Anche lì, nella spensierata Barcellona si attende l’agognato referendum di novembre per dire sì o no allo Stato di lingua catalana. I grandi manutengoli dell’establishment dell’euro travestiti da intellettuali, avranno tempo per stare sulle tastiere a prefigurare improbabili catastrofi come nelle fiabe di Esopo da far leggere ai prossimi giocondi iberici. La traccia comune sarà lo spettro della povertà. Diranno che Madrid non sarà più la stessa e che la sovranità di uno staterello sarà travolta dallo tsunami dell’Europa unita dall’euro. Quella valuta morta dentro un continente afflitto da crollo di offerta e crollo di domanda e dove gli unici dati positivi sono l’aumento di povertà assoluta e suicidi. L’adrenalina scatenata dai “testa a testa” sfornati dai soliti sondaggi taroccati che generano un broglio di idee tra gli indecisi, è ormai sopita.

Scusate se mi vien da ridere quando leggo certe articolesse sull’Europa irreversibile e indivisibile. Quella stessa Europa in cui sopravvivono floride cellule di indipendenza come Andorra, Montecarlo o San Marino. Rido perché non capisco come mai si debbano impaurire gli scozzesi e i catalani, mentre si celebra l’autonomia delle repubbliche baltiche “minacciate da Putin“. Si sanziona la Russia per l’invasione (o accorpamento) dell’Ucraina a Mosca dimenticandoci il punto di vista di Putin, secondo il quale è anche l’unione (forzata) all’Ucraina a fare la forza della Russia. Uno Stato che già di suo è cinque volte più esteso dei Ventisette europei.

Scusate se mi vien da ridere, ma quando leggo che il pericolo serpeggiante sono gli attentati dei tagliagole dell’Isis al Vaticano, penso: ma dov’erano gli allarmi quando allo Ior venivano in pellegrinaggio criminali e mafiosi in doppiopetto a seppellire in conti cifrati miliardi di proventi derivanti da giri di riciclaggio, corruzione e droga? A proposito, il Vaticano che visto dall’alto di Roma sembra un angolo adibito a cesso cieco, sbaglio o è nazione indipendente? Ecco, perché il Vaticano sì, Scozia e Catalogna no? Ci credono tutti giocondi? Scusate se mi vien da ridere…

L’omicidio di Stato non è giustificabile

davide bifolco morto
Davide Bifolco

A Napoli un ragazzino incensurato e disarmato muore per un colpo di pistola sparato da un Carabiniere. Il ragazzino era bordo di un motorino non assicurato e senza casco assieme a due amici che non avevano obbedito all’alt degli agenti. Nel quartiere del ragazzino è rivolta contro le forze dell’ordine. Vengono sfasciate alcune “Madame”. I parenti parlano di omicidio di Stato. Il sindacato di Polizia parla di tragedia avvenuta in un quartiere difficile e ad alta densità camorristica. Inizia la gara di maratona tra innocentisti e colpevolisti. Il percorso delle analisi si fa in tivù, tra cittadini, politici, sindacati e la vedova di un agente morto ammazzato in uno stadio durante una partita di calcio. Ognuno dice la sua, compreso il sindacalista delle forze dell’ordine, che “assolve” il delitto dell’agente. Sparare è stata l’inevitabile risposta a una fuga. L’indirizzo del dibattito televisivo è chiaramente innocentista e giustificazionista di quella che certamente è una tragedia nelle mani della magistratura.

Il mio parere, lo ribadisco per quanto poco possa contare, è che non ci sono motivi che giustificano la morte di un cittadino disarmato da parte delle forze dell’ordine. L’agente armato col colpo in canna dovrebbe avere alle spalle molte ore di esercitazione e dovrebbe sapere che per sparare ad altezza uomo, ci vogliono le condizioni di legittima difesa nel caso ci si trovi di fronte a qualcuno a sua volta armato, o in partcolari condizioni di pericolo come quando ci sono ostaggi sotto minaccia. Rincorrere un motorino con a bordo 3 ragazzotti maleducati nel tentativo di prendere un latitante, è un lavoro nobile che nessuno critica. E’ il lavoro delle forze dell’ordine tutte che, quando s’arruolano, sanno di non andare a lavorare l’uncinetto. Bensì, sanno che vivranno in situazioni di costante pericolo, né più né meno di quegli operai che lavorano sospesi in altezza nei cantieri, dei camionisti a rischio di rapina o incidenti, e di molte altre categorie professionali dribblate dal clamore mediatico.

