Cera, l’incompatibile che insulta i cittadini

angelo cera

Angelo Cera, “puledro di Casini” dell’ex Udc (Unione dei condannati) oggi passato con Mario Monti, condannato in primo grado a un anno e mezzo per truffa aggravata alla Regione Puglia e falsità ideologica a un anno e 6 mesi con l’accusa di farsi rimborsare missioni con l’auto blu, pare un tipo piuttosto irruente e sanguigno. Si dichiara «un ometto inseguito da tante signorine che vuole restare zitello hi hi hi», e in quell’inchiesta è stato assolto in Appello nonostante l’accusa abbia sostenuto che “presentò ricevute di un ristorante di Carsoli, in provincia dell’Aquila, in orari incompatibili con le fatture Telepass in relazione all’orario di arrivo a Carsoli e il rientro a casa, a San Marco in Lamis (Foggia)” dove Cera è sindaco incompatibile con la carica di deputato in quanto la cittadina pugliese ha più di 5 mila abitanti.

Ritenuto tra i franchi tiratori che salvarono dall’autorizzazione a procedere l’imputato di camorra Nicola Cosentino (ex sottosegretario Pdl), Cera è colui che alla Camera, in sede di voto del Decreto Emergenze, avrebbe insultato al grido di “coglione” alcuni cittadini a 5 Stelle che stavano facendo ostruzionismo. Quando si dice… alta politica da parte di un politico vecchio stampo come Cera, collettore di preferenze da consigliere pugliese, dal quale, forse, sentirsi dare dei coglioni, come dice Di Battista, potrebbe essere inserito nel curriculum…

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    Quel sindaco che caccia il M5S

    cristiano aldegani
    Cristiano Aldegani

    La Lega nord, ormai morente, rimarrà negli annali come partito di replicanti calati nella parte di “scemi del villaggio” che in 20 anni di presenza nelle istituzioni ha portato il Bel Paese sull’orlo del coprifuoco. Piegata a 90 gradi a Berlusconi, dopo i lingotti d’oro, i famigli a paghetta, i fallimenti bancari e le mariuolate immobiliari in Croazia, la politica del ventennio leghista ha lasciato qua e là metastasi di arretratezza. Come una capra prona e obbediente, la Lega collusa con Berlusconi, nel giro di 15 anni ha pensionato la secessione del Nord e assecondato i capricci di un piduista traghettando l’Italia assieme alla Padania verso un orizzonte di guerra civile tra poveri. Lo sfascio sociale è stato raggiunto a forza di ingolfare la giustizia, di proteggere corporazioni e apparati, e a forza di favorire gli evasori fiscali depenalizzando i reati connessi (assieme all’alleato di Arcore condannato in appello per l’elusione di 368 milioni di dollari). La Lega è l’unico partito del Nord che non ha contrastato camorre e mafie del Sud salvando in parlamento inquisiti come Nicola Cosentino o condannati come Marcello Dell’Utri. L’ultimo trionfo dell’ipocrisia, i leghisti l’hanno agguantato con la nomina del leghista-secessionista Giacomo Stucchi a presidente del Copasir, il comitato che sovrintende i servizi segreti a salvaguardia dell’integrità nazionale. (!!)

    Per il resto, panzane razziste e ordinanze fasciste sono da sempre i requisiti preferenziali per sindaci leghisti smaniosi di concorrere all’accesso in parlamento. Chi per liste White Christmas, chi per apartheid sugli autobus, chi per saluti romani, chi per le residenze “a reddito”, chi per i soli padani splendenti su scolari a digiuno forzato, la Lega ha estorto voti eccitando gli animi dei suoi militonti sulla pelle di immigrati e zingari, innocui come quegli scemi del villaggio che starnazzano frasi sconclusionate. Mentre la ventennale pantomima leghista del parlar d’altro (minareti e dialetti) non è andata oltre a tracotanti minacce e goffi dietrofront, mafia e ‘Ndrangheta si sono contese lo scettro di prime aziende italiane. Non a caso, tra le metastasi di arretratezza radicate nel territorio, ci sono sindaci come quello bergamasco di Ponteranica che mantengono le promesse fatte in campagna elettorale: Cristiano Aldegani ha rimosso la targa di Peppino Impastato dalla biblioteca comunale “per motivi politici” pur sapendo che Impastato fu ucciso dalla mafia per la sua attività di giornalista d’inchiesta.

