Berlino, che ci fa a Sesto il terrorista in piena notte?

Cosa ci faceva l’attentatore di Berlino a Sesto San Giovanni? Per giunta alle 3 di notte? E come ci è arrivato a quell’ora in quella piazza della stazione? L’ultimo treno che ferma lì arriva poco prima dell’una. E’ un regionale che va verso Monza. Poi, dall’una alle 3, al momento del conflitto a fuoco con la Polizia in cui muore il tunisino Anis Amri, passano due ore. Dopo l’una, quella piazza di Sesto rimane deserta. Vanno e vengono ogni mezz’ora soltanto gli autobus che proprio lì fanno capolinea da Milano Molino Dorino. Scendono e salgono perlopiù stranieri. Poi, per chi vuol proseguire oltre verso Monza o Cinisello rimangono solo le gambe o i taxi. La metropolitana chiude a mezzanotte e mezza e pure quella fa capolinea lì. Quindi, alle 3 di notte alla stazione di Sesto ci puoi arrivare in taxi, in auto, oppure con l’autobus da Milano. Ma poi da lì devi ripartire, a meno che non stai in sala d’aspetto a dormire con qualche barbone che lì, in stazione a Sesto, non mancano mai. Da quella piazza fino all’azienda di Cinisello da cui è partito il Tir usato per l’attentato al mercatino di Natale di Berlino con a bordo l’autista polacco ucciso dal terrorista tunisino ci sono 10 minuti a piedi. Le pattuglie della Polizia presidiavano quella piazza della stazione da circa un paio di settimane. Prima, lì, non c’era mai nessuno, tranne qualche isolato spacciatore e/o qualche rimorchiatore di marchette. Forse aspettavano proprio il terrorista Anis Amri per farlo uccidere da un giovane poliziotto in prova? Proprio un bel mistero. E perché proprio lì, fuori Milano?!

Mps, la banca salvata a debito dei cittadini

Se un imprenditore sbaglia investimenti fallisce. La sua azienda si dissolve nelle mani di un curatore fallimentare che “onora” i creditori con quel che rimane di esigibile in proporzione alle priorità. L’imprenditore non potrà più per almento 5 anni aprire altre attività, in quanto “incapace”, secondo la logica giuridica, e quindi “deleterio” o “pericoloso” per il mercato.

Se un “manager” di banca sbaglia investimenti finanziando con milioni di euro amici correntisti massoni senza coperture di garanzia, la sua banca – a differenza dell’azienda dell’imprenditore – non si dissolve nelle mani di un curatore fallimentare che dovrebbe “onorare” i creditori (piccoli azionisti) spolpando le ricchezze del manager (ville, soldi all’estero etc.). Bensì, arriva il Ministro dell’Economia e il governo, che “risorge” la banca ripianando le delinquenze (sbagli) dei manager bancari con l’innesto di soldi pubblici, col conseguente indebitamento dei cittadini. Come il caso di queste ore che sta riguardando il salvataggio pubblico del Monte dei Paschi di Siena (del Pd).

L’operazione è sotto copertura perché giornali e tivù la spiegano con un linguaggio edulcorato (sofferenze, bond, cessione crediti, vaccino di Stato etc.), nella certezza assoluta che i cittadini non capiranno granché di tutto ciò, e intanto continueranno a rimanere poveri, ignoranti e dominati.
Oggi, di nuovo, il governo Gentiloni, ce lo sancisce ufficialmente: le banche devono comandare, la massoneria deve continuare a dominare ricca il popolo che dovrà continuare a rimanere schiavo.

Insomma, siamo inseriti in un sistema che griderebbe vendetta stile Isis.

Referendum, ecco perché #iovotoNo

Al referendum costituzionale voto No perché le riforme in una democrazia spettano a un parlamento e a un governo eletti dal popolo.

Voto No perché il governo Renzi non è espressione di nessuna maggioranza democraticamente eletta.

Voto No perché la riforma costituzionale non era inserita nel programma di governo del Pd.

Voto No perché è inaccettabile che la riforma costituzionale porti la firma di un bancarottiere, massone e plurimputato come Denis Verdini.

Voto No perché il Senato è un organo del potere legislativo che deve continuare ad essere eletto dai cittadini con una legge elettorale proporzionale, e non un luogo di politici nominati da altri politici già impegnati in altri incarichi.

Voto No perché qualunque presunto risparmio economico pubblicizzato dai fautori del Sì, è nulla confronto al quotidiano saccheggio di risorse pubbliche perpetrato da parte dei partiti.

Voto No perché il bicameralismo perfetto non è mai stato un problema quando si è trattato di promulgare leggi porcata e decreti incostituzionali a solo vantaggio della casta.

Infine, voto No perché il premier Renzi è soltanto un buffone al servizio dei banchieri centrali europei, e il suo governo una claque di zerbini senza quid. A cominiciare dal ministro Padoan nel suo ruolo di grigio e oscuro funzionario dell’Ocse.

Per tutti questi principali motivi ritengo che un cittadino libero e consapevole, al referendum del 4 dicembre 2016 vota No.