Ma con una differenza: che gli agenti in divisa rappresentano lo Stato. Quell’entità sovrana che negli occhi di chi vive la fame come in certi quartieri di periferia devastati dalla crisi economica, è un blob indistinto di farraginosa burocrazia forte coi deboli, oltre che un covo di  privilegiati scudati proprio da quelle divise. Le divise in Italia, purtroppo, vengono viste come pali di un’istituzione che pullula di personaggi non proprio esemplari in tema di legalità, di rispetto delle regole e di reputazione. Al contrario, lo Stato inteso come istituzione politica è spesso rifugio di indagati, condannati e delinquenti passati in giudicato che si trincerano dietro il cosiddetto consenso popolare. Sta proprio qui il nocciolo della questione delle fughe. Forzare un posto di blocco è una ragazzata che non si fa soltanto a Napoli, ma è purtroppo una pessima abitudine diffusa in molte parti d’Italia. E’ una forma di pirateria grave, uguale a quella che commettono certi automobilisti che scappano dopo aver investito qualcuno, o dopo aver provocato incidenti.

Del resto, la maleducazione e il non rispetto delle regole in Italia, sono il prodotto di un Paese eternamente in deroga che riserva un codicillo o un comma per tutti. I governi degli ultimi anni, soprattutto quelli di epoca berlusconiana, hanno il maggior peso di responsabilità in tutto questo. Ecco perché non ha senso prendersela con la maleducazione dei genitori del quartiere Traiano di Napoli che non insegnano ai loro figli di rispettare i posti di blocco. Non ha senso perché gli esempi che hanno dalle istituzioni non sono educativi. In un quadro di un Paese così disastrato, gli agenti che rappresentano lo Stato, che ammanettano e usano le armi per legge, hanno una responsablità in più rispetto ai delinquenti che rincorrono. Proprio perché tutori dell’ordine e della legalità, non si possono permettere colpi di pistola accidentali. Dunque, se un agente commette l’errore di ammazzare un cittadino inerme, dovrebbe essere sottoposto alla giustizia ordinaria e condannato in egual modo a un cittadino senza divisa. Invece, in Italia, nel Paese delle deroghe e dei codicilli, gli agenti che vengono condannati per omicidio, solitamente lo sono per omicidio colposo che scontano all’acqua di rose. Un esempio su tutti? I tre assassini in divisa condannati a Trieste per aver macellato in casa sua Riccardo Rasman, se la sono cavata con sei mesi con la condizionale e, cosa gravissima, hanno continuato a fare gli agenti in un’altra città. Sono stati trasferiti e non sbattuti fuori dal Corpo. Sorte simile è toccata agli esecutori di Federico Aldrovandi e pure ai macellai del G8 di Genova.

Dunque, l’esame del caso per caso, dovrebbe imporre il buonsenso di perseguire le persone in egual modo, proprio per tutelare il prestigio delle categorie professionali che rappresentano, senza rischiare di prestare il fianco alle polemiche sulla solita casta. A Napoli è morto un minorenne incensurato e disarmato per opera di un agente in divisa che non si può assolvere. Va perseguito, condannato e sbattuto fuori dall’arma senza se e senza ma. Andasse a fare l’uncinetto.

