Referendum, ecco perché #iovotoNo

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Al referendum costituzionale voto No perché le riforme in una democrazia spettano a un parlamento e a un governo eletti dal popolo.

Voto No perché il governo Renzi non è espressione di nessuna maggioranza democraticamente eletta.

Voto No perché la riforma costituzionale non era inserita nel programma di governo del Pd.

Voto No perché è inaccettabile che la riforma costituzionale porti la firma di un bancarottiere, massone e plurimputato come Denis Verdini.

Voto No perché il Senato è un organo del potere legislativo che deve continuare ad essere eletto dai cittadini con una legge elettorale proporzionale, e non un luogo di politici nominati da altri politici già impegnati in altri incarichi.

Voto No perché qualunque presunto risparmio economico pubblicizzato dai fautori del Sì, è nulla confronto al quotidiano saccheggio di risorse pubbliche perpetrato da parte dei partiti.

Voto No perché il bicameralismo perfetto non è mai stato un problema quando si è trattato di promulgare leggi porcata e decreti incostituzionali a solo vantaggio della casta.

Infine, voto No perché il premier Renzi è soltanto un buffone al servizio dei banchieri centrali europei, e il suo governo una claque di zerbini senza quid. A cominiciare dal ministro Padoan nel suo ruolo di grigio e oscuro funzionario dell’Ocse.

Per tutti questi principali motivi ritengo che un cittadino libero e consapevole, al referendum del 4 dicembre 2016 vota No.

Un sei secco da lasciare secchi

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Eccolo il sei secco al Superenalotto. Lo realizza una schedina da 3 euro giocata a Vibo Valentia. L’importo della vincita, al netto del 6% che si trattiene lo Stato ladro, è spaventoso: 163 milioni 538 mila 706 euro. Li può aver vinti un operaio, un disoccupato o anche un vu cumprà. Ammesso che si tratti di un poveraccio, realizzare di aver vinto una cifra così significa iniziare a preoccuparsi. Che fare? Come riscuotere? Dove mettere tutto quel denaro? Cosa farne? Innanzitutto è bene mantenere la calma e non perdere il tagliando vincente. Bisogna tenere alla larga la fobia di non trovarlo più o l’idea che qualcuno lo rubi. Portarselo addosso mentre si è in giro può dare maggiore sicurezza, ma può anche diventare fonte di stress che agli occhi di chi ci osserva si traduce in sospetto e inquietudine. Soprattutto in una città piccola ad alto tasso di povertà e con la mania del ricatto.

Per vincere davvero bisogna comunque riscuotere materialmente l’importo al netto del 6% che lo Stato biscazziere sottrae a tutte le vincite superiori ai 500 euro. Nel caso del vincitore di Vibo Valentia la cifra di 163.538.706 si abbassa a 153.726.383,64 al netto dei 9 milioni 812 mila e 322 euro virgola 36 rubati dallo Stato. Per il ritiro dell’assegno ci si può recare a Milano di persona in via di Tocqueville 13, all’ufficio premi della Sisal dove liquidano gli importi superiori ai mille euro. Magari in taxi dall’aeroporto. Per incassare bisogna attendere almeno 60 giorni dal momento dell’estrazione che ha stravolto la vita al vincitore (fortunato ho qualche perplessità a scriverlo). Nel frattempo bisogna aver già predisposto il destino del malloppo milionario. Si va in banca dove si ha il conto corrente sempre in rosso, si chiama il direttore, gli si prospetta l’ipotesi di un grosso deposito (senza nominargli la vincita), e gli si chiede un consiglio ponendo subito come condizione che non siamo disposti a buttare soldi in Borsa. Meglio evitare di recarsi in Banca Etruria o in Mps.

Si può informare del colpaccio realizzato al Superenalotto qualche parente stretto con cui si hanno buoni rapporti, e si tace col resto del mondo. Per riscuotere si può interpellare un notaio, anche se quest’ultimo chiede un onorario pari all’uno o al 3% della vincita: una fortuna che con 163 milioni cambia comunque la vita. Poi, nel tentativo di non commettere stupidaggini, visto che in economia nulla è sicuro, si può pensare prudentemente di riscuotere l’assegno circolare e depositarlo sul conto sempre in rosso, ma solo per per il tempo necessario di spacchettare almeno un centinaio dei 153 milioni di euro in tante valute: ad esempio 10 milioni cambiati in yen, 10 in dollari americani, altri 10 in dollari australiani, 10 in yuan e via discorrendo con valute attendibili. Dei rimanenti 53 milioni se ne spendono un paio per sistemarsi in una bella casa nuova con tutti i confort, una bella vacanza, un’assicurazione sulla vita, un fondo pensione, un’auto confortevole e il resto per la cura della persona, tipo il dentista. Per non rischiare il furto del malloppo dal conto corrente col bail-in, si potrebbe pensare di aprire tre o quattro conti in banche diverse, sempre evitando pattumi tipo Etruria e/o Mps, e distribuire due o tre milioni su ogni conto. Dei rimanenti 20-25 milioni si potrebbe pensare di investirli in titoli, obbligazioni o in fondi tipo la Posta. Una volta fatta l’operazione, non rimane che controllare l’andamento delle valute e giocare a perdere il meno possibile.