Un sei secco da lasciare secchi

Eccolo il sei secco al Superenalotto. Lo realizza una schedina da 3 euro giocata a Vibo Valentia. L’importo della vincita, al netto del 6% che si trattiene lo Stato ladro, è spaventoso: 163 milioni 538 mila 706 euro. Li può aver vinti un operaio, un disoccupato o anche un vu cumprà. Ammesso che si tratti di un poveraccio, realizzare di aver vinto una cifra così significa iniziare a preoccuparsi. Che fare? Come riscuotere? Dove mettere tutto quel denaro? Cosa farne? Innanzitutto è bene mantenere la calma e non perdere il tagliando vincente. Bisogna tenere alla larga la fobia di non trovarlo più o l’idea che qualcuno lo rubi. Portarselo addosso mentre si è in giro può dare maggiore sicurezza, ma può anche diventare fonte di stress che agli occhi di chi ci osserva si traduce in sospetto e inquietudine. Soprattutto in una città piccola ad alto tasso di povertà e con la mania del ricatto.

Per vincere davvero bisogna comunque riscuotere materialmente l’importo al netto del 6% che lo Stato biscazziere sottrae a tutte le vincite superiori ai 500 euro. Nel caso del vincitore di Vibo Valentia la cifra di 163.538.706 si abbassa a 153.726.383,64 al netto dei 9 milioni 812 mila e 322 euro virgola 36 rubati dallo Stato. Per il ritiro dell’assegno ci si può recare a Milano di persona in via di Tocqueville 13, all’ufficio premi della Sisal dove liquidano gli importi superiori ai mille euro. Magari in taxi dall’aeroporto. Per incassare bisogna attendere almeno 60 giorni dal momento dell’estrazione che ha stravolto la vita al vincitore (fortunato ho qualche perplessità a scriverlo). Nel frattempo bisogna aver già predisposto il destino del malloppo milionario. Si va in banca dove si ha il conto corrente sempre in rosso, si chiama il direttore, gli si prospetta l’ipotesi di un grosso deposito (senza nominargli la vincita), e gli si chiede un consiglio ponendo subito come condizione che non siamo disposti a buttare soldi in Borsa. Meglio evitare di recarsi in Banca Etruria o in Mps.

Si può informare del colpaccio realizzato al Superenalotto qualche parente stretto con cui si hanno buoni rapporti, e si tace col resto del mondo. Per riscuotere si può interpellare un notaio, anche se quest’ultimo chiede un onorario pari all’uno o al 3% della vincita: una fortuna che con 163 milioni cambia comunque la vita. Poi, nel tentativo di non commettere stupidaggini, visto che in economia nulla è sicuro, si può pensare prudentemente di riscuotere l’assegno circolare e depositarlo sul conto sempre in rosso, ma solo per per il tempo necessario di spacchettare almeno un centinaio dei 153 milioni di euro in tante valute: ad esempio 10 milioni cambiati in yen, 10 in dollari americani, altri 10 in dollari australiani, 10 in yuan e via discorrendo con valute attendibili. Dei rimanenti 53 milioni se ne spendono un paio per sistemarsi in una bella casa nuova con tutti i confort, una bella vacanza, un’assicurazione sulla vita, un fondo pensione, un’auto confortevole e il resto per la cura della persona, tipo il dentista. Per non rischiare il furto del malloppo dal conto corrente col bail-in, si potrebbe pensare di aprire tre o quattro conti in banche diverse, sempre evitando pattumi tipo Etruria e/o Mps, e distribuire due o tre milioni su ogni conto. Dei rimanenti 20-25 milioni si potrebbe pensare di investirli in titoli, obbligazioni o in fondi tipo la Posta. Una volta fatta l’operazione, non rimane che controllare l’andamento delle valute e giocare a perdere il meno possibile.

Con 153 milioni sistemati si potrebbe pensare poi di devolverne una parte in beneficenza e aiutare a fondo perduto persone o famiglie che si ritiene bisognose. Anche se questa ipotesi non è così scontata, visto che il trauma di una vittoria così può indurre in preoccupazione perenne sulle sorti del bottino. Insomma, amministrare tanti soldi così è un lavoro che alla lunga può consumare molto più di un semplice tran-tran fatto di piccoli risparmi e lontano dai milioni. Sarebbe bello chiederlo al vincitore del secondo tesoretto di sempre al Superenalotto. Un sei secco da lasciare secchi.

Sting, Al Bano e la mafia tra i vigneti

Il cantante Sting si è precipitato in procura a Prato per garantire ai pm che lui non c’entra niente con la mafia del caporalato scoperta nella sua tenuta toscana “Il Palagio”, dove alcuni membri della clan Coli che hanno in gestione i vigneti dei suoi colli, sono finiti agli arresti per associazione a delinquere, intermediazione clandestina, sfruttamento del lavoro, frode in commercio, truffa aggravata e autoriciclaggio, accusati di sfruttare decine di giovani africani nella tenuta del cantante inglese. Da sempre impegnato nella tutela dei diritti umani, ora Sting progetta di aiutare i lavoratori sfruttati.

Al contrario, il cantante Al Bano ha detto che nella sua Cellino San Marco, terra dei pummarò, la mafia non l’ha mai vista e non esiste. Nemmeno quando nel 2014 il Viminale sciolse il Comune per collusioni con la Sacra corona unita. Nemmeno di fronte all’attentato all’auto dell’ex assessore Elia che vive in una casa delle tenute Carrisi. Nemmeno se tra i vigneti Carrisi sia stata affittata una casa a Tonino Screti, figlio di un ex cassiere della mafia locale, invitato alla comunione del figlio del cantante. E nemmeno di fronte all’ultimo recente attentato incendiario al portone di casa dei compianti genitori di Al Bano. Lui è sicuro: “Nessuna percezione d’infiltrazioni mafiose“, e comunque “li perdono“. Siamo certi che a differenza di Sting, Al Bano non sa nemmeno che nella vicina Brinidisi c’è una procura.