    Nell’attesa di qualche candidatura di rilievo per intercessione dell’onorevole porcellum Calderoli come premio all’arretratezza leghista, il sindaco Aldegani cerca ulteriore visibilità con un’ordinanza in cui vieta riunioni politiche nel bocciodromo comunale. Va da sé che il locale in questione era il principale punto di ritrovo provinciale degli attivisti del MoVimento 5 stelle. Che ora dovranno trovarsi un luogo diverso. Chissà, magari nel famoso pratone del villaggio di Pontida?

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      Senato, Grasso protegge i pianisti

      NAPOLITANO:GRASSO,COME IN '92 ATTACCO A GIUDICI E CAPO STATO

      Basta riprese video in Senato. Lo chiede come “nuova regolaPietro Grasso, presidente del Senato nonché seconda carica dello Stato a commento di un articolo de L’Espresso sul senatore Lucio Malan (Pdl), «pianista» ripreso da alcuni senatori del M5S ad allungare le mani sui tasti dei colleghi assenti. Malan parla di “errore” e Grasso lo difende: «Mi pare sia stato accertato, nell’immediatezza, il fatto che il senatore Malan aveva pigiato il tasto relativo al suo posto e anche successivamente posso dare atto che il senatore Malan, temporaneamente seduto in un posto diverso, ha raggiunto la sua postazione e ha votato correttamente. Sotto questo profilo  non possiamo che ribadire quanto è stato accertato: e per fermare il discredito verso le istituzioni valuteremo tutte le iniziative da prendere» nei confronti de L’Espresso. Che in realtà è un’iniziativa presa contro i parlamentari del Movimento 5 Stelle usi a denunciare questo diffuso malcostume che due giorni fa ha interessato anche Roberto Formigoni.

      Il problema pianisti è quotidiano anche alla Camera, dove non passa giorno in cui l’attività in Aula non venga interrotta o ingolfata dalle reazioni stizzite degli onorevoli colti sul fatto. Ieri, l’ultimo episodio in ordine di tempo denunciato da Adriano Zaccagnini, che durante un voto ha imbracciato il microfono tuonando alla presidenza come quel braccio allungato di quel deputato (Panebianco del Pdl) fosse “uno scandalo”. Zaccagnini, di contro, oltre all’indignazione corale dei deputati del Pdl, si è pure beccato una reprimenda del presidente di turno della Camera. Insomma, l’instancabile attività di denuncia dei parlamentari stellati assai avvezzi anche con telefonini e mezzi di ripresa, infastidisce i vecchi politicanti usi e mai logori dal lavoro “nel rispetto delle regole” perennemente in deroga. Ecco dunque, la scusa de L’Espresso utile a Piero Grasso per vietare le riprese delle magagne in aula. Non c’è che dire: una bella mossa democratica“.

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        Il processo Ruby al netto dei lecchini

        ruby rubacuori

        La professionalità di un cronista risiede nella sua capacità di raccontare i fatti senza far trasparire il suo sentimento o risentimento personale nei confronti del soggetto o dell’oggetto che tratta. Personalmente ritengo siano pochissimi i giornalisti capaci di tenere questo giusto equilibrio, soprattutto quando parlano di cronaca giudiziaria. Uno di questi, senz’altro è Luigi Ferrarella del Corriere, autore dell’articolo riportato di seguito e che merita di essere letto perché comprenderlo significa seppellire ogni sterile polemica di chi straparla del processo Ruby. La validità del pezzo è confermata dal fatto che è pubblicato in fondo al giornale dopo tutta la pubblicità e tutti i gossip.