Con 153 milioni sistemati si potrebbe pensare poi di devolverne una parte in beneficenza e aiutare a fondo perduto persone o famiglie che si ritiene bisognose. Anche se questa ipotesi non è così scontata, visto che il trauma di una vittoria così può indurre in preoccupazione perenne sulle sorti del bottino. Insomma, amministrare tanti soldi così è un lavoro che alla lunga può consumare molto più di un semplice tran-tran fatto di piccoli risparmi e lontano dai milioni. Sarebbe bello chiederlo al vincitore del secondo tesoretto di sempre al Superenalotto. Un sei secco da lasciare secchi.

Sting, Al Bano e la mafia tra i vigneti

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Il cantante Sting si è precipitato in procura a Prato per garantire ai pm che lui non c’entra niente con la mafia del caporalato scoperta nella sua tenuta toscana “Il Palagio”, dove alcuni membri della clan Coli che hanno in gestione i vigneti dei suoi colli, sono finiti agli arresti per associazione a delinquere, intermediazione clandestina, sfruttamento del lavoro, frode in commercio, truffa aggravata e autoriciclaggio, accusati di sfruttare decine di giovani africani nella tenuta del cantante inglese. Da sempre impegnato nella tutela dei diritti umani, ora Sting progetta di aiutare i lavoratori sfruttati.

Al contrario, il cantante Al Bano ha detto che nella sua Cellino San Marco, terra dei pummarò, la mafia non l’ha mai vista e non esiste. Nemmeno quando nel 2014 il Viminale sciolse il Comune per collusioni con la Sacra corona unita. Nemmeno di fronte all’attentato all’auto dell’ex assessore Elia che vive in una casa delle tenute Carrisi. Nemmeno se tra i vigneti Carrisi sia stata affittata una casa a Tonino Screti, figlio di un ex cassiere della mafia locale, invitato alla comunione del figlio del cantante. E nemmeno di fronte all’ultimo recente attentato incendiario al portone di casa dei compianti genitori di Al Bano. Lui è sicuro: “Nessuna percezione d’infiltrazioni mafiose“, e comunque “li perdono“. Siamo certi che a differenza di Sting, Al Bano non sa nemmeno che nella vicina Brinidisi c’è una procura.

Firme false a 5 stelle, la Legge non ammette ignoranza

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Siccome la legge non ammette ignoranza, non si spiega perché il blog di GrIllo accampi difese derivanti da “ignoranza“, il caso delle presunte firme false sul documento di un candidato per il quale era stata sbagliata la data di nascita a Palermo. Non ci possono essere ragioni plausibili per falsare una firma. Non si fa nemmeno sul diario di scuola. Come si fa a giustificare l’ingiustificabile? Sempre questa logica della “parte lesa”, come se a ledere il Movimento non fossero altro che certi grillini. Eppure, nessun 5 stelle osa alzare la voce o chiedere conto di questo papocchio per il quale indaga la procura di Palermo, di prendere provvedimenti di sospensione cautelativa nei confronti della deputata 5 stelle Claudia Mannino, citata come presunta autrice assieme alla collaboratrice Ars Samantha Busalacchi degli autografi “di riparazione” per interposta persona.

E sì che i 5 stelle non hanno mai perso tempo quando si trattava di chiedere conto ai partiti di destra e di sinistra per le firme false! In Piemonte il consigliere Davide Bono voleva le dimissioni del governatore leghista Roberto Cota, benché l’inchiesta delle firme false riguardasse la Lista Pensionati del clan Giovine che appoggiava Cota, assolto giusto pochi giorni fa. Anche il consiglere Giorgio Bertola bacchettava il Pd a proposito degli autenticatori delle firme del Pd a sostegno di Piero Chiamparino. Ricordava che «esiste una responsabilità politica che coinvolge i vertici del Partito democratico, politici navigati che non dovrebbero commettere errori e leggerezze sempre che queste lo siano, ma anche Sergio Chiamparino che non è senza macchia come vorrebbe apparire. È a pieno titolo corresponsabile dello scandalo». Il riferimento era alla Lista Monviso di Tina Pepe a sostegno dell’ex presidente Pd, poi assolto dal Consiglio di Stato e nonostante tuttora ci siano 8 consiglieri sotto processo per i quali i 5 stelle si sono appellati al Tar per le loro dimissioni. Nonostante il Pd Davide Gariglio in aula abbia dato degli imbecilli ai piddini che avevano sottovalutato la procedura di raccolta firme, i 5 stelle non hanno sentito ragioni: «E’ andata in scena la consueta autoassoluzione del Pd, in cui i democratici recitano due parti in commedia: giudice e imputato. E il finale lo scrivono a loro uso e consumo».