Ai minori soltanto mamma e papà

famiglia

Una recente sentenza che ha assegnato l’adozione di un minore ad una coppia gay di lesbiche, ha fatto tornare di attualità la questione adozioni per le cosiddette coppie omosessuali che vivono stabilmente sotto lo stesso tetto e che condividono la propria vita. Il tema è assolutamente importante, perché l’adozione riguarda la vita dei bambini che devono crescere in un ambiente di amore e comprensione. Ebbene, tanto per venire subito al nocciolo della questione, dal mio punto di vista scarterei il problema dei gusti sessuali di un potenziale genitore. Tenderei, piuttosto, a non perdere di vista il percorso di perpetuazione della specie umana, che coinvolge un uomo e una donna. Uomo e donna, nonostante le recenti chiacchiere sul genitore A e il genitore B, rimangono due esseri umani di due generi sessuali diversi, ma al tempo stesso complementari. Siccome l’essere umano viene concepito da un uomo e una donna, è ovvio e naturale che per crescere avrà bisogno di riferirsi a un papà e a una mamma. Che i genitori siano bisessuali, gay, feticisti o guardoni, non importa. Importa che il bimbo o la bimba dispongano di entrambi i sessi per potersi relazionare e poter crescere imparando a distinguere e dosare i loro istinti, i loro sentimenti e le loro pulsioni. Un solo genitore disponibile, crescerà un figlio monco per la mancanza dell’altro genere di riferimento. Come monco crescerà se i genitori sono due dello stesso sesso. In entrambi i casi c’è una situazione innaturale che espone il minore a maggiori rischi di disagio e di una qualità di vita appagata soltanto a metà sul piano affettivo. Non ci sono trucchi o scappatoie da questo vecchio schema. E’ quello più longevo e diffuso in tutto il mondo di tutte le culture. Il matrimonio tra uomo e donna è un legame che serve proprio a scongiurare il rischio di lasciarsi a tutela della serenità dei figli, che solitamente non si preoccupano tanto se mamma e papà si vogliono bene. Bensì a loro interessa disporre di entrambi i genitori sotto lo stesso tetto. Parlo con cognizione di causa, visto che a mia volta sono padre di un bimbo e di una bimba che affronta i problemi della vita di tutti. Compresi quelli di relazione all’interno di una coppia. Non basta ritenere che per i bambini sia prioritario l’amore, anche di un solo genitore o di una coppia gay. La formazione della personalità di un minore passa anche attraverso le liti dei genitori e attraverso la loro capacità di scendere a compromessi per tentare una soluzione di pacifica convivenza nel solo interesse dei figli. Da questo punto di vista, la crisi economica ci sta mettendo del suo. Molte coppie, infatti, non sono nelle condizioni di divorziare e quindi imparano a vivere da separate in casa. A mio avviso è una grande lezione di vita e di maturità per un genitore. Sembra quasi di tornare indietro di tre generazioni, quando il divorzio non esisteva. Del resto, il divorzio regolamentato in tutte le democrazie occidentali, è figlio dell’epoca industriale e consumistica. Quella che dà diritto ad una donna di essere contemporaneamente mamma e lavoratrice. Condizione, scusate, a sua volta forzata e innaturale. Del resto una coppia separata raddoppia i consumi: due case, due televisori, due frigoriferi eccetera eccetera. Io propendo per la donna di casa che cura l’economia familiare e alleva i figli dedicandosi solo a loro. E’ il ruolo che solitamente le riesce meglio, a meno che la donna in questione non sia una carrierista che si valorizza nel mondo del lavoro senza fare figli. Scelta rispettabile, ma che non dovrebbe avere nulla a che vedere col problema del divorzio. A mio modesto parere, il divorzio con i figli piccoli è sempre una scelta sbagliata e irresponsabile. E’ una scelta egoista che antepone l’amor proprio dei genitori a quello dei figli che necessitano di entrambi. Per entrambi intendo un uomo e una donna, anche litigiosi. Dunque, solo e soltanto a un uomo e a una donna i tribunali dovrebbero dare in adozione i minori. Non a un solo genitore o a una coppia gay com’è capitato in quella mostruosa sentenza. Quanti di noi sono cresciuti con coppie gay per poter ritenere che ciò, per i minori, sia giusto e moderno? Quanti di noi sono così sicuri di poter esprimere lo stato d’animo dei propri figli cresciuti in condizioni innaturali con un solo genitore o con una coppia gay? Insomma, siamo disposti a inventarci tutte le scuse di questo mondo pur di far passare in secondo piano la nostra irresponsabilità che ci spinge a rinunciare al partner imperfetto mettendolo in conto alla serenità dei figli. Ma la natura non mente. E violarla ha sempre delle conseguenze negative e nefaste. Pensiamoci bene prima di dire che l’amore per un bimbo fa lo stesso. Sti cazzi! Fate figli, state con loro, guardateli negli occhi, giocateci, conosceteli e poi ne riparleremo.