        I fraintendimenti sul processo Ruby
        di LUIGI FERRARELLA – Chi è convinto che alla pubblica opinione giovino sempre la piena conoscibilità degli atti depositati (nel corso delle indagini) e la pubblicità delle udienze (durante i dibattimenti) in questi giorni è però messo a dura prova dai fraintendimenti indotti sul processo Ruby da valutazioni che appaiono impermeabili persino a quanto integralmente trasmesso dalle «dirette» di radio e siti online. Le norme di legge, infatti, non processano peccatori da redimere o vizi da emendare, non scrutinano le scelte sessuali delle persone, non giudicano stili di vita, non delineano un reato per chi si prostituisce, e nemmeno sanzionano chi va con le prostitute maggiorenni. Puniscono invece chi abbia rapporti a pagamento con una minorenne, e chi intermedi la prostituzione anche delle maggiorenni. La legge lo fa in un sistema che, peraltro inasprito proprio da uno dei governi Berlusconi, non cessa di tutelare una minorenne per il solo fatto che porti magari già la quarta di reggiseno. E quanto all’intermediazione della prostituzione, non è certo reato presentare Tizia a Caio in una festa: è invece, ad esempio, la condotta di chi recluti e selezioni e introduca uno stuolo di disponibili ragazze al domicilio dell’utilizzatore finale che ne retribuirà gli atti sessuali, o di chi (con i soldi del beneficiario di prestazioni sessuali a pagamento) le alloggi in un condominio e ne paghi affitti, mantenimento, stipendi, bollette, benzina. Se in aula tocca domandare a una ragazza se da minorenne abbia fatto sesso con l’allora premier, è perché bisogna capire come mai nelle intercettazioni glielo si senta dire con la sua voce, e come mai con sua penna abbia scritto di soldi in cambio del silenzio. E se si fa tanta istruttoria sul denaro e le case e le auto regalati alle ospiti delle serate di Arcore non è per moralista invidia sociale, ma perché persino le ragazze stesse nelle intercettazioni parlano di ciò che sequestri e perquisizioni hanno riscontrato. L’indugiare in Tribunale sulle connotazioni sessuali di alcune situazioni non è dunque un ghiribizzo di pm-avvocati-giudici «guardoni», ma un accertamento istruttorio inevitabile visto che, per la legge, atto sessuale è non solo il rapporto completo ma qualunque azione erotizzante, come scoprono sulla loro pelle gli imputati non illustri processati ogni giorno per strusciamenti sul tram o toccamenti sul luogo di lavoro. Che dunque in aula si cerchi di definirlo con precisione a volte imbarazzante, è fisiologico come che si discetti di balistica in un processo per omicidio. E nessuna volontà di degradazione morale degli imputati, candidati dalla requisitoria a 7 anni di carcere per favoreggiamento della prostituzione anche minorile, v’è nell’ulteriore richiesta di vietare che assumano incarichi nelle scuole o negli istituti frequentati da minorenni: è infatti sanzione accessoria che la legge, e non la discrezionalità di un pm, impone per quel tipo di reati e entità di pena. Proprio come il parimenti equivocato «golpe giudiziario» anti Berlusconi dell’interdizione dai pubblici uffici, automatismo di legge connesso ai 4 anni inflittigli in Appello per frode fiscale sui diritti tv Mediaset. Certo, per cogliere le tante sfumature pro-accusa o pro-difese di cui sono fatte le prove assunte in mesi di udienze, e per soppesarle con onestà intellettuale anche a fronte dell’inedita situazione che vede un imputato stipendiare mensilmente decine di testimoni del processo nell’inerzia della Procura, occorrerebbe la pazienza di immergersi tra i fatti oggetto di faticoso accertamento: zavorra per le opposte tifoserie, più a loro agio nel fare surf sulla superficie delle impressioni.

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          Rodotà e i “grillologhi” del nulla

          stefano rodotà beppe grillo

          E’ proprio corale sulle prime pagine che Grillo abbia definito Stefano Rodotà un “ottuagenario miracolato dalla rete“. E io che pensavo fosse il contrario. Ossia che l’illustre costituzionalista si sia intrappolato da solo nel tentare di inglobare il Movimento 5 stelle nelle logiche di partito. Quelle che dipinte come sano confronto nella dialettica parlamentare, impongono in realtà indicibili compromessi al ribasso. Credevo fosse stato il dottor Rodotà a meritarsi le 9 colonne in copertina dichiarando che “Beppe sbaglia“. Credevo fosse uno scoop che l’illustre ex candidato al Quirinale voluto da una maggioranza relativa dei votanti della rete, definisse la rete stessa un mezzo che “non basta” per diffondere democrazia diretta. Credevo meritasse 9 colonne la frase “elezioni perse dai 2 grandi comunicatori Berlusconi e Grillo” oppure “I parlamentari a 5 Stelle devono avere la libertà di lavorare” all’insegna di “strategie“. Forse, per strategie, il dottor Rodotà alludeva ad accordicchi con esponenti di partito, ma dall’intervista apparsa sul Corriere non si è capito. Non è stato chiaro. A differenza di Beppe, che da libero cittadino ispiratore morale di un Movimento presente massicciamente in Parlamento, le cose non le ha mai mandate a dire. Del resto “ottuagenario” non è un insulto. E’ solo un aggettivo riferito a una persona di 80 anni di indiscussa lucidità e rispettabilità alla quale il comico augura di rifondare la Sinistra. Quella che gli ha voltato le spalle per le votazioni al Quirinale e che oggi, fantozzianamente rispolvera con patetici endorsement di circostanza («tra le personalità più importanti del nostro paese e della sinistra italiana» Dario Franceschini ndr).