Com’è che invece per quello che accade ai 5 stelle oggi in Sicilia, nessun grillino osa chiedere conto pubblicamente alla Busalacchi e soprattutto alla Mannino? Che, anzi, annuncia querele preventive nonostante le evidenze mostrate nel servizio de Le Iene in tivù su questa vicenda. Anche il candidato senza primarie Max Bugani aveva annunciato querele preventive nei confronti dei militanti 5 stelle di Monzuno (Bologna), che avevano denunciato ai carabinieri di Vergato irregolarità sulla raccolta firme da parte dei colleghi bolognesi, alcune vergate fuori territorio, e altre senza autenticatori. La patata bollente riguardava la ricandidatura di Andrea DeFranceschi, che per Bugani era una spina nel fianco. Anche allora la vicenda era rimasta chiusa nelle faide locali e nelle pagine degli odiati giornali. Nessuno smartphone a 5 stelle che avesse immortalato le faide con sereno senso della trasparenza. Men che meno in Sicilia, dove per le comunarie palermitane si rischia di ri-esporre Luigi Di Maio in veste di responsabile degli Enti Locali tra “i vertici da coinvolgere“, invece del tutto impegnato a ricercare verginità in tivù in prima serata. E’ vero che la raccolta firme in questione riguarda il 2012, quando Di Maio non sapeva ancora leggere le mail, e anzi non era ancora nato (politicamente). Accampare sul blog l’ignoranza come strenua e improponibile difesa d’ufficio, pare appellarsi al peggior pregio dell’esercito di grillini “migranti” dell’ultim’ora. Che tristezza.

Intervista al Corriere

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M5S, Martinelli lascia «Addio Beppe, non mi rappresenti più»
«Addio Beppe Grillo, non mi rappresenti più». Con un post sul web, il blogger bergamasco Daniele Martinelli 47 anni, lascia il Movimento 5 Stelle. Ne faceva parte dal 2011 e, nel 2013, aveva anche lavorato per un periodo nel gruppo comunicazione del Movimento 5 Stelle alla Camera (senza superare i 3 mesi di prova). Martinelli era l’iscritto bergamasco al Movimento più famoso, fuori dalla provincia.

Cosa è successo? «Mi sono cancellato dal portale perché il Movimento è diventato verticistico e non è più come si era prefissato di essere, cioè orizzontale, trasparente, meritocratico e coerente»

C’entra l’addio dal M5S del sindaco di Parma, Federico Pizzarotti? «Quella è stata la goccia. Contro Pizzarotti c’è stata molta cattiveria e un’ingiustizia che sancisce la trasformazione del Movimento in qualcosa che non è più il Movimento»

Qual è stato il punto di non ritorno? «Il direttorio ha fatto male al Movimento»

Adesso però Grillo lo ha azzerato. «Ma c’è ancora un gruppo di vertice che è una cricca di potere. Io poi non sono contrario alle espulsioni: se sono previste, mi va bene che si facciano. Ma non mi va l’uso arbitrario delle espulsioni. Basti vedere la differenza nei trattamenti riservati a Pizzarotti e a Luigi Di Maio. Il primo è stato considerato omertoso e sospeso per non aver detto che era indagato per abuso d’ufficio. Di Maio non ha detto che Paola Muraro (assessore all’Ambiente a Roma, ndr ) era indagata ed è stato portato sul palco da Grillo. Almeno Pizzarotti ha 4 anni d’esperienza e una buona popolarità e ha dimezzato il debito di Parma. Di Maio invece cosa ha fatto? Niente. Io l’ho conosciuto di persona quando ho lavorato a Roma: Di Maio è uno stratega, cura tutto purché tutto faccia capo a lui»

Dica la verità: lei ha ancora il dente avvelenato dopo che, nel 2013, è stato licenziato dall’incarico alla Camera. «No, non ho il dente avvelenato. Ho ancora seguito tra i grillini. Fino a lunedì sera ero un iscritto del Movimento, anche se sono sempre stato critico. Ma adesso basta: un Movimento con un decisore così non merita il mio voto»

Il giocattolo s’è rotto quando Grillo ha nominato il direttorio? «Il direttorio, che ha ancora peso politico, ha incrinato la filosofia del M5S, ma non solo. Anche la morte di Gianroberto Casaleggio ha fatto crollare la diga. Se ci fosse stato ancora lui, non avremmo fatto, anzi non avrebbero fatto tutte quelle figuracce a Roma»

Quindi non voterà più il M5S? «Il Movimento attuale non lo voto. Se ci sarà un cambiamento che mi piacerà, valuterò»

Segue l’attività del M5S a Bergamo? «Mi è capitato di sentirli. Sono dei bravi ragazzi, ma lavorano nel silenzio. Non sono personaggi che stanno lasciando il segno e il rischio è che tornino presto nell’oblio. Poi manca coesione, ci sono gelosie. E soprattutto non sanno parlare: per fare politica è fondamentale saper comunicare quello che si fa»

Lei ha un passato nell’IdV, farà ancora politica? «Mi avevano chiesto di candidarmi sindaco col M5S a Romano, mio paese d’origine. Ma per ora ne ho abbastanza della politica. Se un giorno mi candiderò, sarà con una lista civica. Ora sono passato dalle 5 stelle alle 5 Terre: vivo in Liguria, mi occupo di giornalismo e anche di turismo. E a Grillo non dico arrivederci, ma addio». Silvia Seminati