Federica la bocca amica

federica mogherini
Federica Mogherini

L’estate sta finendo e la ministra se ne va. Federica Mogherini, ministro degli Esteri del governo Renzi, del quale quand’era bersaniana twittava “Ok, Renzi ha bisogno di studiare un bel po’ di politica estera… non arriva alla sufficienza, temo”, è stata nominata Ministro degli Esteri europeo. O meglio, Alto Commissario agli Esteri della Ue, in rappresentanza di un Paese commissariato: l’Italia. Del resto, i meriti, la Mogherini li ha tutti. Quando Renzi la nominò alla Farnesina annunciò i tagli di sedi diplomatiche inesistenti e promise di lavorare sull’Ucraina, e sui Marò sotto processo in India per omicidio. Infatti, l’Ucraina è in guerra invasa dalla Russia sotto embargo, benché la Mogherini sia rimasta all’appello di “non usare strumenti come l’embargo e abbassare i toni“, mentre dei Marò non si sa più nulla. Come mai nulla fino a ieri si è saputo di Catherine Asthton, l’Alto Commissario agli Esteri rimpiazzata dalla Mogherini, decantata come la nuova Lady Pesc, manco fosse Lady Gaga. Renzi è felicissimo di questa nomina. Vuole un altro gelato. I giornali lo celebrano per la sua epica battaglia “è riuscito a imporre la propria candidata” all’Europa perché ora “l’Italia conta“. Il ruolo della Mogherini, è chiaro, viene ammantato di un’importanza che nei fatti è soltanto un incarico di rappresentanza e di portavoce delle politiche estere che decide la Commissione europea. In sintesi, l’Alto Commissario è un ruolo simbolico, impalpabile e privo di potere decisionale. Il potere ce l’ha la grande mafia europea della Troika e delle banche, che si servono di marionette come la Mogherini per far credere ai loro paesi di origine di contare qualcosa. Del resto la Troika ha bisogno di Renzi in Italia. Più dura Renzi, più dureranno recessione, austerity e saccheggio economico del Bel Paese. La Germania, a difesa dei propri interessi, fa così a dispensare zuccherini ai Paesi europei di cui controlla la sovranità. Di contro, in una sovrana ipocrisia, i governi, a cominciare da quello italiano, decantano ruoli pappagallo. Come quello della Mogherini, che di fatto dovrà solo amplificare decisioni altrui. Sarà per tutti Federica la bocca amica. Tempo tre giorni e ce la saremo dimenticata come un sopramobile impolverato. Del resto, il premier non eletto Renzi aveva già detto che la Mogherini è “una di quelle donne a cui non dare un ruolo ornamentale“. Infatti, oggi con Federica in Europa siamo diventati “la goccia che scava la pietra“. Un’inutile nomina esaltata che pare la goccia che fa traboccare il vaso. Intanto, l’Italia se la Pesc.

Travaglio e la serva che non serve

marco travaglio beppe grillo

Resta da capire quale sanzione sia prevista in Italia per i giornalisti che mentono sapendo di mentire. A parte, si capisce, la direzione del Tg1“. Firmato Marco Travaglio a chiusura dell’editoriale sul Fatto dell’11 novembre 2009 a proposito di “Augusto Menzognini“, alias Augusto Minzolini, all’epoca direttore del Tg1 che falsificava un giorno sì e l’altro pure. Quale sanzione ci vorrebbe per un giornalista falsario che dirige un telegiornale pubblico se non le dimissioni? Chieste, indotte o imposte che siano? Trovo strano che per Travaglio si debbano dimettere direttori e presidenti, politici e magistrati, ma non i giornalisti pataccari da organi di stampa pubblici visti da milioni di persone. A meno che a chiedere la testa di Minzo non sia il consigliere del cda Rai Nino Rizzo Nervo (quota Pd, dunque di nomina politica) nei giorni in cui Travaglio era in attesa di ottenere il contratto per andare da Santoro. Non fiatò, Travaglio, per quell’indicibile richiesta ai danni di “un giornalista che parla del politico e non viceversa“. Per non parlare di Antonio Di Pietro, quando nel 2010, da presidente dell’Idv, partito all’opposizione, proprio con un’intervista al Fatto chiese a sua volta le dimissioni di Minzolini. Non c’è un solo rigo di Travaglio sullo stesso giornale che redarguisca l’ex pm di Mani pulite.