          E’ da ottusi cadere nella trappola del sistema mediatico che oggi in prima pagina sbatte “Grillo che scarica Rodotà”. E’ caricaturale parlare di “insulto” come fa pure il Fatto. Che in seconda pagina dà spazio agli scazzi di Andrea Scanzi contro Roberta Lombardi. Inattaccabile politicamente, e quindi sbeffeggiata con la personificazione del suo ruolo di portavoce periodica del Movimento. Scanzi è colui che solo 2 anni fa, sempre sul Fatto, salutava l’ascesa nell’agone politico del M5s mettendo in guardia dal “fastidio con cui l’intellighenzia relega il grillismo alla voce “qualunquismo” non è solo l’antica vocazione sinistrorsa a scomunicare il cane sciolto. Il teorema di fondo è che Beppe Grillo “toglie voti al Pd”. Premesso che togliere voti al Pd… è di per sé opera lodevole, tale analisi è tanto miope quanto fascistella.” Da prèsbite del grillismo, Scanzi ricordava lungimirante che siccome “un voto si merita e non si impone” riconosceva che gli elettori del M5S sono “giovani che padroneggiano la Rete, diffidano dei media tradizionali, una galassia fieramente altra” che agli occhi dei “politologi tromboneggianti sembrano quei vecchi americani che provarono a fermare l’avvento del rock’n’roll e della beat generation ingorando quasi del tutto ciò di cui parlano.” Esattamente come fa lo Scanzi odierno. Trasformatosi in censore del grillismo dentro il quale deve aver trovato una proficua nicchia di mercato dopo aver vergato nero su bianco che “quella del M5S non è antipolitica: è desiderio di essere contro questi politici. Non è mera protesta … esiste un programma, a cui Beppe Grillo lavora da più di 20 anni.” In effetti se avesse dato un’occhiata ai lavori delle Commissioni di questi mesi di cui anche Roberta Lombardi ha fatto parte in tema per esempio di abolizione dei finanziamenti ai partiti, Scanzi avrebbe certamente reso miglior reputazione alla professione giornalistica che pretende di rivestire, visto il suo recente ruolo di reputazionista televisivo della rete che secondo Aldo Grasso ha “la parte più interessante in una app gratuita che si scarica sul tablet: HyperSync®“.

          Proprio Grasso è lo stesso che oggi, sul Corrierone dispensa in prima pagina “consigli non richiesti” ai partecipanti al corso di tecniche televisive organizzato a Milano per alcuni deputati. Parliamo di ragazzi genuini e assai competenti nelle materie che trattano qui alla Camera. Parliamo di schegge di civiltà contemporanea allergica alle logiche di partito. Parliamo di rappresentanti di un movimento trasversale ai poteri consolidati perché in aula parlano di bisogni dei cittadini anziché di lobby. Potremmo definirli “talebani del sistema” gettati in pasto alle illustri firme di prima pagina che riducono la loro intelligenza al perimetro di un piatto di lenticchie per compiacere i poteri forti e le loro marionette di facciata. Quelle che recitano il copione modellato alle convenienze di giornata. Quelle dalle sembianze ininfluenti e col timbro di voce da Mr. Bean ma che piacciono agli apparati. Quelle che replicano dai palchi frasi insensate tese a screditare un movimento di cittadini in favore di titoloni che delirano al “riscatto dei partiti” e alla “politica dell’assurdo“. Mummie irrigidite da comizi vuoti tesi a occultare la disperazione dilagante nel Paese. E il problema sarebbe Grillo che scarica Rodotà? Nulla osta se la rete lo rivoterà…

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