Invece se è il M5S a chiedere le dimissioni di un direttore di tg, ecco la bastonata in prima pagina. Fatico davvero a capirlo, talvolta, Travaglio, a parte la comprensione per la sua voglia di smarcarsi dal Movimento 5 stelle sul cui organo politico, il blog di Grillo, per anni ha tenuto la rubrica Passaparola. Ma far passare soltanto i 5 stelle come dittatori della “epurazione vecchio malvezzo della casta” benché i membri di Commissione del gruppo politico più infangato, diffamato, deriso, censurato e travisato della storia repubblicana, usi gli stessi strumenti, quelli della politica che li controlla, per chiedere civilmente le dimissioni di un direttore di nomina politica come Mario Orfeo, non molto diverso da Minzolini e pure da Gianni Riotta in tema di disinformazione, non pare proprio tanto obiettivo da parte di Travaglio. Non si capisce dove e perché soltanto i 5 stelle “sbagliano gravemente a chiederne la testa” (di Orfeo ndr), e men che meno con quali metodi “incompatibili coi principi democratici“. Eppure non c’è traccia di polemica da parte di Travaglio, quando scrisse all’ex direttore dell’Avvenire Dino Boffo sempre sul Fatto, che “era costretto a dimettersi” pur non avendo pubblicato patacche o diffamato alcuno. Forse perché in questo caso c’erano di mezzo i papocchi dei tanto temuti alti prelati del Vaticano, per i quali Travaglio pare usare peso e misura riservati?

Bah, davvero irriconoscibile talvolta Travaglio, quando mena i 5 stelle per difendere un addetto stampa dei partiti come l’attuale direttore del Tg1 Mario Orfeo, mentre in Italia circolano senza lavoro migliaia di giornalisti liberi proprio perché tali. Orfeo, proprio perché direttore di una testata giornalistica di un canale pubblico, dovrebbe raccontare i fatti, non le menzogne. Quale compatibilità con la democrazia ha, lasciare che un diffamatore catodico delinqua impunito in continuazione solo perché è un giornalista? Che si tratti di Orfeo, di Minzolingua, della Petruni, di Ferrara o della struttura Delta della Bergamini, tutti rintracciabili nei focosi pezzi critici e comici di Travaglio? Cosa c’entra accostare un comico satirico come Daniele Luttazzi, a cui Travaglio deve la carriera televisiva grazie a Satyricon, con un giornalista che ha la responsabilità di essere credibile per quello che racconta? E sì che Travaglio ne ha versati di fiumi di inchiostro a proposito di “giornalisti e lecchini di regime” che popolano giornali e televisioni nazionali. Ecco: se finalmente in Italia abbiamo un gruppo politico che usa metodi democratici per scardinare qualche servo di regime, qual è il dramma? Forse il fatto che se il Movimento riuscisse a far rimuovere qualche servo come Orfeo, Travaglio avrebbe meno argomenti da proporre ai suoi lettori?

Di contro, il blog di Grillo, proprio oggi, fa rispondere a un anonimo deputato (Airola) le ragioni della richiesta di queste benedette dimissioni. Il post in questione, guardacaso, non cita mai l’articolo-ramanzina di Travaglio pubblicato sulla prima pagina del Fatto di oggi. Il blog del Movimento più libero e democratico della storia repubblicana, preferisce dire a nuora perché suocera intenda. Censura il nome di colui che, volente o nolente, rappresenta una sorta di Scalfari del grillismo: Marco Travaglio. Citarlo sul blog è una libertà che certo grillismo di vertice ha preferito non prendersi. Tanto per rimanere alle citazioni del vicedirettore del Fatto, “Come diceva Flaiano “dev’esserci qualcuno che continua a spostare la soglia del ridicolo”.